E’ nota la vicenda che ha visto recentemente pronunciarsi la Corte d’Appello di Milano, la quale ha autorizzato la sospensione del trattamento terapeutico somministrato ad una paziente in stato vegetativo da molti anni con un decreto molto discusso. Ad osservare il tenore delle polemiche pochissimi hanno letto quel provvedimento. Lo si può trovare su Persona e danno: qui, e se si ha la pazienza di leggerlo fino in fondo (si tratta di 62 pagine) si evince chiaramente che la funzione giurisdizionale non si è sostituita alla funzione legislativa, come invece vuole essere sostenuto da alcuni Senatori della Repubblica che stanno predisponendo un’istanza per aprire una procedura di conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale, come riportano i giornali (qui Repubblica). Per completezza di informazione si riporta anche il comunicato stampa del Primo Presidente della Cassazione che, a mio avviso, dovrebbe chiudere la questione: qui (citato sempre da Persona e Danno).
Invece no.
Evidentemente i rappresentanti del Senato non solo non si curano della costante giurisprudenza della Corte costituzionale sul diritto alla salute ed autodeterminazione dell’individuo in materia di consenso informato, ma altresì non prendono neppure in considerazione la (fondata) possibilità di rimanere soccombenti in questa possibile procedura di fronte alla Corte costituzionale.
Quello che a loro interessa è la supremazia della “politica”, tutto viene ridotto ad una questione “politica” dove solo il legislatore attuale, cioè l’odierna maggioranza, può disporre, senza tener conto di ciò che già c’è scritto nella Costituzione e nella Convenzione di Oviedo (già firmata e ratificata dal Parlamento italiano con legge 28 marzo 2001, n.145).
E’ vero, il legislatore può modificare le leggi a suo piacimento, ma qui è diverso.
Di fronte a questa che oserei definire arroganza nei confronti delle scelte del singolo di alcuni esponenti del Senato della Repubblica, i quali pretendono di far valere le proprie opinioni nei confronti di chiunque. Secondo costoro, il concetto di “diritto personalissimo” non esisterebbe più, esso dovrebbe inchinarsi supino ai voleri supremi della “politica” e delle decisioni parlamentari, incuranti che esiste una sfera individuale e personale intangibile da chiunque, anche dal Parlamento.
Vi è poi un ulteriore aspetto della questione da considerare, ovvero l’attacco frontale al potere giurisdizionale mirato nella sua funzione più alta, cioè quello di interprete ultimo delle leggi.
Come è noto, la Corte di Cassazione è stata un’istituzione nata in Francia postrivoluzionaria: qualcuno doveva pur decidere su l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, e con la dominazione napoleonica l’istituto è arrivato in Italia, restandoci. Avere giurisdizioni di vertice che indichino quale sia la corretta e uniforme interpretazione della legge è comune a tutti gli ordinamenti. Per esempio, il compito è svolto dalla House of Lords in Gran Bretagna, dal Bundesgerichtshof, in Germania e così via.
Quando si viene a sostenere che la Corte di Cassazione ha prevaricato il suo ruolo, formando leggi, invece che interpretarle delle due l’una: o non si conosce il diritto vigente in Italia (possibile, ma improbabile) o si vuole delegittimare il ruolo istituzionale dell’organo giudiziario.
Io non voglio pensare che si tratti di questa seconda ipotesi, la Cassazione italiana è gravata da molti problemi, non ha bisogno ancora di questa gatta da pelare. Però proseguendo in questa ricostruzione mi chiedo, una volta delegittimato il giudice di legittimità, chi vuole prendersi il ruolo di interprete supremo della legge? Il Parlamento? Che cosa ne penserebbe Montesquieu?