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“Regionarie” 5stelle: così lo stop del Tribunale di Palermo

Pubblicato su “LaCostituzione.info” qui il 14 settembre 2017

La procedura di selezione dei candidati alle elezioni amministrative del Movimento 5 Stelle è caduta di nuovo sotto la lente della magistratura: come noto il Tribunale di Palermo, il 12 settembre 2017, ha sospeso gli effetti  delle “Regionarie 2017”.

Tale provvedimento si inserisce in una corrente giurisprudenziale che ha visto il Movimento 5 Stelle soccombere di fronte a diversi giudici di merito. A questo proposito si ricordano: Tribunale di Roma (12 aprile 2016), Tribunale di Napoli (14 luglio 2017), Tribunale di Genova (10 aprile 2017) e, adesso, il Tribunale di Palermo. I primi due provvedimenti riguardano l’impugnazione di alcune espulsioni da M5S, gli ultimi due concernono l’esclusione di aspiranti candidati alle elezioni amministrative locali dalle liste di M5S.

Innanzitutto, il tribunale palermitano afferma la natura di associazione non riconosciuta del Movimento Cinque Stelle. Il suo stesso “Non Statuto” disciplina gli elementi essenziali di tale soggetto giuridico dandosi “la finalità di perseguire in collettività finalità comuni, partecipando e manifestando un pensiero culturale, sociale e politico riconducibile al gruppo dei consociati” (p. 3).

Si tratta degli elementi tipici delle associazioni come disciplinate sia dal codice civile, sia dall’art. 49 della Costituzione. Pertanto, sono impugnabili da parte dei singoli associati sia le delibere, sia gli atti degli organi gestori delle associazioni, qualora questi abbiano un contenuto idoneo a pregiudicare i diritti del singolo associato. Su questo punto il provvedimento palermitano è innovativo, perché riconosce un ruolo ad un atto informale quale la comunicazione via email inviata dallo “Staff” del movimento. Nel caso in esame, le email dello “Staff” sono riconducibili ai suddetti atti gestori e sono idonei a pregiudicare i diritti del ricorrente alla vita associativa in qualità di singolo associato, nello specifico nell’esercizio del suo diritto di elettorato passivo esplicitato nella presentazione della candidatura alle “Regionarie”.

La procedura di esclusione del ricorrente dalle “Regionarie” conosce un antefatto relativo alla sua partecipazione alle “Comunarie” della primavera 2017, che va illustrato per chiarire la connessione tra i due eventi e le loro conseguenze all’interno del procedimento di scelta interna dei candidati alle elezioni regionali autunnali 2017.

Con email del 7 febbraio 2017 il ricorrente era stato invitato a sottoscrivere un “codice etico”, ma non vi aveva adempiuto sia per lo stretto preavviso temporale di poche ore con il quale l’avviso era stato mandato, sia per l’impossibilità di analizzare in modo approfondito il suddetto codice comportamentale. In mancanza di tale sottoscrizione, il ricorrente era stato escluso dalla lista dei candidati comunali.

Con email del 23 maggio 2017 lo “Staff” chiedeva al ricorrente di fornire chiarimenti entro 10 giorni a proposito della mancata adesione al codice etico. Il ricorrente rispondeva alla richiesta con email del 30 maggio 2017 spiegando le proprie ragioni.

In assenza di ulteriori comunicazioni, il ricorrente aveva presentato la sua candidatura per la nuova competizione elettorale interna, in vista della formazione delle liste per le elezioni regionali. Tuttavia, il 29 giugno 2017 il ricorrente riceveva una email da parte dello “Staff” con la quale tale candidatura veniva rifiutata in ragione della pendenza di un procedimento disciplinare innanzi al Collegio dei Probiviri dell’associazione stessa; pertanto egli veniva escluso in quanto non candidabile, mentre la selezione veniva effettuata il 4 luglio 2017, ed il 9 luglio venivano proclamati i candidati più votati.

Sul punto, il Tribunale di Palermo afferma che la comunicazione del 29 giugno non conteneva alcuna indicazione specifica sulla rilevanza disciplinare della condotta, né in merito all’avvio del procedimento disciplinare volto all’irrogazione della sanzione. A questo proposito, l’invito a fornire chiarimenti consisteva semplicemente in una sollecitazione a rispondere sul perché non era stato sottoscritto il codice etico. Tale circostanza, di per sé, non costituiva elemento sufficiente ad interferire con l’esercizio diritto di elettorato passivo del ricorrente, cioè a candidarsi, seguendo le procedure stabilite per le “Regionarie”.

