Il figlio è affidato in via esclusiva al padre? Non è “PAS” ma incapacità genitoriale della madre

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 ottobre 2021

Le doglianze della ricorrente afferenti all’affidamento esclusivo del minore al padre, in quanto disposto in applicazione di principi non aventi dignità scientifica, fondati sulla cd. PAS o sindrome dell’alienazione parentale, sono dirette sostanzialmente al riesame dei fatti, in quanto la Corte d’appello ha pronunciato senza uno specifico o aprioristitico riferimento alla suddetta sindrome, ma ha dettagliatamente argomentato da una complessiva e persistente condotta della ricorrente ritenuta lesiva del principio di bigenitorialità, inquadrata nell’ambito di un lungo e graduale percorso che inizialmente, aveva visto dapprima l’affidamento del bambino ai servizi sociali, con collocamento presso la madre, per poi concludersi con l’affidamento esclusivo al padre una volta constatato l’atteggiamento ostinato della madre volto ad impedire all’altro genitore l’accesso al figlio. Al riguardo, la stessa Corte territoriale ha evidenziato significativamente che il giudizio non è stato condizionato da un’errata diagnosi, fondata su costrutti pseudo-scientifici relativi alla cd. sindrome di alienazione parentale, ma si è svolto perseguendo il miglior interesse del bambino, rilevando che sono stati compiuti molteplici tentativi per non modificare il regime della responsabilità genitoriale e il collocamento del minore. Così ha stabilito la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 20 settembre 2021, n. 25339.

Assegno divorzile: quando si ha una motivazione apparente nella decisione del giudice?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 settembre 2021

Si configura una fattispecie di “motivazione apparente” quando il giudice non si limita a ritenere provati, in applicazione del principio di non contestazione, i fatti allegati dalla parte, ma ha esteso siffatto principio anche alla valutazione degli stessi fatti. Nel caso di specie la qualificazione come “rilevante” assegnata al contributo alla vita familiare fornito dalla ex coniuge ed alla formazione del patrimonio comune, non è accompagnato da alcuna argomento motivazionale e comparativo che illustri il percorso logico/giuridico che ha assistito tale conclusione. A stabilirlo è la Cassazione civile, sez. VI – 1, ordinanza 15 settembre 2021, n. 24761.

Facebook: hate speech, responsabilità editoriale e cyberbullismo di fronte alle Corti comparate

