Il conflitto di interessi sull’uso del simbolo del M5S: la decisione del tribunale di Genova

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Free speech e Internet governance: la recente giurisprudenza delle Corti straniere

Pubblicato l’11 gennaio 2018 sul Quotidiano Giuridico

Negli Stati Uniti un soggetto ha agito contro Facebook e diverse altre società di informazione quali CNN, PBS e NPR dopo che il noto social network ha sospeso il suo account per l’asserita diffusione di spam. Infatti il ricorrente aveva postato articoli e commenti relativi a dichiarazioni dell’esponente dell’Amministrazione Trump Kellyanne Conway su un presunto “Bowling Green Massacre”, in realtà mai avvenuto, che avrebbe dovuto giustificare l’adozione, su iniziativa presidenziale, del c.d. “travel ban” dei viaggiatori provenienti da sette paesi a maggioranza mussulmana. Il ricorrente ha fondato la sua azione legale sulla violazione del I, del IV e del XIV Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (i quali rispettivamente riguardano in questo caso la libertà di manifestazione del pensiero, la tutela della privacy e il principio di uguaglianza).

La New Jersey District Court, nella persona del Justice John Michael Vazquez, ha accolto l’istanza dei convenuti di dichiarare inammissibile il ricorso perché i principi costituzionali richiamati si applicano verso enti ovvero soggetti pubblici e governativi, ma non ai privati, sottolineando che Facebook e le altre compagnie di informazioni non possono essere considerati enti governativi.

Come si ricorderà, nell’importante controversia Equustek v. Datalink la Corte Suprema Canadese confermò il principio giuridico che l’ordine di un giudice nazionale (canadese) di cancellare dalle ricerche di Google i link a materiali violativi di segreti commerciali e concorrenza sleale poteva essere fatto eseguire anche presso altre giurisdizioni nazionali, stabilendo giuridicamente la valenza globale delle decisioni canadesi e una a-territorialità della giurisdizione in materia di Internet (Google Inc. c. Equustek Solutions Inc., 2017 CSC 34 (CanLII). Il passaggio giuridico successivo ha visto la società Equustek chiedere l’esecuzione dell’ordine in Canada, ma Google si è opposta agendo presso la United States District Court, N.D. California, San Jose Division degli Stati Uniti nel tentativo di depotenziare tale ordine, poiché contrario alle disposizioni del Communication Decency Act, in particolare il paragrafo 47 U.S.C. 230. Al momento la corte californiana ha deciso a favore di Google emanando una preliminary injuction secondo cui da un lato, le obiezioni di Google in materia di limitazioni contrarie alla legge americana sulla libertà di espressione su Internet provocate dall’applicazione dell’ordine canadese sarebbero fondate, causando danni irreparabili qualora applicato; mentre dall’altro lato vi è uno sbilanciamento tra le posizioni delle parti, mentre l’emanazione dell’ingiunzione preliminare è nel pubblico interesse. A questo proposito, si ricorda che la Section 230 del Communication Decency Act rende immuni e neutrali gli ISP dalla responsabilità conseguente dalla pubblicazione di contenuti illeciti provenienti da terze parti.

Nel caso in esame i giudici californiani hanno ulteriormente argomentato sostenendo che è fuor di dubbio che Google sia un ISP neutrale ai sensi della citata Section 230 del Communication Decency Act, che l’ordine canadese renderebbe Google responsabile come editore o autore di materiali provenienti da terzi (nel caso in esame da Datalink, che ha fornito le informazioni contestate) e che tratterebbe Google come un editore, obbligandolo a cancellare materiali di terzi dai risultati delle sue ricerche, fattispecie impedita dal summenzionato Communication Decency Act. Si attende lo svilupparsi della causa nel merito, soprattutto per quel che concerne l’accoglimento ovvero il rigetto di istanze applicabili globalmente.

In Francia, il Tribunal de Grande Instance di Parigi ha condannato l’associazione “La Manif pour tous” per aver plagiato una pubblicità social della “Société protectrice des animaux”. I convenuti sostenevano che fosse protetto dal diritto di libertà di manifestare il pensiero nonché dal diritto di satira utilizzare gli slogan e le fotografie, pur se modificate, della campagna animalista per contestare la gestazione per altri. Il tribunale francese ha invece stabilito che siffatto comportamento non rappresenta l’esercizio del diritto di satira, anzi riutilizzare in modo parassitario una campagna di successo altrui integra la violazione del diritto d’autore, non essendo stati riscontrati elementi di satira o provocatoriamente umoristici. Pertanto, il TGI ha condannato l’associazione “La Manif pour tous” a risarcire 15 mila euro di dommages-intérêts e 4 mila di spese legali, a fronte dei 200 mila euro pagati dalla società per la protezione degli animali per la sua campagna pubblicitaria.

