Le corti USA, il COVID-19 e le elezioni presidenziali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’8 ottobre 2020

Negli ultimi mesi, già afflitti dal COVID-19, la campagna elettorale presidenziale americana è stata condizionata dalla pandemia e dai provvedimenti giurisdizionali relativi alle modalità di svolgimento delle primarie e dell’esercizio del diritto di voto.
In Texas, la Texas Supreme Court ha confermato il rifiuto del sindaco di Houston di ospitare in presenza il 13 luglio 2020 la convenzione del partito repubblicano texano a causa dell’epidemia di COVID-19. La Corte ha respinto la richiesta dichiarandosi carente di giurisdizione sulla base della Sect. 273.061 del Texas Election Code. Nelle intenzioni dei leader del partito locale, il congresso avrebbe dovuto svolgersi dal 13 al 18 luglio 2020 al George R. Brown Convention Center di Houston, avente 2600 posti a sedere, con il conseguente rischio di assembramento di migliaia di persone. Di fronte a siffatto rischio, il sindaco ha annullato la convenzione in presenza. Successivamente, il partito repubblicano locale ha organizzato la mannifestazione online.
Sempre in Texas, la US Court of Appeals for the Fifth Circuit ha rigettato l’istanza di estendere agli elettori più giovani residenti in Texas la possibilità di votare via posta alle elezioni presidenziali di novembre. La proposta, presentata sulla base del Twenty-Sixth Amendment rights e del Texas Election Code § 82.033 che consentono esclusivamente ai malati, ai disabili e agli ultra 65enni di votare via posta. Tale istanza si poneva l’obiettivo di mitigare la possibile diffusione del contagio da Covid-19. La Corte ha rigettato la richiesta sulla base di due considerazioni: a) il Texas sta predisponendo ogni precauzione necessaria affinché il rischio di contagio venga ridotto durante lo svolgimento delle elezioni; b) l’assenza di immunità contro il COVID-19 non è considerabile una “disabilità” ai sensi della definizione stabilita dall’Electoral Code.
La United States District Court Southern District of Texas ha bloccato l’approvazione del disegno di legge relativo alla modifica delle modalità di voto. In dettaglio, il House Bill 25, se approvato, avrebbe eliminato la possibilità per l’elettore di scegliere in blocco i candidati del proprio schieramento apponendo un solo segno sul simbolo del partito. Secondo i promotori di tale disegno di legge, impedire il voto in blocco avrebbe consentito agli elettori di informarsi meglio sui singoli candidati e a partecipare più attivamente alla vita politica. A parere del giudice, invece, tale modifica avrebbe soltanto allungato i tempi di attesa, con conseguente formazione di assembramenti e rischio di ulteriore diffusione del Covid-19.
In Illinois, la United States District Court for the Seventh Circuit ha confermato un ordine che imponeva il blocco delle riunioni con più di 50 persone, rigettando una impugnazione del partito repubblicano contro l’executive order del governatore dello stato che delineava i comportamenti da seguire in ossequio a requisiti di salute pubblica. Secondo la summenzionata istanza, l’ordine del governatore limitava la libertà di religione e di parola, entrambe protette dal First Amendment. In subordine, i ricorrenti si dolevano di stare subendo una discriminazione fattuale rispetto alle manifestazioni degli attivisti di Black Lives Matter. Tuttavia, il giudicante asseriva che quest’ultima asserzione non fosse supportata da prove che dimostrassero l’avvenuta discriminazione. Le argomentazioni del giudicante rigettavano entrambi gli argomenti sostenendo che, se l’esenzione dal limite alla partecipazione superiore a 50 persone alle riunioni per il libero esercizio della libertà religiosa fosse stata ritenuta incostituzionale, i ricorrenti sarebbero stati liberi di riunirsi in qualsiasi numero avessero desiderato; ma quando si verifica un trattamento discriminatorio di due gruppi, lo Stato è libero di bilanciare il trattamento come meglio crede. Se ci fosse stato un problema con l’esercizio religioso (e il giudicante negava comunque la sussistenza di tale problema), lo Stato avrebbe potuto imporre anche alle riunioni religiose un limite obbligatorio di partecipanti e ciò non avrebbe migliorato le condizioni dei ricorrenti.
In Louisiana, la United States District Court, Middle District of Louisiana ha emanato un ordine di proroga del periodo di votazione anticipata delle elezioni di novembre per un arco di tempo variabile dai 3 ai 10 giorni, fondando la decisione sulle preoccupazioni legate al Covid-19. Con il medesimo provvedimento, il giudice ha altresì ampliato la possibilità di votare per coloro che fossero stati assenti durante il periodo elettorale. Secondo il giudicante i timori di una frode elettorale conseguente all’abbassamento di restrizioni, privo di prove concrete, rappresentano un onere ingiustificato all’esercizio del diritto costituzionale di voto.
In Wisconsin, la US Court of Appeals for the Seventh Circuit ha confermato la proroga di sei giorni del termine di un tribunale federale per le votazioni per assenti nel Wisconsin. L’impugnazione contro la decisione della corte inferiore era stata presentata da esponenti del partito repubblicano del Wisconsin. La Corte d’appello distrettuale ha confermato la proroga del termine per la registrazione online e per posta dal 14 ottobre al 21 ottobre 2020, nonché la proroga del termine per la consegna delle schede per assenti via posta dal 22 ottobre consentendo la consegna e l’accesso online entro il 29 ottobre; e ha prorogato il termine per la ricezione delle schede per posta dal 3 novembre (giorno delle elezioni) al 9 novembre, a condizione che le schede siano state timbrate entro il 3 novembre.

