Senza la nonna violato il litisconsorzio necessario processuale

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 15 luglio 2021

L’esclusione immotivata della nonna paterna nel procedimento di adottabilità configura violazione del litisconsozio necessario processuale, in quanto la presenza di più parti nel giudizio di primo grado deve necessariamente persistere in sede di impugnazione, al fine di evitare possibili contrasti di giudicati sulla stessa materia contro le medesime parti, a pena di nullità dell’intero procedimento e della sentenza che lo ha concluso, rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità. Così ha stabilito la Cassazione civile con l’ordinanza n. 18282/2021.

Amazon e le Corti USA: le ultime decisioni sulle responsabilità del marketplace e privacy dei minori

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 30 giugno 2021

Il dibattito sull’assunzione o meno del ruolo di intermediario tra acquirenti e venditori sulla propria piattaforma di marketplace e delle relative responsabilità concerne un approccio giuridico estraneo alla prospettiva europea, maggiormente concentrata sulla responsabilità da prodotto difettoso. L’ultima decisione americana ad essere pubblicata riguarda una pronuncia della Corte d’appello del secondo distretto della California che ha applicato l’orientamento maggioritario in materia, e cioè che Amazon è responsabile per i prodotti venduti da terzi e che l’immunità della Sect. 230 della Communication Decency Act non trova applicazione dato che Amazon è il vertice della catena distributiva in quanto agisce da intermediario tra il venditore e l’acquirente. A supporto di tale soluzione la Corte ha osservato che le comunicazioni tra le parti si sono svolte attraverso la piattaforma e non direttamente, nel caso in cui l’acquirente voglia restituire il prodotto acquistato utilizza Amazon e ugualmente può dirsi per i pagamenti. In altri termini, Amazon agisce come un “online marketplace”. Pertanto, alle argomentazioni di Amazon sul fatto di essere un mero service provider, la Corte risponde che Amazon assume l’ordine per il bene, gestisce il pagamento e trasmette l’ordine attraverso la catena logistica”. In sintesi, la Corte ribadisce il modello comunemente utilizzato dalla piattaforme di marketplace (come eBay e Amazon) in quanto essi: a) consentono ai clienti di interagire tra loro; b) registrano gli ordini; c) inoltrano gli ordini dei clienti ai venditori; d) consentono di effettuare il pagamento; e) riscuotono una percentuale sulla vendita. Tuttavia la critica che la dottrina ha rivolto a tale decisione è che la norma di riferimento, cioè la Sect. 230 del Communication Decency Act, non viene adeguatamente discussa né dalle parti, né dal giudice, rimanendo di fatto implicita nel ragionamento svolto dalla Corte.
Contraria a questo orientamento si è manifestata la decisione della Corte d’appello del Nono Circuito secondo la quale Amazon non è responsabile per i prodotti venduti in quanto il suo modello di business non può essere ricondotto ad un marketplace. Sinteticamente, il Nono Circuito ha stabilito che: nella vendita del prodotto che si è rivelato essere difettoso Amazon ha svolto un ruolo comparabile con quello del servizio postale o di un altro corriere: costoro prendono possesso di un prodotto e lo inviano al cliente senza ispezionare la merce proveniente da terze parti. Inoltre, non ha mai acquisito la proprietà dei beni oggetto di transazione e da ciò si deduce che Amazon non possa esserne il venditore. Anche in questa decisione non è stata riservata alcuna rilevanza alla Sect. 230 del Communication Decency Act che garantisce l’immunità da responsabilità agli operatori Internet.
La Corte d’appello del Nono Circuito ha riconosciuto che quando i clienti Amazon acquistano i loro dispositivi Alexa, li configurano e comprano prodotti attraverso tale servizio accettano di stipulare una clausola arbitrale con Amazon, ma tale accordo non è valido per i loro figli minori. Tale principio è il risultato di una controversia promossa da 23 minorenni, rappresentati in giudizio dai loro genitori, i quali hanno citato Amazon sostenendo che Alexa abbia registrato le loro comunicazioni riservate senza il loro consenso. Dato che non sono stati i figli degli acquirenti ad acquistare e attivare gli account di Amazon e i servizi di Alexa, i minori non sono vincolati alla clausola arbitrale. La Corte osserva che seppure generalmente i non firmatari sono comunque vincolati alla clausola arbitrale contrattuale, tale regola non si applica ai ricorrenti minorenni poiché i bambini sono tutelati dalle leggi speciali, che Amazon è tenuto ad osservare, in quanto minorenni indipendentemente dall’esistenza o meno dei contratti oggetto di controversia.