Al contrario, l’espletamento delle “Regionarie”, senza la partecipazione del ricorrente, costituiva lesione del suo diritto all’elettorato passivo rispetto al quale la candidatura alle primarie si poneva quale atto prodromico.

In discussione non vi è soltanto il provvedimento di esclusione, ma anche la legittimità dei provvedimenti attributivi dei diritti dei soggetti “vincitori”, che verrebbero travolti dalla caducazione delle “Regionarie”. Infatti, l’atto di proclamazione interna dei candidati ha loro riconosciuto la candidatura ufficiale, relativa al loro diritto di elettorato passivo. Ne consegue che deve essere integrato il contraddittorio nei loro confronti e a tal fine il giudice rinvia l’udienza al 18 settembre 2017.

In conclusione, il giudice stabilisce che è configurabile il diritto alla candidatura dell’associato (sia alle primarie, sia successivamente alla lista ufficiale), quando la scelta dei candidati all’interno della associazione non è discrezionale e insindacabile da parte di un organo interno dell’associazione, ma è disciplinata dalla stessa associazione, seppure in modo scarno, attraverso un regolamento che ne delinea i requisiti minimi per la partecipazione alle primarie.

La protezione costituzionale del cognome quale elemento dell’identità personale

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’11 settembre 2017

Il fatto

Il fatto che ha dato origine al provvedimento adottato dal Tribunale di Napoli concerne una domanda di riconoscimento di paternità fuori dal matrimonio che è stata accolta sulla base di due circostanze: a) non è mai stata contestata l’esistenza di una relazione sentimentale tra la madre di parte ricorrente e il presunto padre; b) il presunto padre si è rifiutato di sottoporsi al test genetico. Sul punto il giudice ha applicato il combinato disposto tra gli artt. 269 c.c. e 116 c.p.c. secondo cui il rifiuto del supposto padre di sottoporsi al test del DNA costituisce argomento di prova a favore dell’accoglimento della domanda. Tuttavia, l’aspetto interessante di questa decisione concerne l’attribuzione del cognome del padre al figlio naturale riconosciuto giudizialmente. Sul punto, il giudice napoletano contribuisce costruttivamente al faticoso dibattito in corso nel nostro ordinamento sulla trasmissibilità del cognome quale elemento identitario.

Le motivazioni del Tribunale di Napoli

Il cuore della decisione, e la relativa massima giuridica, afferma che “il cognome, come parte del nome, è sempre meno strumento di ordine pubblico e sempre più bene morale della persona, rappresentando elemento costitutivo dell’identità personale e quindi oggetto di un vero e proprio diritto tutelato a livello costituzionale”. Il Tribunale napoletano stabilisce quindi che, “considerata l’età della minore, si dispone che (omissis) aggiunga al cognome materno, quello paterno, posticipandolo”. Per argomentare la sua decisione, il Tribunale fa riferimento a una sentenza piuttosto risalente (la n. 2751/2008) dove si afferma che “al fine di decidere se attribuire al figlio il cognome del padre, aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre, il giudice deve valutare, ex art. 262 c.c., l’esclusivo interesse del minore, tenendo conto del fatto che è in gioco, oltre all’appartenenza del minore ad una determinata famiglia, il suo diritto all’identità personale, maturata nell’ambiente in cui egli è vissuto fino a quel momento, ossia il diritto del minore ad essere se stesso nel trascorrere del tempo e delle vicende attinenti alla sua condizione personale, e prescindendo, anche a tutela dell’eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome”.

La sostituzione ovvero aggiunta del cognome e il rapporto tra il figlio e il genitore naturale

Nel caso in commento il giudice ha giustificato la sua decisione evidenziando la giovane età della bambina, non avendo ancora costei acquisito con il matronimico, nella trama dei suoi rapporti personali e sociali, una definitiva e formata identità, ipotesi che sconsiglierebbe l’aggiunta del cognome del padre. Recentemente Corte di Cassazione ha deciso un altro caso di attribuzione del cognome al figlio riconosciuto dal padre naturale molto tempo dopo la sua nascita.

La comparazione tra questa fattispecie e quella in commento è interessante perché suggerisce alcune osservazioni in merito all’opportunità di aggiungere o meno il cognome paterno al matronimico del figlio naturale. I giudici di Piazza Cavour hanno stabilito che “dal momento che il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali della persona, si deve ritenere che la ratio dell’art. 262 c.c. non vada individuata nell’esigenza di rendere la posizione del figlio nato fuori del matrimonio quanto più simile possibile a quella del figlio di coppia coniugata, ma in quella di garantire l’interesse del figlio a conservare il cognome originario se questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale in una determinata comunità” (Corte di Cassazione, 11 luglio 2017, n. 17139, pubblicata in questa Rivista con il commento di V. Piccinini, Riconoscimento successivo del padre: non può dare suo cognome se quello della madre è già segno distintivo d’identità).