Nuova puntata della Uber-saga: la Magistrates’ Court di Londra riaccende i motori dei driver

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 5 ottobre 2020

Come è noto, Uber London Limited è protagonista di un complesso contenzioso di fronte alle corti inglesi. Esso è articolato in più procedimenti giudiziari. Quello più noto inerisce lo status dei lavoratori, cioè se i driver siano considerabili lavoratori subordinati ovvero autonomi (tale causa è pendente di fronte alla Corte Suprema del Regno Unito); mentre quello oggetto della decisione della Magistrates’ Court concerne la sussistenza dei requisiti necessari per l’ottenimento della licenza relativa all’esercizio dell’attività di operatore di noleggio privato di veicoli. Questa specifica lite è assurta all’onore delle cronache internazionali perché l’autorità competente per i trasporti londinesi (Transport for London) non aveva rinnovato detta licenza di durata quinquennale già nel 2017 citando problemi di sicurezza e ritenendo Uber un soggetto inadatto e inadeguato per ottenere siffatta licenza. I punti critici oggetto di contenzioso riguardavano soprattutto i requisiti di sicurezza. Tale vertenza aveva visto un altra decisione del 2018 con la quale Uber veniva provvisoriamente autorizzato ad operare sub judice migliorando i propri standard di sicurezza.
A questo proposito, il tribunale aveva rilevato prove non contestate di una serie di violazioni delle condizioni e dei regolamenti di licenza, considerate così gravi da compromettere la sicurezza pubblica, commesse da Uber nei di 15 mesi concessi in prova da una pronuncia d’appello nel 2017. Siffatte violazioni riguardavano la governance della piattaforma utilizzata dai driver di Uber, il sistema di verifica dei documenti dei driver e del blocco dei conducenti che non effettuavano viaggi oltre un certo limite di tempo, l’impossibilità per le autorità stesse di controllare il software di Uber. A seguito di ciò Uber si è impegnata a rispettare i 21 punti predisposti dai giudici. In sintesi, essi riguardano la collaborazione con le autorità dei trasporti (Transport for London) e di polizia (Metropolitan Police Service) attraverso regolari report mensili sulla sicurezza e trasparenza informativa del rispetto dei protocolli concordati con le summenzionate autorità, il controllo in tempo reale dell’identità dei driver, dei loro precedenti e della casistica degli incidenti loro occorsi, nonché l’impedimento di “subappalti” del servizio erogato e la stipula di una assicurazione appropriata.
Ciò che rileva in questa decisione, ed è particolarmente interessante, è la motivazione con il quale il giudice ha acconsentito al rinnovo temporaneo della licenza di Uber, con l’accordo di Transport for London, nonostante l’opposizione dell’associazione di categoria dei tassisti, costituitasi in giudizio. Nonostante i “loro fallimenti storici” e seppure la “perfezione non esista”, il giudicante ha rilevato che al momento Uber è un soggetto adatto e adeguato a ottenere una licenza di noleggio privato di autoveicoli (“Despite their historical failings, I find them, now, to be a fit and proper person to hold a PHV licence”). Infatti, il test di “fit and proper person”, cioè di soggetto adatto e adeguato, non è un test di perfezione, ma è diretto ad assicurare che il richiedente la licenza possegga le qualità soggettive in grado di svolgere quel ruolo e quel servizio per il quale ha chiesto l’autorizzazione.
Sul punto, conclude il giudice, è necessaria una visione olistica. (“A holistic view is required”), confermando il pragmatismo della mentalità giuridica di common law in grado di considerare tutti gli aspetti connessi ad una problematica apparentemente settoriale. Altresì, va sottolineato che tale decisione è conseguente alla posizione assunta da Transport for London: non in contrapposizione frontale contro Uber, ma relativa alla richiesta di controllo sui requisiti necessari per lo svolgimento dell’attività. Tale prospettiva si contrappone con un autorevole precedente in materia, cioè Hope and Glory ([2009] EWHC 1996 (Admin), [2011] EWCA Civ 341, secondo cui il compito del giudice relativo alla decisione sul rifiuto (ovvero sull’autorizzazione) di una licenza può essere giusta o sbagliata, tertium non datur; mentre nel caso in esame si tratta di un controllo progressivo sulla sussistenza delle caratteristiche di “proper and fit person” di Uber. A maggior ragione, si evidenzia che nella decisione del 28 settembre 2020 il giudice concede il rinnovo a Uber per soli (e ulteriori) 18 mesi, cioè un rinnovo della “messa alla prova”.
I primi commenti della dottrina si sono espressi in modo critico su questo provvedimento, perché il giudicante non ha preso posizione né in un senso (a favore di Uber), né in un altro (a favore di TfL), infatti non si riscontrano precedenti analoghi, se non nei due appelli riguardanti proprio il contenzioso in questione sulla licenza di Uber. Tuttavia, ciò ha dimostrato che la strategia “cooperativa” di Uber, relativa alla riparazione della violazione e all’impegno a modificare il proprio comportamento, si è rivelata vincente. I punti critici conseguenti a questa decisione sono (almeno) due: da un lato se altri licenziatari di concessioni pubbliche possano subire così poche conseguenze negative a seguito delle violazioni commesse. Dall’altro lato, alla luce di ciò, ci si può chiedere quale effetto deterrente possano avere le sanzioni, come la revoca della licenza, se poi non vengono effettivamente comminate.

