Minori stranieri: il diniego del permesso di soggiorno deve essere fondato su fatti concreti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 5 maggio 2021

Dopo aver accertato che i genitori non avevano alcun legame con il paese d’origine, che erano incensurati, autonomi economicamente, che la minore era nata e cresciuta in Italia e nel nostro paese esclusivamente radicata, la Corte d’appello ha rigettato la domanda (di permesso di soggiorno) soltanto sulla base di valutazioni estrinseche rispetto alla prognosi che era tenuta a svolgere, fondando la decisione su un generico interesse pubblicistico alla sicurezza pubblica, slegato da qualsiasi bilanciamento e valutazione comparativa con le condotte dei genitori, sull’intento elusivo dovuto alla considerazione dell’autorizzazione come una sanatoria. Il concreto esame del nucleo familiare rispetto alla situazione attuale e al conseguente rimpatrio si è limitato alla formulazione del tutto astratta e stereotipa, in quanto priva di alcuna giustificazione fondata sull’esame dei fatti allegati, della mancanza di un pregiudizio specifico per la minore perché il nucleo familiare sarebbe rimasto unito.

Protezione dei diritti di proprietà intellettuale in materia tecnologica: le ultime decisioni delle Corti comparate

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 26 aprile 2021

Negli Stati Uniti la Corte Suprema ha deciso una nota causa in materia brevettuale. Ci si riferisce a Google LLC v. Oracle America Inc. dove sei Justice (l’estensore della decisione di maggioranza Breyer, al quale si sono aggiunti Roberts, Sotomayor, Kagan, Gorsuch e Kavanaugh) contro due (Thomas ha scritto una dissenting opinion condivisa da Alito, mentre, Barrett non ha preso parte alla decisione) hanno stabilito che l’utilizzo da parte di Google delle Application Programming Interfaces (d’ora in poi API) seguisse correttamente le regole del fair use.

La causa è sorta quando Oracle ha citato in giudizio Google per violazione del copyright dopo che quest’ultimo ha utilizzato parti del codice API Java di Oracle nello sviluppo del proprio sistema operativo Android. Va infatti sottolineato che le API consentono ai programmi di fare riferimento a frammenti di codice pre-scritti per eseguire attività comuni. Nello sviluppo di Android, Google ha utilizzato circa 11.500 righe di codice Oracle.

In primo grado, il giudicante federale aveva stabilito che le API non possono essere soggette a copyright perché generalmente stabiliscono l’unico modo in cui un compito particolare, come la combinazione di due stringhe o la visualizzazione di testo, potrebbe essere realizzato in un linguaggio di programmazione. Tale decisione è stata ribaltata dalla Corte d’Appello federale ha invece affermato che le API potevano essere protette con il copyright, ma che l’uso del codice da parte di Google poteva essere considerato fair use.

Se questo fosse stato il caso, qualsiasi prodotto che avesse avuto una caratteristica incidentale quale il segnale orario doveva essere considerato simile a un orologio. Quale esempio, la High Court ha indicato uno smart watch compresivo di un’app in grado di comunicare con il sistema di sicurezza domestico. Il fatto che tale smart watch permettesse di leggere anche l’ora non significava che i sistemi di sicurezza dovessero essere considerati prodotti simili agli orologi. La High Court ha pertanto riscontrato un basso grado di somiglianza tra i prodotti specifici per cui si è causa e gli orologi. In conclusione, il giudice ha stabilito che non fosse probabile che i consumatori potessero confondersi tra i due marchi identificativi dei due prodotti, accogliendo così l’opposizione. Tale decisione è rilevante per i casi in cui i prodotti tecnologici possono essere considerati o meno simili tra loro in caso siano in grado di svolgere più funzioni.

