Archive for August 2010
La Nuova Frontiera
Per sistemare gli appunti di un viaggio emozionante come quello che ho effettuato in Cina dal 17 luglio al 15 agosto 2010 occorre il silenzio della montagna. Solo qui, infatti, mi è stato possibile riordinare tutte le idee, le sensazioni, le esperienze vissute in occasione del soggiorno compiuto in occasione della Summer School organizzata dalla mia Università, la Carlo Cattaneo – LIUC di Castellanza e la Fudan University di Shanghai.
Queste pagine non hanno una specifica pretesa di scientificità, ma riguardano solo miei pensieri e racconti, anche di natura personale, relativi a questa esperienza: questo scritto non rappresenta altro che la mia visione personale di ciò che ho visto e vissuto alla luce dei miei interessi di comparatista.
Le cose da raccontare sono moltissime e ho organizzato questo documento come segue: tra le diverse migliaia di foto che ho scattato ho scelto quelle che mi sono sembrate più significative e ad esse ho affiancato una didascalia di commento. Ho pensato di divulgare questo testo non attraverso un canale editoriale di pubblicazione sia esso tradizionale cartaceo ovvero digitale, ma attraverso la piattaforma Scribd e il mio blog affinché i contenuti potessero essere distribuiti gratuitamente, nei soli limiti della licenza creative commons che ho deciso di attribuire al mio lavoro, cioè: “Attribuisci, Non commerciale, Non opere derivate”.
Academic apartheid at Chinese universities?
Interessante contributo pubblicato sul China Daily sul futuro delle università cinesi (nonché asiatiche ed africane): qui
Scholars Test Web Alternative to Peer Review
Inter(net)essante articolo sul NYTimes di oggi: qui
23 agosto 1927
Hot Topic
I diritti umani in Cina: l’occidentale medio non può fare a meno di obiettare a tutti i discorsi che gli puoi fare sulla Cina moderna con due parole ormai divenute passpartout per bloccare qualsiasi discorso: human rights. Lo schema in questione può venire riassunto così: in Cina i diritti umani vengono calpestati.
Posto che non è possibile esaurire siffatto tema in poche righe, è comunque utile fare alcune considerazioni che vadano, si spera, oltre alla risaputa considerazione che i diritti umani non appartengono alla cultura orientale, poichè questa pone al centro della sua attenzione l’armonia della collettività.
A mio avviso lo sviluppo economico della Cina potrà fare moltissimo in tema di diritti umani, e il governo centrale di Pechino ne è ben consapevole, tant’è che cerca di anticipare, almeno sotto i profili delle libertà economiche, le rivendicazioni dei cinesi. Tutto è iniziato non solo con la morte di Mao e la ri-apertura della Cina al mondo esterno, prima o poi inevitabile vista la spiccata propensione cinese al commercio, ma con i fatti di Tienanmen: la rivolta del 1989. In quei giorni la rivolta fu soffocata nel sangue e provocò una temporanea richiusura della Cina al mondo esterno, ma guardando i fatti in prospettiva storica si può dire che in realtà gli studenti di Tienanmen hanno prevalso in quella battaglia: la Cina ad oggi è molto più aperta che in passato, vi sono sacche di tolleranza alla critica (sul punto è sufficiente leggere anche solo il China Daily) che fino a un paio di lustri fa sembravano impensabili.
Indubbiamente il percorso da fare è ancora lunghissimo, ma come la storia insegna, le rivendicazioni che hanno portato alle grandi dichiarazioni dei diritti umani sono nate dalla classe produttiva in contrasto con la monarchia ovvero l’aristocrazia dirigente: basti pensare alle rivoluzioni inglesi della fine del 1600, alle pretese dei coloni americani contro la madrepatria inglese nel 1776 (no taxation without representation, per intenderci) alle rivendicazioni borghesi che hanno scaturito la rivoluzione francese del 1789 e così via.
Da queste parti la borghesia ancora non è formata e il ceto medio è ancora molto piccolo per essere rappresentativo, nonostante i grandi numeri, tuttavia con questi tassi di sviluppo e di crescita si costituiranno presto e sarà interessante vedere come si indirizzeranno le loro rivendicazioni.