Va tuttavia osservato che, con questa pronuncia, la Corte di Cassazione non solo esclude la sostituzione del cognome materno con quello materno, ma addirittura l’aggiunta dello stesso, come richiesto anche dal minore ultradodicenne ascoltato in sede di giudizio di merito. Pertanto, l’elemento temporale tra nascita e riconoscimento materno, con imposizione del matronimico, e successivo riconoscimento paterno ha una significativa rilevanza sia sotto il profilo dell’identità personale in quanto diritto ex art. 2 Cost., sia in quanto fatto, nel senso che costituisce elemento dell’effettivo rapporto tra il figlio e il genitore. Sotto tale profilo, l’aspetto problematico della questione riguarda il fatto che il best interest del minore non può essere considerato statico o stabile nel corso dello sviluppo della personalità del minore, ma può variare. A questo proposito potrebbero sorgere alcune riflessioni inerenti le diverse sfumature che l’influenza del diritto all’identità, alla conoscenza delle proprie origini, al rapporto con entrambi i genitori possono avere sulla valutazione, ad esempio, sia sul best interest del minore, sia sul diritto alla bigenitorialità. Per questo è raccomandabile una attenta disamina della fattispecie concreta caso per caso.

Il cognome quale esclusivo elemento dell’identità: aspetti costituzionali

Seppure il giudice napoletano non vi faccia riferimento esplicito (poiché inerisce al diverso caso della trasmissione del cognome materno nel matrimonio), si vuol fare un breve riferimento alla sentenza della Corte costituzionale n. 286/2016 per suggerire alcune riflessioni sul cognome quale elemento di identità personale, indipedentemente dalle circostanze della nascita della persona nel matrimonio ovvero al di fuori di esso. Affermano i giudici costituzionali che il diritto alla piena realizzazione dell’identità personale ha copertura costituzionale assoluta ex art. 2 Cost. Poiché “il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost” (Corte cost. 286/2016). Tale diritto si inserisce in un panorama giuridico di più ampio respiro.

A questo proposito, è stato garantito costituzionalmente il diritto al mantenimento dell’originario cognome del figlio, anche in caso di modificazioni del suo status derivanti da successivo riconoscimento o da adozione. Tale originario cognome si qualifica, infatti, come autonomo segno distintivo della sua identità personale (Corte cost. n. 297 del 1996), nonché «tratto essenziale della sua personalità» (Corte cost. n. 268 del 2002; nello stesso senso, sentenza n. 120 del 2001). Nello stesso senso si inserisce iul diritto del figlio a conoscere le proprie origini e ad accedere alla propria storia parentale, quale «elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona» (Corte cost. n. 278 del 2013).

Infine, non va taciuto che anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Le corti straniere su temi etici: famiglia, vita privata, nascita e morte