La maggioranza dei Justice della Corte Suprema ha condiviso questa posizione in quanto l’utilizzo di tali API da parte di Google fosse protetto dal fair use ai sensi della legge sul copyright perché si trattava di un uso nuovo e trasformativo del codice, a causa della natura unica delle API nella programmazione, in quanto strumento fortemente dipendente che i programmatori utilizzano per creare molti programmi di diverso tipo. La Corte Suprema ha osservato che le API sono inesorabilmente legate a idee non tutelabili, come l’organizzazione generale del codice. Inoltre, le API sono una parte necessaria di qualsiasi atto nuovo e creativo con un linguaggio di programmazione perché i programmatori si affidano alle API per svolgere le attività di base e necessarie. L’utilizzo dell’API da parte di Google non era sostanzialmente diverso dagli usi di programmazione comuni, quindi è probabile che altre società tecnologiche potranno fare affidamento sulla difesa del fair use in futuro.

Nel Regno Unito, la England and High Court ha deciso un importante caso in materia di brevettabilità. Nello specifico, Swatch AG si è opposta alla registrazione di una domanda di marchio del Regno Unito relativamente al marchio IWATCH per vari prodotti tra cui fotocamere, dispositivi di comunicazione wireless e radio. L’opposizione è stata presentata sulla base del marchio anteriore di Swatch ISWATCH, registrato per strumenti di orologeria e cronometria, compresi gli orologi. Di fronte all’ufficio brevettuale l’opposizione è stata accolta, sulla base del fatto che il marchio IWATCH era chiaramente un marchio simile a quello di ISWATCH e che esisteva un grado sufficiente di somiglianza tra dispositivi di comunicazione senza fili, fotocamere, radio e orologi. Secondo tale interpretazione l’IWATCH era considerabile fondamentalmente un orologio in grado di svolgere queste funzioni. Apple ha presentato ricorso contro tale decisione di fronte alla High Court, vedendo riconosciute le proprie ragioni. La High Court ha ritenuto che la prima decisione avesse errato a giudicare che una caratteristica puramente accidentale di questi dispositivi (cioè il fatto che potessero leggere l’ora) significasse che potevano essere considerati beni simili agli orologi.

Se questo fosse stato il caso, qualsiasi prodotto che avesse avuto una caratteristica incidentale quale il segnale orario doveva essere considerato simile a un orologio. Quale esempio, la High Court ha indicato uno smart watch compresivo di un’app in grado di comunicare con il sistema di sicurezza domestico. Il fatto che tale smart watch permettesse di leggere anche l’ora non significava che i sistemi di sicurezza dovessero essere considerati prodotti simili agli orologi. La High Court ha pertanto riscontrato un basso grado di somiglianza tra i prodotti specifici per cui si è causa e gli orologi. In conclusione, il giudice ha stabilito che non fosse probabile che i consumatori potessero confondersi tra i due marchi identificativi dei due prodotti, accogliendo così l’opposizione. Tale decisione è rilevante per i casi in cui i prodotti tecnologici possono essere considerati o meno simili tra loro in caso siano in grado di svolgere più funzioni.

Sonnet 18

Shall I compare thee to a Summers day?
Thou art more louely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of Maie,
And Sommers lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heauen shines,
And often is his gold complexion dimm’d;
And euery faire from faire some-time declines,
By chance or natures changing course vntrim’d;
But thy eternall Sommer shall not fade
Nor lose possession of that faire thou ow’st;
Nor shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternall lines to time thou grow’st:
So long as men can breathe or eyes can see,
So long liues this and this giues life to thee.

(W. Shakespeare)

Ascolto del minore: differenze di trattamento tra affidamento familiare e preadottivo

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 20 aprile 2021

La divaricazione concettuale tra affidamento familiare e affidamento preadottivo, relativamente alla partecipazione della famiglia che si occupa del minore nel procedimento adottivo, si fonda sull’art. 15, co. 2, della legge 184/1983 ai sensi del quale è previsto che “sia sentito il rappresentante dell’istituto di assistenza pubblico o privato o della comunità di tipo familiare presso cui il minore è collocato o la persona cui egli è affidato”. A confermarlo è la Cassazione civile, sez. I, ordinanza 9 aprile 2021, n. 9456.