Il sorpasso

La notizia enfatizzata in questi giorni da tutte le agenzie di stampa e dai quotidiani (Qui le fonti: FT, China Daily, FAZ e NYT), e cioè che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello giapponese nelle statistiche del secondo trimestre 2010 e che tale tendenza è confermata anche sulle proiezioni dell’intero anno) può sorprendere solo coloro che non si sono resi conto che il “Paese di mezzo” si è risvegliato e ha tutte le intenzioni di essere protagonista sulla scena mondiale.
Questo sorpasso è ormai inevitabile, si tratta solo di questione di tempo. Non solo per le diverse potenzialità tra Cina e Giappone (la Cina ha enormi margini di sviluppo e il Giappone al contrario è una economia ormai matura), per la diversa scala di popolazione ed estensione del territorio, ma anche per la diversa prospettiva: i Cinesi sono tornati e nonostante le diverse opacità del loro sistema, intendono riprendersi il loro ruolo che reputano essere stato umiliato da un paio di secoli (a partire dal Trattato di Nanchino del 1842 alla fine della prima guerra dell’oppio).
Si discute ancora se la Cina sia un “developing country” oppure no e molti controbattono alle statistiche di crescita del PIL a due cifre annue che la prospettiva è falsata proprio da questo punto. A mio avviso la Cina non può essere considerata un “paese in via di sviluppo” sia per l’enormità e complessità del suo patrimonio culturale, sia per questa orgogliosa spinta che proietta i cinesi come missili nel futuro. La Cina è un paese che investe in cooperazione, non che necessita della medesima e per risolvere i problemi relativi al divario di ricchezza e sviluppo tra le zone orientali e quelle occidentali sarà sufficiente incrementare stipendi e domanda interna.
Tutto ciò, probabilmente, provoca un certo timore tra coloro che vivono in Europa o negli Stati Uniti poiché vedono la “supremazia” dell’Occidente posta in pericolo da parte di un Paese reputato opaco, con carenze democratiche, gravi violazioni dei diritti umani e così via. A mio avviso la prospettiva è diversa e si fonda sulla profonda differenza di Weltanshauung tra chi è figlio dell’Illuminismo ed ha una concezione più individualista e chi è figlio del Confucianesimo ed ha una visione più collettivista/comunitaria.
Senza semplificare troppo e superficialmente credo che la cavalcata del Dragone Cinese sia da valutare come opportunità più che come pericolo perchè nel primo caso ci si può avvantaggiare e crescere reciprocamente, mentre nel secondo si rischia solo di soccombere.
Note sparse su Chongqing
Formalmente Chongqing è la città più grande del mondo con quaranta milioni di abitanti. In realtà è una municipalità enorme sparsa su un territorio vasto ritagliato ad hoc dal Governo centrale per farne il polo dello sviluppo della Cina centrale e occidentale e di ricollocare i milioni di sfollati a seguito della costruzione della Diga delle Tre Gole.
Caldissima davvero: mattina sole cocente, mezzodi quaranta gradi e oltre, sera vento caldo e asfalto che emana calore.
Chongquing non ha tracce di occidentali o di indicazioni in inglese: non ha turisti e non si vedono uomini d’affari non cinesi in giro, neanche all’hotel Intercontinental che ci ospita. In un certo senso è la prima città “cinese autentica” che vediamo e si respira una genuina “aria da terra di frontiera”.
L’Intercontinental merita un paragrafo a parte per la capacità di rimanere fedele all’essenza della classe e del gusto occidentali ma allo stesso tempo adeguandosi ad una delle meno gradevoli usanze locali: qui (Vi state chiedendo cosa sia? Si tratta di una sputacchiera).
Di Chongqing mi hanno colpito le enormi distese di grattacieli a schiera, fitti come le nostre villette di periferia e poi si tratta dell’ultimo posto al mondo dove pensavo di poter trovare i pasteis de nata, non sublimi come quelli di Lisbona o gli indimenticabili del Cafè Continental del quartiere Baixa di Maputo, ma buoni davvero.