E-commerce: l’approccio conservatore delle corti straniere su Amazon

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico il 30 settembre 2020

Negli Stati Uniti, la California Fourth District Court of Appeals ha stabilito che Amazon può essere ritenuta responsabile per la vendita di prodotti difettosi avvenuta sul proprio Marketplace. Il caso riguardava i danni subiti da una cliente che aveva acquistato una batteria sostitutiva per laptop da una terza parte, la quale però fruiva dei servizi della piattaforma di Amazon. A seguito dell’esplosione della periferica, la cliente subiva ustioni di terzo grado. Dalla narrativa processuale si evince che il venditore veniva identificato come “E-Life”, tuttavia si trattava di un nome fittizio utilizzato su Amazon da Lenoge Technology (HK) Ltd. Amazon ha addebitato a parte attrice l’acquisto, ha recuperato la batteria richiesta in un suo magazzino, ha preparato la batteria per la spedizione in una confezione con il suo marchio e l’ha inviata alla cliente.
Dopo essere stata ferita dall’esplosione, avvenuta diversi mesi dopo l’acquisto, costei ha citato in giudizio Amazon e diversi altri imputati, tra cui il produttore Lenoge, adducendo cause di azione per responsabilità oggettiva da prodotto, negligence, nonché inadempimenti rispetto alle garanzie cui è tenuto il produttore. I giudici di prime cure avevano accolto le difese di Amazon, e cioè che la piattaforma “Amazon Marketplace”, nonostante condividesse strumenti tecnici e pubblicitari con i vari venditori, non fosse paragonabile al venditore autonomo del prodotto.
Al contrario, i giudici d’appello hanno ribaltato la decisione affermando invece che Amazon è stata fondamentale per la vendita di batterie per laptop nel caso in questione. La Court of Appeals ha affermato che “(Q)ualunque sia il termine che usiamo per descrivere il ruolo di Amazon, che si tratti di “rivenditore”, “distributore” o semplicemente “facilitatore”, essa è stata fondamentale per consegnare il prodotto al consumatore che l’ha ordinato. In altri termini, Amazon si è collocata tra produttore e cliente nella catena di distribuzione del prodotto in questione. In base ai principi stabiliti di responsabilità oggettiva, Amazon va ritenuta responsabile se un prodotto, venduto attraverso il suo sito web, risulta essere difettoso. La responsabilità oggettiva qui invocata offre la massima protezione alla parte danneggiata, mentre non aggrava la posizione dei convenuti, poiché costoro possono regolare i costi di tale protezione tra loro, nel corso delle relazioni continuative conseguenti alle loro attività commerciali.
Amazon sta ora affrontando diverse altre cause legali sia per prodotti difettosi sia per violazione del diritto d’autore. Per esempio, la Western District Court of Washington ha deciso le istanze, prima separate poi riunite, degli eredi di importanti compositori (Harold Arlen, Ray Henderson e Harry Warren) i cui brani sono stati oggetto di molte cover. Nella fattispecie i convenuti hanno effettuato copie amatoriali non autorizzate delle registrazioni delle composizioni protette da copyright, compilando interi album al fine di vendere e distribuire tali registrazioni a prezzi inferiori a quelli delle registrazioni legali su Amazon.