La convenzione matrimoniale trascritta nei registri immobiliari è opponibile ai terzi?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 24 giugno 2021

Ai sensi degli artt. 162 e 163 c.c. affinché la pubblicità relativa alla stipula e alle modifiche delle convenzioni matrimoniali renda le stesse opponibili ai terzi è necessaria e sufficiente l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio iscritto nel registro depositato presso gli uffici del Comune di celebrazione, poiché è presso questi uffici che i terzi interessati hanno l’onere di recarsi per avere conoscenza di come siano stati regolati i rapporti patrimoniali tra i coniugi e non anche presso altri uffici. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. I, sentenza 16 giugno 2021, n. 17207.

Continua l’enforcement della protezione climatica in via giudiziaria: la giurisprudenza comparata

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 16 giugno 2021


In Australia, la Federal Court of Australia ha deciso una causa promossa da otto ragazzi australiani che chiedevano un provvedimento d’urgenza per contrastare una presunta violazione del duty of care cui il Commonwealth Minister for the Environment (Ministro federale dell’ambiente) sarebbe tenuto confronti loro e degli altri bambini australiani. Data la loro minore età, la causa è stata avviata da una suora ottantaseienne dell’ordine delle Suore di Santa Brigida di Victoria. La violazione oggetto della causa riguardava una decisione presa dal Ministro convenuto che ha approvato l’estrazione di carbone da una miniera nel nord del New South Wales da parte della Vickery Coal Pty Ltd contraria all’Environmental Protection and Biodiversity Conservation Act 1999 (EPBC). Si trattava di un progetto di estrazione di di circa 168 milioni di tonnellate di carbone che avrebbe provocato, una volta bruciato, 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Secondo parte attrice, tale estrazione e la conseguente combustione del carbone, avrebbe provocato lesioni significative alla loro salute a causa della loro esposizione all’aggravamento del cambiamento climatico e pertanto l’atto autorizzativo del ministro doveva essere considerato un atto di negligence. La difesa del ministro ha negato che il danno prospettato dai minori possa essere considerato attuale, anzi che sia troppo remoto per essere ragionevolmente prevedibile e quindi considerabile alla luce della disciplina in materia di negligence. Il giudicante, Justice Bromberg, ha affermato che da un lato il ministro abbia un duty of care al fine di evitare decisioni ambientali che possano arrecare danni presenti e futuri alle giovani generazioni, tuttavia non ha concesso il provvedimento d’urgenza richiesto perché non era convinto che il ministro abbia concretamente violato il suo dovere di diligenza approvando il piano estrattivo, tuttavia ha stabilito che il governo ha l’obbligo giuridico di proteggere i giovani dal cambiamento climatico. Dato che l’estrazione carbonifera non è ancora iniziata, né la causa è conclusa, poiché ha riguardato al momento il solo procedimento d’urgenza, il Justice Bromberg si è riservato di esaminare le posizioni di entrambe le parti per qualificare nello specifico le implicazioni del duty of care del Ministro nella decisione relativa all’ampliamento della miniera.

