Seconda Edizione

L’editore Exeo ha pubblicato la seconda edizione del testo “I diritti fondamentali su Internet. Libertà di espressione, privacy e copyright”: qui

Il presente testo analizza in ottica comparativa legislazione e giurisprudenza inerenti la complessa tematica della tutela dei diritti fondamentali in Internet. Essendo Internet paragonabile ad una società a potere diffuso, nessuno degli attori sulla scena è in grado di prendere il sopravvento sugli altri. Alla luce di questa osservazione vengono esaminate le fonti nazionali ed internazionali che riguardano la Rete e le sue più penetranti forme di reperimento e formazione delle opinioni, come Wikileaks, Facebook, Google, i blogger. Altresì vengono trattate le principali correnti giurisprudenziali in tema di bilanciamento di diritti fondamentali quali libertà di manifestazione del pensiero e onorabilità, riservatezza, diritto d’autore e protezione dei consumatori. –

Muslim ban: la reazione delle Corti Federali all’executive order di Donald Trump

Pubblicato sul Quotidiano Giure aggiornato al 2 febbraio 2017

Una delle promesse elettorali del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, il miliardario newyorkese Donald John Trump, riguardava la “messa in sicurezza” dei confini del Paese.Tra le misure adottate in adempimento a tale promessa, il nuovo presidente ha emanato il 27 gennaio 2017 l’executive order 13769 rubricato “Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States”, che avrebbe dovuto impedire l’ingresso di terroristi negli Stati Uniti. Seppure al momento dell’emanazione l’executive order avesse una durata temporale di 90 giorni, secondo quanto previsto dalla Sect.2 c), esso colpiva tutte le persone in entrata aventi determinati passaporti, cioè quelli emanati da Iran, Iraq, Siria, Sudan, Libia, Yemen, Somalia, indipendentemente se fossero stati possessori di regolare permesso di soggiorno (green card) di ritorno nei luoghi di residenza, o per ricongiugnimento familiare, o richiedenti asilo che avessero già ottenuto il visto d’ingresso e così via. Gli unici soggetti esentati erano i possessori di visto diplomatico ovvero legati alla NATO e all’ONU o altri limitati casi.

L’executive order è stato immediatamente e duramente criticato per via della asserita discriminatorietà verso coloro che professano la religione musulmana (infatti, esso è stato identificato dall’opinione pubblica come “Muslim ban”), anche se riguardava cittadini di determinati Paesi, tra i quali però non erano inclusi gli Stati di provenienza degli autori dei notissimi attentati terroristici sul suolo americano, tra cui quello delle Torri Gemelle, richiamato nel preambolo dello stesso order presidenziale, ovvero: “(N)umerous foreign-born individuals have been convicted or implicated in terrorism-related crimes since September 11, 2001, including foreign nationals who entered the United States after receiving visitor, student, or employment visas, or who entered through the United States refugee resettlement program”. Ulteriormente, nel medesimo atto vi sono espliciti riferimenti a pratiche attribuite a certe culture o religioni, ma che in realtà concernono soprattutto specifici comportamenti individuali (the United States should not admit those who engage in acts of bigotry or hatred (including “honor” killings, other forms of violence against women, or the persecution of those who practice religions different from their own) or those who would oppress Americans of any race, gender, or sexual orientation).

Gli effetti di tale order riguardavano la sua immediata applicabilità a soggetti che si trovavano già in viaggio al momento della sua firma e coloro che ne sono stati coinvolti si sono trovati bloccati di fronte ai banchi dell’Immigration Office senza superare i controlli, seppure i loro documenti al momento del decollo dalla località di partenza risultassero regolari.

Di fronte a tale situazione l’executive order è stato impugnato davanti alle corti federali: ne è risultato un contenzioso che è possibile ricostruire come segue.