Pubblicato il sul Quotidiano Giuridico

In Inghilterra, in materia di questioni relative al fine vita, il caso di Charlie Gard ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Della sua vicenda sanitaria si sono occupati a vario titolo capi di stato stranieri (come il presidente americano Donald Trump e il Papa), i giornali d’opinione internazionali, la gente comune, che sui social network ha costituito un gruppo denominato “Charlie’s army” attraverso il quale sono state raccolte più di un milione di sterline per consentire il trasferimento del bambino negli Stati Uniti. Tutti questi elementi hanno prodotto una forte pressione sul sistema giudiziario inglese, in particolare sui giudici che, durante i diversi gradi della procedura hanno emanato quattro decisioni da parte delle delle Corti inglesi e una da parte della Corte europea dei diritti umani. Come è noto, il piccolo soffriva di una rara patologia mitocondriale che impediva alle sue cellule di assorbire energia vitale e che pertanto provocava il lento ed insorabile decadimento del suo corpo. I genitori, che si sono sempre rifiutati di accettare quello che pareva essere l’ineludibile destino del bambino, si sono rivolti ad uno specialista americano ed ad altri genetisti che avevano dato la loro disponibilità per l’elaborazione di un protocollo specifico per la sperimentazione di una cura che avrebbe dovuto migliorare le sue sue condizioni di salute, prolungargli l’aspettativa e la qualità della vita, ma che non era mai stata sperimentata in precedenza. A questo proposito, dinanzi a trattamenti non ancora adeguatamente sperimentati si presenta il dubbio etico-giuridico, relativo al bilanciamento dei diritti contrapposti per il minore: è lecito tentare tutto il possibile per la sua sopravvivenza? Anche a costo di correre il rischio di trasformarlo di fatto in una cavia? Accanto a questa sono rimaste inevase altre importanti questioni: da un lato quella relativa la morte di un bambino, oggi considerata “peculiarmente dolorosa” e pertanto inaccettabile, dall’altro l’invadenza della tecnologia nell’allungamento artificiale della vita. I giudici inglesi hanno stabilito che il trasferimento del bambino negli Stati Uniti ai fini di sottoporlo al trattamento mitocondriale non era riconducibile alla tutela del suo miglior interesse perché da un lato non gli avrebbe apportato alcun significativo giovamento, dall’altro non era stato possibile escludere con certezza che il bambino soffrisse e pertanto hanno disposto il distacco delle apparecchiature che lo tenevano artificialmente in vita.
In Francia, dopo la decisione della Grande Camera della Corte europea dei diritti umani del 2015, il caso di Vincent Lambert è tornato di fronte alle alte magistrature francesi. Il contenzioso concerneva la correttezza della procedura che riguardava la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali. Sul punto si è espresso il Conseil d’État dichiarando nulla la sospensione della procedura di distacco dei sostegni vitali poiché la relativa decisione era stata presa nel 2014 da un medico diverso da quello che attualmente ha in cura il paziente, pertanto il procedimento è da rifare (per la terza volta).
In Cile, il Tribunal Constitucional ha stabilito che la recente legge che consente l’interruzione di gravidanza in tre specifice fattispecie non è contraria alla Costituzione cilena. Prima dell’approvazione di tale normativa, l’aborto era totalmente proibito. Le eccezioni riguardano: a) il possibile pericolo di vita per la madre; b) la presenza gravi problemi di salute congeniti del feto; c) il caso in cui la gravidanza sia conseguente ad uno stupro.
Negli Stati Uniti, la Peach County nello Stato della Georgia ha deciso un caso relativo a una coppia che, avendo difficoltà a procreare, si è rivolta a un servizio di riproduzione assistita in Oregon ottenendo cinque embrioni formati con lo sperma del marito e gli ovuli di una donatrice. Due sono stati impiantati nella moglie che ha dato alla luce due bambini, mentre tre sono stati crioconservati. La coppia ha sottoscritto un accordo secondo il quale in caso di divorzio i tre embrioni sarebbero rimasti di proprietà comune, ma nulla è stato statuito in merito al loro utilizzo per gravidanze successive. In sede di divorzio la coppia si è trovata in disaccordo sul destino degli embrioni: la moglie li considerava come figli suoi e progettava di dare alla luce altri fratelli ai figli già nati, il padre non aveva alcuna intenzione di avere ulteriori responsabilità genitoriale o economiche. In primo grado la Corte ha applicato il precedente Davis v. Davis della Corte suprema del Tennessee secondo cui il solo progenitore degli embrioni era il padre, in quanto legato biologicamente con i medesimi, pertanto, considerato il suo diritto costituzionale di decidere o meno di procreare nuovamente, il diritto di decidere sugli embrioni spetta a lui. La moglie ha impugnato la decisione alla Corte Suprema della Georgia.
In India la Supreme Court del Paese ha emanato due decisioni di fondamentale importanza per il riconoscimento della privacy e dell’autodeterminazione. Per quel che concerne la tutela della riservatezza dei dati personali, seppure non espressamente riconosciuta dalla Costituzione, la Corte Suprema ha affermato i dati biometrici dei cittadini raccolti nel processo di scannerizzazione dell’iride al fine di ottenere il documento di identità devono essere protetti da vulnerabilità come l’abuso e la diffusione illegale attraverso la Rete. In un diverso procedimento, la Corte Suprema indiana ha stabilito che il divorzio attraverso la triplice pronuncia del termine “talaq” da parte del marito, viola il principio di uguaglianza tra marito e moglie. Entrambe le decisioni hanno aperto un ampio dibattito nell’opinione pubblica del Subcontinente e va osservato che se quella in materia di privacy è stata adottata all’unanimità dal collegio supremo indiano, quella sul ripudio è stata adottata a maggioranza di tre giudici a favore contro due.

A proposito di guerre di religione

Quest’anno ricorre il quinto centenario dell’affissione delle 95 tesi di Martin Luther sulla porta della cattedrale di Wittenberg. Seguirono due secoli di guerre che insanguinarono l’Europa (e non solo). Cosa ne rimane oggi, in Occidente? La ricerca del Pew Research Center cerca di dare qualche risposta: qui.