La parità retributiva di fronte alle corti comparate

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 14 aprile 2021

Nel Regno Unito, la Supreme Court of United Kingdom si è pronunciata su una questione preliminare relativamente alla rivendicazione di parità di retribuzione da parte delle lavoratrici nei confronti di uno dei principali supermercati al dettaglio del Paese, cioè l’Asda Stores Limited (“Asda”). La specifica questione riguarda la configurabilità del requisito essenziale per la presentazione di istanze relative al riconoscimento della parità retributiva, cioè il parametro del “valid comparator”, ai sensi della sect. 79 (4) (c) dell’Equality Act 2010. Questo deve riferirsi a un soggetto dipendente della stessa sede aziendale ovvero a una associata. Se le richiedenti scelgono il proprio riferimento di comparazione avente sede in un altro stabilimento si dovrà effettuare un confronto tra stabilimenti e i relativi “parametri comuni” retributivi dovranno essere applicati sia nella sede di afferenza delle richiedenti sia in quella presa come riferimento comparativo. La difficoltà, e l’interesse, della causa verte sulla circostanza che il confronto tra le retribuzioni dei dipendenti di differenti stabilimenti non sono stati fissati dalle parti con accordi di contrattazione collettiva. In questo caso le ricorrenti sono impiegate nella vendita al dettaglio della summenzionata Asda, le quali richiedono un risarcimento sulla base del fatto che nei sei anni precedenti all’avvio del procedimento in parola avrebbero ricevuto una retribuzione inferiore rispetto a un “valid comparator” per lo svolgimento delle medesime mansioni lavorative. I comparatori scelti dalle ricorrenti sono lavoratori dipendenti Asda impiegati presso i depositi di distribuzione aziendali, che però sono prevalentemente uomini ed i luoghi di vendita al dettaglio e di distribuzione sono separati gli uni dagli altri. L’azienda convenuta, quindi, cerca di far valere la circostanza che le richiedenti e i colleghi, il cui stipendio è assurto a termine di comparazione, lavorassero con mansioni diverse in stabilimenti differenti. Tuttavia la Corte Suprema britannica, confermando le decisione dei giudici inferiori, ha stabilito che le ricorrenti addette alla vendita al dettaglio possono utilizzare i termini e le condizioni di lavoro di cui godono i dipendenti della distribuzione come valido elemento comparativo. Infatti, l’interpretazione corretta della disciplina sul punto consiste nell’ipotizzare se le condizioni di cui godevano i dipendenti della distribuzione presi come parametro di riferimento fossero sostanzialmente le stesse sia nei depositi di distribuzione sia negli stabilimenti dove lavoravano le ricorrenti, come se il deposito aziendale fosse situato accanto al supermercato al dettaglio delle ricorrenti. Pertanto, in base a questo presupposto, la domanda da porsi in merito alla comparazione delle retribuzioni concerne se i dipendenti della distribuzione sarebbero comunque stati impiegati sostanzialmente alle stesse condizioni in cui erano impiegati nel proprio stabilimento. La Corte suprema risponde positivamente a siffatta questione preliminare, rinviando al giudice inferiore per la decisione nel merito sulla sussistenza di una effettiva discriminazione salariale.

In Canada, la Court of Appeal for Ontario ha deciso una causa relativa all’equità salariale degli infermieri impiegati nelle case di cura. La Corte ha affermato che per i dipendenti sindacalizzati è necessario riconoscere l’equità salariale sulla base del raggiungimento economico dei parametri stabiliti dal contratto di lavoro, anche se questo fa riferimento alla comparazione rispetto a un lavoratore di sesso maschile, il quale rappresenta la figura delegata originaria nei contratti lavorativi collettivi. In merito a questa specifica causa, la Corte canadese sottolinea che i datori di lavoro che hanno riconosciuto l’equità salariale attraverso il c.d. “proxy method” (in base al quale una classe di lavoratrici donne è considerata equiparata ad una classe di lavoratori uomini in uno stabilimento in cui l’equità retributiva è già stata raggiunta utilizzando un comparatore maschile) anche a favore delle lavoratrici. Resta tuttavia aperta la questione relativa alle lavoratrici non aderenti al sindacato ovvero impiegate attraverso agenzie, per questo è auspicabile un intervento governativo che fissi l’equità salariale per tutti i lavoratori.