Darweesh v. Trump: il caso riguarda un contractor che ha collaborato per molto tempo come interprete con l’esercito americano in Iraq. Giunto negli Stati Uniti, nonostante avesse già ottenuto un visto come rifugiato, gli è stato rifiutato l’ingresso nel Paese. La United States District Court for the Eastern District of New York ha emanato temporary restraining order perché gli effetti dell’order presidenziale rappresentano “un pericolo imminente di un danno sostanziale e irreparabile” a tutti coloro in possesso dello status di rifugiato riconosciuto dallo U. S. Refugee Admission Program e ai possessori di visti già legalmente emananti anche se provenienti dai summenzionati Stati. I ricorrenti hanno altresì richiesto la certification per l’espletamento di una class action. Di fronte alla medesima Corte distrettuale sono pendenti altre 14 cause simili.

Doe v. Trump: Questo temporary restraining order emanato dalla United States District Court for the Western District of Washington sospende l’order presidenziale in virtù del quale i ricorrenti erano detenuti dall’US Custom and Border Protection fino al 3 febbraio 2017.

Mohammed v. United States. In questa causa la United States District Court for the Central District of California di Los Angeles ha accolto la richiesta dei ricorrenti di un temporary restraining order sulla base della soddisfacente validazione dei seguenti parametri: 1. una valutazione prognostica positiva della causa nel merito; 2. il rischio di un danno irreparabile; 3. il bilanciamento tra interesse pubblico ed equità a loro favore. Pertanto, il giudice federale ha autorizzato la permanenza dei possessori di un visto per immigrazione sul suolo americano e ha fissato il timetable per la prosecuzione della causa. Tale order non riguarda gli studenti, i viaggiatori d’affari e i turisti.

Louhghalam et al v. Trump, relativa alle istanze di ricorrenti il cui ingresso è stato rifiutato all’aereoporto di Logan (Boston) nonostante fossero possessori di green card. La causa pendente di fronte alla United States District Court for the District of Massachusetts riguarda: 1. il diniego del Due Process; 2. la violazione della libertà religiosa garantita dal Primo emendamento (i ricorrenti sono musulmani); 3. la violazione del principio di uguaglianza; 4. la violazione dell’Administrative Procedure Act e 5. la violazione del Religious Freedom Restoration Act. Il 29 gennaio la Corte ha emanato un temporary restraining order della durata di sette giorni durante i quali espletare l’udienza e verificare il merito.

Sarsour v. Trump (o Cair v. Trump). I ricorrenti promotori di questa causa pendente di fronte allo United States District Court for the Eastern District of Virginia contestano l’order presidenziale perché discriminatorio su base religiosa

State of Washington v. Trump. L’Attorney General dello Stato di Washington, supportato dal Governatore dello stesso stato, contesta la costituzionalità dell’order di fronte allo United States District Court for the Western District of Washington sulla base dei seguenti argomenti: 1. violazione del Due Process Clause, tanto sostanziale quanto processuale, stabilita dal Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti; 2. discriminazione su base religiosa in violazione del Primo Emendamento; 3. violazione delle norme del Immigration and Nationality Act, per quel che concerne sia l’immigrazione, sia il diritto d’asilo; 4. violazione delle leggi federali che ratificano la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura; 5. violazione del Religious Freedom Restoration Act, infine 6. violazione sia sotto il profilo sostanziale sia quello processuale dell’Administrative Procedure Act.

City and County of San Francisco v. Trump. Si tratta di una vertenza pendente di fronte alla United States District Court for the Northern District of California per la violazione del Decimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, secondo il quale i poteri non attribuiti dalla Costituzione al governo federale ovvero non interdetti dalla medesima agli Stati sono di competenza dello Stato federato ovvero del popolo. In altri termini, le istituzioni ricorrenti lamenterebbero una interferenza del Presidente degli Stati Uniti nell’esercizio dei loro poteri.

 

Le nuove decisioni delle Corti su Facebook

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 febbraio 2017

La giurisprudenza nazionale e comparata in materia di Facebook mantiene un costante interesse sia per la varietà delle fattispecie sottoposte ai giudici, sia per l’impatto che l’utilizzo del social network ha sulla vita dei consociati. Ad esempio, una delle attività più diffuse e amate svolte attraverso Facebook è la condivisione di foto con gli amici. Ciò può prospettare questioni di corretta attribuzione del diritto morale e patrimoniale d’autore. A questo proposito, la sezione specializzata del Tribunale di Milano ha affermato che l’uso non consentito, su un sito Internet e su facebook, di una fotografia altrui che presenta l’indicazione delle generalità dell’autore del regime giuridico di circolazione da applicare (creative Commons) dà luogo al risarcimento del danno, che – ricorrendone le condizioni – può essere chiesto anche a mezzo del procedimento disciplinato dal Regolamento (CE) n. 861/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 luglio 2007, per le controversie di modesta entità, art. 7.