In Olanda, il Rechtbank Den Haag ha ordinato alla Royal Dutch Shell (RDS) di ridurre di almeno il 45% le emissioni di anidride carbonica entro la fine del 2030, rispetto ai livelli del 2019. Si tratta di una decisione rilevante perché per la prima volta una corte ha ritenuto una compagnia petrolifera privata responsabile del cambiamento climatico in corso. La causa è sorta da una azione di gruppo promossa da alcune organizzazioni non governative e da 17 mila cittadini olandesi i quali avevano citato in giudizio la compagnia affermando che la medesima aveva l’obbligo di ridurre i livelli di emissione di anidride carbonica ai sensi del codice civile olandese in ottemperanza alla protezione dei diritto alla vita e del diritto al rispetto della vita privata e familiare (notoriamente principi afferenti alla Convenzione europea dei diritti umani). Le difese della convenuta affermavano che la società aveva quale obiettivo climatico di raggiungere gli standard stabiliti dagli accordi di Parigi riducendo le emissioni globali di anidride carbonica, illustrando i piani per gli investimenti per le tecnologie sostenibili e che non vi fosse alcuna base legale per la causa dato che la soluzione al problema deve essere stabilita attraverso il procedimento legislativo e non dalla magistratura. Il Rechtbank Den Haag affermato che la causa consisteva in un’azione di interesse pubblico e che esiste un “interesse comune a prevenire il cambiamento climatico pericoloso. Pur riconoscendo che ancora non sono previste metodologie definite e concrete con cui le aziende devono attuare l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050, la Corte ha stabilito che la convenuta è comunque tenuta a raggiungere gli obiettivi climatici.

La causa ha assunto un rilevante interesse internazionale dato che essa rappresenta un potenziale precedente per altre azioni legali contro le compagnie petrolifere multinazionali in quanto da un lato siffatta decisione obbliga la convenuta ad attuare un piano di riduzione delle emissioni di anidride carbonica assai più celere di quanto previsto e dall’altro lato la compagnia deve fronteggiare l’aumento della domanda energetica globale, tenendo conto delle emissioni indirette dei suoi clienti globali.

Negli Stati Uniti, la US District Court for the District of Columbia ha negato una ingiunzione preliminare per il blocco del Dakota Access Pipeline richiesto dai rappresentanti dei Sioux di Standing Rock. Secondo la Corte, parte attrice non è riuscita a dimostrare la sussistenza di un danno irreparabile conseguente al proseguimento del funzionamento dell’oleodotto. Si tratta di una struttura che consente il trasporto di 570.000 barili di petrolio al giorno dal North Dakota all’Illinois attraverso un oleodotto sotterraneo di 1.172 miglia da 3,8 miliardi di dollari è entrato in funzione nel 2017 dopo mesi di accese proteste da parte di ambientalisti e tribù di nativi americani. Il gruppo che rappresenta la tribù di Standing Rock Sioux, Earthjustice, ha sostenuto che l’oleodotto è troppo pericoloso per continuare le sue operazioni e che il rischio di una fuoriuscita di petrolio ha un impatto non solo sulle tribù vicine, ma sull’ambiente nel suo complesso. D’altro canto, la compagnia che lo gestisce ha affermato di aver rispettato tutti i requisiti normativi e di sicurezza durante tutto il processo di costruzione dell’infrastruttura. Seppure il giudicante riconosca le ragioni astratte dei querelanti, la legge richiede ai medesimi di mostrare una probabilità concreta di lesioni irreparabili, circostanza al momento non sussistente, pertanto la richiesta di ingiunzione d’urgenza è stata respinta.

Sì all’assegno divorzile alla ex che ha sacrificato le proprie aspirazioni professionali per la famiglia

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 26 maggio 2021

Nell’applicazione dei principi stabiliti dalle Sezioni Unite, sentenza n. 18287/2018, la Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della ex moglie, emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa ex moglie, per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo l’ex marito adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figlio. Tale decisione ha avuto una significativa ripercussione sull’attribuzione delle spese legali. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI – 1, ordinanza 20 maggio 2021, n. 13724.