Amazon si è difesa respingendo le pretese delle parti attrici in merito alla violazione del loro diritto esclusivo di distribuzione. Amazon ha sostenuto che la causa in parola non era legalmente fondata perché il diritto di distribuzione ai sensi del Copyright Act richiede l’effettiva diffusione delle copie illegali mediante vendita o altro trasferimento di proprietà o tramite noleggio, leasing o prestito. Il tribunale ha accolto tale difesa, ritenendo che la distribuzione richiedesse un’effettiva diffusione di copie o registrazioni o il trasferimento da un computer all’altro di un file contenente la copia, e ha respinto le rivendicazioni. La Corte ha ritenuto fondamentale che quando un’opera protetta da copyright è resa disponibile per il download attraverso una rete di condivisione di file, siffatti download possono avvenire a piacimento, soddisfacendo così l’effettiva caratteristica della diffusione. Poiché il download dal negozio di musica digitale di Amazon avviene solo dopo che il cliente ha pagato per il download, il requisito della diffusione non è integrato per il semplice fatto di aver reso il file protetto disponibile alla vendita. Il testo del Copyright Act definisce il concetto di “pubblicazione” in modo da includere non solo qualsiasi offerta di distribuzione, ma solo offerte “di distribuire copie o registrazioni sonore a un gruppo di persone per scopi di ulteriore distribuzione, esibizione o esposizione pubblica”, mentre l’istanza dei querelanti non concerneva la circostanza che Amazon distribuisse le copie non autorizzate delle musiche protette da copyright per i summenzionati scopi.
In Canada, l’Ontario Court of Justice ha deciso una causa familiare sul mantenimento dei figli utilizzando quali prove dei redditi del padre obbligato le classifiche di vendita dei libri scritti dal genitore, testi “best seller” su Amazon.

Il duty of care nel common law britannico: alcune recenti sentenze

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 24 settembre 2020

Nel common law britannico il duty of care è stato riconosciuto quale principio giuridico dopo che una cliente aveva vinto una causa intentata contro un barista per averle servito una bottiglia di ginger ale con una lumaca decomposta al suo interno, e non contro il produttore della bibita, provocandole danni fisici e psicologici. Si tratta del noto caso Donogue vs Stevenson [1932] UKHL 100 (26 May 1932).

Da allora, con l’espressione “duty of care” si intende il dovere di cura e vigilanza verso gli altri consociati contro atti che potrebbero ledere illecitamente la loro integrità. Dato che si tratta di una regola dalle ampie applicazioni, recentemente essa è stata applicata anche per circostanze lesive accadute all’estero.

Così è avvenuto nel caso Begum v Maran deciso dal Queen’s Bench della High Court promosso dalla vedova di un operaio deceduto mentre lavorava al disarmo di una petroliera sulla spiaggia di Chittagong/Chattogram, in Bangladesh.

Come è noto, si tratta di operazioni molto pericolose e inquinanti, a causa della presenza di materiali altamente tossici quali asbesto, residui di idrocarburi e minerali pesanti, “subappaltate” in specifiche località di paesi poveri, ove le condizioni lavorative sono molto dure. Grazie all’intervento di una NGO, la vedova è riuscita a portare la sua doglianza di fronte ai giudici della High Court inglese nonostante costei non conoscesse neppure il nome del datore di lavoro bengalese, ma solo quello della petroliera in disarmo. Attraverso siffatta informazione è stato possibile risalire alla registrazione dello scafo (di proprietà di una società registrata in Liberia) facente parte di un gruppo societario delle Isole Cayman che a sua volta impiegava contractor indipendenti iscritti negli specifici registri britannici come fornitori di servizi di disarmo navale. La causa è stata pertanto intentata contro questi ultimi.