In un caso relativo all’applicazione disciplinari sul luogo di lavoro, il T.A.R. Lombardia con l’ordinanza 3 marzo 2016, n. 246 ha escluso la sussistenza del fumus boni iuris ai fini della sospensione dell’efficacia della sanzione della sospensione dal servizio, della durata di un mese, che sia stata irrogata al dipendente dell’amministrazione penitenziaria per aver aggiunto il commento “mi piace” ad una notizia pubblicata su un sito Facebook dalla quale possa derivare un danno all’amministrazione, sebbene la notizia avesse un contenuto complesso.

In Francia, a seguito di un procedimento disciplinare a carico di un avvocato sul quale è stata chiamata a pronunciarsi, la Cour de Cassation ha condiviso la decisione della Corte di merito secondo cui l’amicizia data su Facebook designa le persone che accettano di entrare in contatto nella rete sociale, ma tale amicizia non è equiparabile nel senso tradizionale del termine e che l’esistenza di contatti tra persone differenti attraverso questo intermediario non è caratterizzato da significati particolari: il social network semplicemente è unm ezzo di comunicazione specifico tra persone che condividono centri di interessi, nel caso in esame la stessa professione.

In Irlanda del Nord, la Queen’s Bench Division della High Court of Justice in Northern Ireland ha trattato un caso di “revenge porn” effettuato via Facebook. Il “revenge porn” è una locuzione in lingua inglese che indica la pubblicazione sui social network o Internet di fotografie o video personali che riprendono situazioni intime diffuse senza il consenso delle persone coinvolte allo scopo di vendicarsi di un rifiuto, di cyberbullismo e similari. Il caso in esame riguarda una 14enne che ha agito contro Facebook al fine di otterenere il risarcimento del danno per violazione della riservatezza, colpa e violazione del Data Protection Act. Parte attrice ha affermato che una sua foto che la ritraeva nuda, ottenuta con estorsione, è apparsa sulle loro pagine in diverse occasioni. Altresì la ricorrente ha agito contro l’uomo che ha postato la foto quale forma di “revenge porn”. Nonostante l’opposizione, il giudice ha ordinato a Facebook di sospendere gli account diffusivi delle immagini e al contempo di conservarle come prova a fini penali.

In Australia, i membri di una comunità locale si sono accordati che in caso di diffamazioni o scortesie l’autore sia obbligato a scusarsi pubblicamente attraverso la pagina Facebook della comunità entro sette giorni dall’evento offensivo. Tuttavia ciò non ha escluso il sorgere di ulteriore contenzioso. Infatti, la controversia trattata dalla Court of Appeal del Nuovo Galles del Sud riguarda le modalità di pubblicazione delle scuse, cioè se esse siano state rispettose delle clausole previste dall’accordo comunitario. I giudici hanno risolto la questione applicando le norme del codice di procedura civile in materia di giuramento.

In Sud Africa, la North Gauteng High Court di Pretoria ha riconosciuto il risarcimento del danno per lesione d’immagine e diffamazione in una vertenza tra due soggetti nata per questioni di vicinato che si è poi trasferita su Facebook con pesanti insulti e accuse infamanti. Tale vicenda ha costretto l’attore a trasferirsi altrove. La Corte ha accolto la richiesta di risarcimento del danno per violazione della reputazione e della dignità della parte attrice ordinando il pagamento di 350.000 Rand Sudafricani (circa 24 mila euro) entro 14 giorni dall’emanazione della decisione.

In Canada, lo Human Rights Tribunale of Ontario ha autorizzato una parte a “notificare” un atto processuale di causa alla controparte attraverso Facebook poiché il convenuto risultava essere sconosciuto all’indirizzo di abitazione dichiarato. Senza ulteriori notizie su quale fosse il suo nuovo indirizzo, il giudice ha deciso di fare riferimento al profilo Facebook del destinatario dell’atto.