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 20 settembre 2021

In Germania, il Bundesgerichtshof (BGH) ha deciso un rilevante caso relativo alla liceità della cancellazione da parte di Facebook di commenti razzisti e il conseguente blocco degli utenti autori dei medesimi commenti. Il caso sorge da un evento occorso nel 2018 quando due utenti tedeschi avevano postato alcuni post contenenti hate speech, successivamente cancellati da Facebook. Altresì, Facebook ha sospeso temporaneamente i loro account perché tali post avevano violato gli standard della community di Facebook per incitamento all’odio. I post in questione definivano come criminali i migranti musulmani in Germania. Durante lo svolgimento del giudizio di merito, le corti di primo grado e di appello si erano pronunciate esprimendosi a favore della liceità dell’operato di Facebook, ma il BGH ha cassato tali sentenze, poiché la policy relativa gli standard comunitari dell’azienda è violativa del diritto alla libertà di espressione degli utenti. Va sottolineato che il BGH non ha affermato il dovere di moderazione dei post sulla sua piattaforma, ma ha sanzionato Facebook perché deve essere più trasparente sull’enucleazione dei criteri violativi gli standard della piattaforma.
È importante sottolineare che il tribunale non ha stabilito che Facebook non può essere autorizzato a moderare i post sul suo sito, ma ha stabilito che la società deve essere più trasparente su come decide cosa viola le sue politiche e cosa no. Il tribunale ha inoltre stabilito che Facebook avrebbe dovuto informare gli utenti che i loro post erano stati rimossi e avrebbe dovuto implementare un processo attraverso il quale gli utenti avrebbero potuto rispondere prima di essere sospesi. rimuovere efficacemente l’incitamento all’odio in Germania”.
In Australia, la High Court of Australia ha rigettato il ricorso degli editori appellanti contro la la decisione emanata dalla Supreme Court of New South Wales, la quale affermava che i post su Facebook sono considerabili pubblicazioni e pertanto da essi scaturisce la responsabilità per diffamazione dei titolari degli account per i commenti di terzi ai suddetti post.
Il caso è nato da una denuncia per diffamazione presentata alla magistratura del New South Wales da Dylan Voller contro gli editori convenuti per i commenti diffamatori scritti dagli utenti di Facebook in calce alle notizie pubblicate su tale piattaforma. La Corte adita ha stabilito che le società editoriali che ospitavano le pagine Facebook ove i materiali diffamatori erano stati pubblicati dovessero essere ritenute responsabili per diffamazione per i commenti inerenti il ricorrente fatti da terzi online. Infatti, ciascuno degli editori gestisce una pagina Facebook pubblica, il cui scopo principale consiste nella divulgazione di collegamenti ipertestuali a notizie con titoli e immagini di supporto. Il ricorrente è un aborigeno-australiano che era stato recluso in un centro di detenzione giovanile nel Northern Territory ed è stato protagonista di un espisodio di una trasmissione televisiva andata in onda nel luglio 2016.
I punti chiave della decisione australiana sono riassumibili come segue: a) tutti gli utenti dei social media devono prestare attenzione quando pubblicano materiale disponibile pubblicamente; b) qualsiasi materiale diffuso pubblicamente, anche su Facebook e sui siti di social media, che possa diffamare o danneggiare la reputazione del destinatario/soggetto del materiale può portare a procedimenti di diffamazione per danni; c) i giornali e altri editori che ospitano pagine pubbliche di Facebook e di social media devono prestare attenzione a monitorare i post di terze parti per evitare la responsabilità per la pubblicazione di argomenti diffamatori; d) la responsabilità per danni derivanti da diffamazione non è limitata esclusivamente all’autore del materiale diffamatorio, ma si estende anche agli editori che consentono la pubblicazione del materiale diffamatorio sulle proprie pagine di social media, incoraggiando e facilitando così la diffusione del materiale.
In Francia, il Tribunal judiciarie di Parigi ha condannato un uomo per cyberbullismo a una multa di 5.000 euro, oltre al risarcimento di 5000€ nonché € 3.000 a titolo di astreinte ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile. Il tribunale ha riscontrato un nesso di causalità tra la valanga di messaggi ricevuti sulle piattaforme social Facebook e Instagram e il deterioramento delle condizioni di salute mentale della vittima. Infatti, l’articolo 222-33-2-2 del codice penale punisce il fatto di molestare una persona con osservazioni o comportamenti ripetuti il ​​cui oggetto o l’effetto è un deterioramento delle sue condizioni di vita con conseguente deterioramento della sua salute fisica o psichica. Il caso fattuale che ha dato origine alla vicenda giudiziaria nasce da un infedeltà: la vittima aveva convissuto con un uomo che aveva avuto una breve relazione clandestina un’altra donna, il cui partner ha molestato sistematicamente la vittima per il naufragio della sua unione.

Assegno divorzile: quando si ha una motivazione apparente nella decisione del giudice?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 22 settembre 2021

Si configura una fattispecie di “motivazione apparente” quando il giudice non si limita a ritenere provati, in applicazione del principio di non contestazione, i fatti allegati dalla parte, ma ha esteso siffatto principio anche alla valutazione degli stessi fatti. Nel caso di specie la qualificazione come “rilevante” assegnata al contributo alla vita familiare fornito dalla ex coniuge ed alla formazione del patrimonio comune, non è accompagnato da alcuna argomento motivazionale e comparativo che illustri il percorso logico/giuridico che ha assistito tale conclusione. A stabilirlo è la Cassazione civile, sez. VI – 1, ordinanza 15 settembre 2021, n. 24761.

Le aspirazioni del minore devono essere debitamente ascoltate nelle decisioni che lo riguardano

Pubblicato sul Quotidiano giuridico del 13 settembre 2021

La prescrizione normativa dell’ascolto del minore richiede una valorizzazione attuale e sostanziale del punto di vista del minore capace di discernimento ai fini della decisione che lo concerne, imponendosi una rigorosa verifica della contrarietà al suo interesse, delle valutazioni e aspirazioni espresse dal minore nel corso dell’ascolto. Pertanto, deve essere cassata la decisione sul collocamenbto del minore qualora il giudice di merito non abbia debitamente verificato quale sia la residenza del minore, presso il padre o la madre, maggiormente corrispondente al suo interesse, verifica che non può prescindere dall’ascolto del minore, al fine di considerare le sue attuali valutazioni ed aspirazioni. Così ha stabilito la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 2 settembre 2021, n. 23804.