Anteprima Postilla: Sudafrica, libertà di manifestazione del pensiero e incitamento all’odio
Nel Sudafrica post-apartheid, magnificato da film come Invictus e dal Waka Waka di Shakira, si fa ancora fatica a fare i conti con il proprio passato. Le tensioni sono tornate forti dopo la condanna dei giorni scorsi per hate speech, incitamento all’odio, di Julius Malema, leader dell’ANCYL (African National Congress Youth League) per aver cantato in pubblico la canzone “shoot the Boer”, rappresentativa della lotta alla repressione durante l’apartheid, ma che incita a uccidere i coloni bianchi (la notizia sul Global Post, sul Business Daily e sul New York Times)
La sentenza del giudice Colin Lamont ha ricostruito il ruolo di questa canzone nella lotta alla repressione bianca tuttavia affermando che se pur essa sia simbolica di un periodo storico, ora non è più accettabile che venga cantata, soprattutto durante le manifestazioni pubbliche, poichè attraverso l’incitamento all’odio, si potrebbe provocare la persecuzione, se non addirittura il genocidio, della minoranza bianca.
Sullo sfondo, infatti, permangono alcuni punti caldi: da un lato in un Paese dove i quattro quinti della popolazione è nera, con tassi di scolarizzazione e occupazione ancora bassi, ci si domanda perchè bisogna evitare la c.d. dittatura della maggioranza, soprattutto se questa maggioranza è stata oppressa per secoli dalla minoranza che ora si cerca di tutelare; dall’altro vi è un gioco politico di alleanze per la riconferma del Presidente Zuma, in precedenza appoggiato anche dal giovane Malema.
Quali sono le reazioni, ora?
Intanto, appena avuta notizia della condanna, fuori dalla Corte i dimostranti hanno cantato nuovamente la canzone proibita rivendicandone così il ruolo storico della medesima, del resto molte delle canzoni simbolo della lotta all’apartheid contengono testi violenti. Nonostante questa violazione non risultano esserci stati arresti, Zuma ha offerto segnali distensivi a Malema, ma questi, sottoposto a una inchiesta interna del suo partito, rimane in silenzio, per ora. New York Times