Le Tre Gole
Fino a qualche anno fa l’espressione “Le Tre Gole” in Cina indicava una stupenda zona paesaggistica attraversata dal fiume Yángzǐ. Adesso invece designa indiscutibilmente il faraonico progetto della più famosa Diga, la “Diga” per antonomasia. Si comprende bene l’enormità di questo progetto non tanto osservandone lo sbarramento a valle, che comunque è molto imponente, ma viaggiando lungo il fiume. Infatti, la striscia di roccia pulita, lavata dalle acque del fiume al loro livello massimo invernale di 175 metri si estende per più di cinquecento chilometri lungo tutto il tratto del fluviale. Si tratta di una striscia che raggiunge anche i venti metri di altezza. La pulizia di questa striscia di roccia, tornata forse al suo colore primordiale, indica bene quanto sia carica di carbone l’aria qui intorno, infatti sono innumerevoli le chiatte che sul fiume trasportano questo minerale a valle.
L’ultima delle Tre Gole è strozzata da una cesura in cemento armato alta più di duecento metri e lunga tre chilometri. Guardandola da valle si vede una montagna grigia e rossa assai maestosa ma non si capisce bene quanto essa sia gigantesca, anche a causa della sua posizione quasi storta rispetto alla prospettiva di osservazione. Una imbarcazione, ad esempio il battello che ci ospitava, impiega quattro ore a a superare le cinque chiuse per risalire a monte. Superate le chiuse e ripreso a navigare si rimane impressionati alla enormità dell’opera al punto che non si riesce a vedere la sponda opposta del bacino, poiché è presente quasi sempre una fitta foschia provocata dall’evaporazione dell’acqua. La temperatura è di 40°C e solo la stupita meraviglia consente di resistere sul ponte per ammirare lo strano paesaggio e quasi ignorare la sensazione di cottura della propria carne.
Il colore delle acque dello Yangzi è fecale ed in alcuni punti porta tracce di pattume, più legnetti e rami che plastica, comunque a monte della diga, dove nella notte si forma un’isola di immondizia, questo materiale viene raccolto a mano e smaltito chissà dove.
Ci si potrebbe perdere nei numeri e nelle statistiche che illustrano questo progetto, infatti io quasi non me li ricordo più, ma con i miei occhi ho potuto misurarlo grazie alla suddetta striscia di roccia pulita e, mentre percorriamo controcorrente il fiume, non riesco a non pensare cosa sia rimasto li sotto: case, campi coltivati, scavi archeologici, intere città, pezzi di vita della popolazione costretta a migrare altrove, trovando nuova ospitalità in palazzi e in villaggi costruiti ex novo sule sponde del fiume, magari 175 metri sopra quelle sommerse o migrando in città più grandi come Chonqing, Beijing, Shanghai.
Ci viene detto che l’energia prodotta da questa diga illumina le città fino a Naijning e addirittura Shanghai, consente il controllo delle devastanti alluvioni, migliora i sistemi di irrigazione e tutto il resto che ci è stato spiegato, ma soprattutto rappresenta perfettamente il potere ancora imperiale del governo centrale di Pechino.
Lo scenario naturale è davvero bellissimo e maestoso, ma il pensiero di ciascuno di noi non riesce a staccarsi dalla Diga, non possiamo proprio evitare di chiederci come fosse “prima”.
Tra Naijing e Suzhou
In questi giorni abbiamo visto alcuni posti che sembrano sfuggiti alla morsa rapace dello sviluppo cinese. Si tratta di una collina situata a sud di Nanchino e della città vecchia di Suzhou.
La collina di Nanchino è interamente compresa nel “parco nazionale del Monte Zhongshan” e trovano ospitalità (vista l’armonia con la natura con cui sono stati integrati) il mausoleo del padre della patria cinese Sun Yat-Sen, il Tempio Linggu e la tomba del fondatore del primo imperatore della dinastia Ming, il monumento più impressionante. Nanchino significa “capitale del Sud” e a quei tempi, capeggiando una rivolta di contadini, costui riuscì a prendere il potere prima a Naijing e poi a Beijing. La visita a questo sito ha rappresentato un momento di vera sublimazione. La foresta, che finalmente difendeva dal caldo, le enormi statue di animali e guerrieri poste a guardia della tomba del loro signore, la luce dolce del pomeriggio inoltrato sono tra i molti momenti della visita che ricorderemo a lungo.