Nonostante il lungo peregrinare dello scafo prima di raggiungere il luogo della sua demolizione, parte attrice è riuscita a dimostrare che il convenuto conoscesse le condizioni della nave e avesse concluso un contratto vantaggioso per lo smantellamento, proprio perché questo sarebbe stato effettuato in Bangladesh invece che in altri siti dalla migliore reputazione nella protezione dell’ambiente e delle condizioni di lavoro presenti in Cina o in Turchia.

L’elemento decisivo per relazionare il duty of care con l’appropriato nesso di causalità, difficile e vago da stabilire, specie in casi come questo ove l’extraterritorialità sembrerebbe garantire una sorta di aspettativa di impunità, viene elaborato sull’evidenza fattuale relativa al potenziale pericolo connesso allo svolgimento di mansioni lavorative richieste in condizioni come quelle di Chittagong/Chattogram. Pertanto, in tali situazioni, nonostante la difficoltà di analizzare le summenzionate condizioni sotto la tradizionale interpretazione restrittiva in materia di correlazione tra l’atto accaduto e la specifica omissione di controllo, la Corte ha stabilito che il fatto stesso di aver incaricato lo smantellamento di quella petroliera in quel luogo configura l’esposizione del lavoratore in un rilevante pericolo di infortunio mortale.

Da un punto di vista delle norme applicabili (britanniche invece che bengalesi), il giudice spiega che tale enforcement è possibile attraverso il Regolamento CE/864/2007, art. 7, in materia di danni ambientali, dato che la petroliera è stata dismessa su una spiaggia, a contatto con l’ambiente marino senza le opportune protezioni, nonostante il rischio di danni ambientali in conseguenza della presenza di idrocarburi e asbesto. Per quel che concerne il common law, si osserva che siffatta interpretazione ha dato nuova linfa ai criteri identificativi del duty of care, considerati ormai “fossilizzati”, anche grazie all’applicazione di norme di diritto dell’Unione Europea, ironicamente alla vigilia del Brexit.

La Technology and Construction Division della High Court ha deciso un caso relativo alla redazione di un parere inerente all’indagine geotecnica su di un sito dove è in costruzione un complesso residenziale. L’attore aveva citato in giudizio il convenuto per negligence (colpa) e conseguente risarcimento affermando che siffatto parere non aveva adeguatamente evidenziato la possibilità di un collasso del terreno che successivamente aveva provocato danni alla struttura edilizia. Secondo parte attrice, tra di doveri assunti dalla società consulente convenuta vi era anche il duty of care rispetto alle indagini sulle fondamenta in merito alla natura e allo scopo della costruzione. La Corte, tuttavia, ha rigettato la domanda per non aver parte attrice soddisfatto l’onere della prova.

Infine, si illustra sommariamente un terzo contenzioso risolto dalla sezione giudiziaria dell’ Her Majesty’s Most Honourable Privy Council, formato da giudici della Supreme Court of United Kingdom e avente giurisdizione di ultima impugnazione su controversie provenienti dal Commonwealth.

Nello specifico caso, il Privy Council ha respinto il ricorso, confermando le decisioni del giudice di primo grado e della Corte d’appello delle Isole Vergini Britanniche. Oggetto del contendere riguardava se il beneficiario effettivo di una società avesse avuto il potere di istituire una struttura societaria sulla base della quale l’amministratore della medesima società avesse potuto prendere istruzioni da una terza parte. Parimenti, se nel caso in cui tale terza parte avesse però agito in modo non autorizzato, il direttore e l’agente registrato della società dovessero venire imputati di violazione del loro duty of care, pur agendo in buona fede, in merito all’attuazione delle istruzioni ricevute nelle forme consuete. Con l’occasione il Privy Council ha specificato alcuni chiarimenti sul principale precedente vincolante in materia, cioè la decisione Duomatic (Re Duomatic Ltd [1969] 2 Ch 365), relativa all’approvazione unanime delle decisioni societarie da parte degli azionisti di una società solvibile.