Contratti, risarcimento del danno e class action: il conflitto di giurisdizione in common law

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico il 4 gennaio 2018

Nel primo caso, in Inghilterra, la Supreme Court of United Kingdom ha deciso su una questione risarcitoria presentata dalla vedova della vittima di un incidente stradale occorso a lei e ai suoi familiari durante una vacanza in Egitto, mentre erano diretti ad Al-Fayoum con una autista prenotato attraverso l’hotel presso il quale erano ospiti. La signora superstite ha fatto causa per ottenere: (i) danni per le lesioni personali sue e in qualità di esecutrice del defunto marito, (ii) danni ai sensi della Law Reform (Miscellaneous Provisions) Act 1934 e (iii) danni per il suo lutto e per il lucro cessante ai sensi del Fatal Accidents Act 1976. Tuttavia, secondo la Corte, la domanda non è accoglibile perché, dato che l’evento luttuoso era accaduto al di fuori della giurisdizione inglese, preliminarmente occorreva che: 1. il caso rientrasse nei casi stabiliti dal “Practice Direction 6B – Service out of the Jurisdiction” delle Civil Procedure Rules, in particolare dal paragrafo 3.1 “Service out of the jurisdiction where permission is required”, 2. che l’azione avesse una ragionevole prospettiva di successo e che 3. la domanda fosse presentabile in Inghilterra o in Galles. Alla luce di ciò la Corte ha confermato che i punti 2 e 3 della domanda attorea non fossero accoglibili poiché a) la società controllante dell’albergo egiziano ha chiarito che al momento dell’incidente l’albergo era di proprietà di una diversa società; b) il Fatal Accidents Act 1976 si applica soltanto a sinistri regolati dalla diritto inglese, mentre all’incidente dovuto alla presunta negligenza del conducente dell’auto era applicabile la legge egiziana. Tuttavia, rimane spazio per la valutazione del punto 1, relativamente alla possibilità di risarcimento relativo all’illecito ai sensi del paragrafo 3.1 delle summenzionate Practice Direction 6B per le lesioni personali direttamente subite da parte attrice e, in qualità di esecutrice, al defunto marito. Sul punto la Corte Suprema risponde positivamente, poiché sussiste una corrente giurisprudenziale di merito delle corti inglesi e gallesi che riconosce il risarcimento del danno a seguito di lesioni inflitte all’estero, tuttavia tali danni vanno individuati e quantificati in una causa differente.
In Canada, la British Columbia Supreme Court ha riconosciuto la legittimazione di una azione giudiziaria per violazione dei diritti umani da parte di società canadesi operanti nelle miniere dell’East Africa. Si tratta di una decisione in controtendenza rispetto alla giurisprudenza più recente che era particolarmente restrittiva nel delineare le classi di attori idonee a perseguire il medesimo interesse, nonché più rigorosa nell’individuare i requisiti di residenza previsti dal Class Proceedings Act. Nel caso in esame i ricorrenti erano tre cittadini eritrei, aventi lo status di rifugiati. Nel 2014 gli attori iniziarono la causa contro una compagnia mineraria del British Columbia operativa in Eritrea affermando di essere stati sottoposti a lavoro forzato nelle miniere eritree dallo Stato e dai militari che avevano instaurato accordi con la compagnia canadese. Gli attori richiedevano il risarcimento del danno per il periodo di lavoro forzato dal 2008 fino al momento della causa sulla base della violazione del diritto internazionale consuetudinario. La compagnia convenuta si costituiva eccependo il difetto di giurisdizione, che l’immunità garantita dall’ “act of state doctrine” impediva l’accoglimento della domanda attorea, che la violazione del diritto consuetudinario internazionale non costituisse una ragione giuridica idonea e che il caso non appropriato per essere portato in giudizio come class action. Il giudice di primo grado aveva rigettato le prime tre eccezioni di parte convenuta, ma accolto la quarta, così gli attori hanno riassunto la causa individualmente.
La Corte Suprema del British Columbia ha invece stabilito che la causa non può essere radicata in Eritrea, visto che i tre ricorrenti non possono tornare essendo rifugiati politici in Canada. Relativamente all’argomentazione sulla violazione del diritto internazionale consuetudinario, che proibisce schiavitù, torture e crimini contro l’umanità, esso ha valore di jus cogens, vincola tutti gli Stati e non permette eccezioni, neppure per le società commerciali.
Per quanto concerne la rappresentanza processuale, la Corte Suprema ha confermato che i tre ricorrenti non possono raggrupparsi in un’azione di classe, date le differenze tra le ragioni e le rivendicazioni di ciascuno di essi.
L’importanza di questa decisione risiede nella circostanza che si tratta del primo caso in cui una società canadese è stata condannata da un giudice nazionale per violazioni del diritto internazionale consuetudinario all’estero.

Americans are ok denying service to same-sex couples, but not for the reasons you expect — Quartz

In June, the US Supreme Court is expected to hand down a decision about whether Masterpiece Cakeshop owner Jack Phillips was within his constitutional rights to refuse to make a wedding cake for a gay couple because their marriage conflicts with his Christian beliefs. Americans are a split on the matter. Yet it has little…

via Americans are ok denying service to same-sex couples, but not for the reasons you expect — Quartz