Suzhou era già nota ai tempi di Marco Polo e di quella fama ne sono rimaste visibili tracce. La città vecchia, nota come “Venezia d’Oriente”, è attraversata da canali e sono diversi gli scorci dove si possono fare paragoni sostenibili con la Serenissima, in alcuni tratti l’atmosfera è addirittura surreale. La Suzhou vecchia è percorsa anche da viali alberati, rari nelle città cinesi che abbiamo visto, ed è piacevole passeggiare tra le vie non enormi (ma comunque zeppe di motorini, carretti, biciclette, motocarri e così via) e costeggiate dalle antiche caratteristiche case. Si spererebbe che l’avanzata dei centri commerciali si limiti alla Suzhou nuova, che sta dall’altra parte della stazione ferroviaria, che risparmi le viuzze popolari ancora ricche di botteghe e artigiani, ma già si notano gli avamposti del lusso, merce che fa impazzire i cinesi arricchiti. La parte più bella di Suzhou è quella più nascosta, cioè i giardini. Questi sono molto piccoli per i parametri cinesi attuali, come se si trattasse di fazzoletti di meraviglia sapientemente piegati ed ordinati. All’ombra di piante secolari o di padiglioni decorati con fregi e intarsi di mogano è possibile fermarsi e ammirare come questi gioielli siano rimasti intatti, direi quasi impassibili, di fronte allo scorrere del tempo e della storia. Per fortuna, grazie alla protezione Unesco, lo rimarranno ancora.
Alcune avventure shanghainesi
1) Eravamo in visita ad un piccolo e bellissimo museo ridotto in uno scantinato di un comprensorio di grattacieli: si trattava del Shanghai Propaganda Poster Art Centre che conserva i manifesti della propaganda politica dell’era di Mao, cimeli che nessun cinese verrà mai a vedere, visto che tutte le didascalie sono scritte solo in inglese. I cinesi hanno vissuto sulla loro pelle gli slogan diffusi da tali manifesti, e sembra proprio vogliano dimenticare. Tuttavia, le sorprese in questo piccolo scrigno prezioso e ricolmo di testimonianze storiche sono state due. Da un lato vedere i manifesti contro l’imperialismo occidentali accompagnati dalla meravigliosa musica del Concerto per violino in re maggiore op. 61 di Ludwig van Beethoven è una esperienza quasi mistica; dall’altro incontrare un noto avvocato torinese, ex presidente del Consiglio dell’Ordine di Torino, proprio in quel luogo, così distante nel tempo e nello spazio dalle mie esperienze al Palazzo di Giustizia “Bruno Caccia” è una circostanza quasi assurda.
2) Finalmente sono riuscita a trovare un ufficio postale aperto: era “dietro” l’università, ben nascosto tra gli alberi. Avevo un bel po’ di corrispondenza cartacea da inviare, così mi sono accomodata su un tavolo di marmo a leccare i francobolli che avevo appena acquistato. Ho notato la guardia che mi osservava con una certa aria piena di compatimento per questa occidentale che non è capace di cavarsi d’impiccio. Così è saltata fuori una piccola ciotola piena d’acqua dove immergere i francobolli e già il mio animo era colmo di gratitudine per l’uomo in divisa, ma ho percepito che mi si dipingeva lo stupore sul mio viso quando la guardia mi ha sfilato il foglio dei francobolli dalle mani e con pazienza ha iniziato a staccarmeli uno ad uno. In questo modo abbiamo organizzato una piccola catena di montaggio: lui staccava i francobolli e io immergevo nell’acqua e incollavo sulla busta o sulla cartolina. Ecco, se nei prossimi giorni vi giungeranno mie lettere o cartoline inviate dalla Cina, sappiate che sono state spedite con l’indispensabile contributo di un tutore dell’ordine cinese.
3) Mentre gironzolavamo per le strade della Concessione francese siamo stati attratti da un negozio di una catena di panetterie in franchising: c’erano cose invitanti, altre meno. Tra le più invitanti per il mio appetito c’era un panino ripieno di una specie di stoppa di legno. Il cartellino degli ingredienti era scritto in cinese e i commessi non parlavano inglese, quindi non abbiamo capito di cosa si trattasse. Presa da fame curiosa ho acquistato il panino ed effettivamente la sua consistenza era quella della stoppa, ma il suo sapore squisito. Si trattava di una specie di tonno, ma dolce. Forse non ne scoprirò mai il nome, ma è una delle cose più buone in assoluto tra le molte eccellenti che ho mangiato da quando sono qui.
Rassegna di giurisprudenza internazionale del mese di agosto 2010
Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 2 agosto 2010. Tutti i diritti riservati
Il simbolo di Shanghai
Shanghai è nel massimo della sua espansione e di certo non mancano a questa città simboli che rappresentano pienamente la voglia di mordere la vita che si respira da queste parti: da una serie spettacolosa di arditi grattacieli (dall’Oriental Pearl Tower alla Jinmao Tower, al Shanghai World Finance Center, conosciuto anche come “cavatappi”) al Bund (lungo fiume con atmosfere d’altri tempi), alle “porte in pietra” della Concessione Francese, al Nampu Bridge, dall’avveniristico Chinese Pavilion allocato nel quartiere dell’Expo, ai mercatini dove vengono offerte ogni tipo di occasioni per acquistare merci, alle tangenziali che si ingarbugliano.
Tuttavia penso che il migliore simbolo di Shanghai sia il fiore che qui cresce in ogni dove: il loto. Ha delle sfumature incantevoli, come questa città.
Perry v. Schwarzenegger
L’infinita storia dei same sex marriage in California ha una nuova, felice, puntata. Il giudice federale Vaughn R. Walker ha stabilito, con una decisione di 138 pagine, che indire un referendum (cioè la Proposition N.8) su un diritto fondamentale, come quello al matrimonio, è discriminatorio (New York Times. Dalla Cina, dove scrivo, l’accesso al sito della Corte federale di S. Francisco è interdetto).
A mio avviso il cuore della decisione risiede nel paragrafo di p. 85: “WHETHER THE EVIDENCE SHOWS THAT PROPOSITION 8 ENACTED A PRIVATE MORAL VIEW WITHOUT ADVANCING A LEGITIMATE GOVERNMENT INTEREST”.
Passeggiando
in un acquarello cinese: Hangzhou
Le viuzze degli hutong
Come
una tigre in gabbia allo zoo di Pechino.
(E’ vero, si va allo zoo di Pechino per vedere i panda che sonnecchiano, ma sono più impressionanti le tigri e i leoni, alienati dalla cattività).
Pechino
Si può descrivere Pechino con diverse parole: i sinonimi del termine “enorme”. Non si abusa mai di questo vocabolo quando si vuole descrivere la Cina, ma nel caso di Pechino, per evitare di essere ripetitivi, occorre variare.
Grandiosa la Grande Muraglia, formidabile la Città Proibita, smisurata Tienanmen, gigantesco il Bird’s Nest, strabordante la folla in visita nei luoghi più famosi della “Capitale del Nord” (questo è il significato del termine Beijing).
Le emozioni di meraviglia e nello stesso tempo di irrilevanza del singolo soggetto di fronte a questi simboli dell’immenso potere dell’Imperatore ieri e del Governo oggi me le tengo per me.
Sorpresa
Mentre ero a Pechino Giappichelli ha pubblicato i lavori dell’incontro di Amicus Curiae dello scorso febbraio sui matrimoni tra le persone dello stesso sesso cui partecipai anche io con il contributo “Il matrimonio come diritto fondamentale per le persone omosessuali tra uguaglianza, riservatezza e autodeterminazione”. Ecco il link a questo E-Book collettaneo.