Negli Stati Uniti è giunta a mediazione di fronte all’US Department of Law la questione relativa alla discriminazione sistemica nelle assunzioni e nelle retribuzioni effettuate da Google nei confronti di dipendenti e candidati di sesso femminile o appartenenti a minoranze. L’accordo intercorso tra l’autorità federale e Google LLC è relativo al risarcimento da versare a quasi 6000 dipendenti e candidati ammonta a oltre 3.8 milioni di dollari. A questo proposito, l’Office of Federal Contract Compliance Programs aveva rilevato disparità nel tasso di assunzione e disparità salariali presso le strutture di Google aventi sede a Mountain View, Seattle e Kirkland. Oltre alla liquidazione di tali somme, l’agenzia federale ha imposto a Google i valutare i suoi processi di reclutamento, selezione e colloquio per la conformità all’Executive Order 11246, un atto governativo federale che vieta agli appaltatori federali di discriminare nelle decisioni di impiego “sulla base di razza, colore, religione, sesso, orientamento sessuale, identità di genere o origine nazionale”. Google ha inoltre accettato di fornire al Department of Law rapporti annuali sui progressi relativi a valutazioni, politiche, procedure, azioni proposte e pratiche di formazione.

Allontanamento casa coniugale: anche dopo molti anni l’ex può richiedere gli alimenti, anche ai figli adulti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 aprile 2021

Dopo molti anni dall’allontanamento dalla casa coniugale non è plausibile che l’ex coniuge richieda l’assegno divorzile, ma deve rivolgersi alla disciplina dettata in tema di alimenti ex art. 433 c.c., tenuto conto anche dell’obbligo di prestare gli alimenti previsto dalla legge cui sono tenuti pure i figli maggiorenni. A confermarlo è la Cassazione con ordinanza n. 8628 del 26 marzo 2021.

I driver di Uber sono lavoratori subordinati: la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 24 marzo 2021

Background
Nelle scorse settimane la Supreme Court of United Kingdom ha definitivamente deciso l’annosa questione se i driver di Uber siano considerabili lavoratori autonomi ovvero dipendenti. Come è noto, la vertenza riguardava la condizione occupazionale dei conducenti di veicoli a noleggio privati ​​che forniscono i loro servizi tramite l’applicazione per smartphone Uber (la “app Uber”). La questione principale sollevata è se un conducente Uber fosse un “lavoratore” ai fini della legislazione sul lavoro che conferisce ai “lavoratori” il diritto di essere pagati secondo il salario minimo nazionale, di ricevere ferie annuali retribuite, rispettare un preciso orario lavorativo e altri benefici collegati.
La sezione 230 (3) dell’Employment Rights Act 1996 include nella definizione di lavoratore dipendente chiunque sia impiegato con un contratto di lavoro, comprese alcune figure lavorative individuali che possono essere assimilati a lavoratori autonomi. In particolare, la definizione include chi, in base a un contratto, “si impegna a fare o eseguire personalmente qualsiasi lavoro o servizio di qualsiasi professione o attività imprenditoriale esercitabile da persona fisica a favore di un cliente”. In giudizio è stato ritenuto che i ricorrenti soddisfacessero questo test e lavorassero con contratti di lavoro per Uber come lavoratori dipendenti. Sia l’Employment Appeal Tribunal e la Court of Appeal (a maggioranza) hanno accolto siffatta tesi respingendo i ricorsi di Uber.

Le argomentazioni di Uber
Uber Bv ha affermato di aver agito esclusivamente come fornitore di tecnologia con la sua controllata (Uber London in questo caso) in qualità di agente di prenotazione per i conducenti autorizzati da Uber London nell’utilizzo dell’app Uber. Infatti, quando una corsa viene prenotata tramite l’app Uber, le parti stipulano un contratto direttamente tra il conducente e il passeggero in base al quale il conducente accetta di fornire servizi di trasporto al passeggero. La tariffa viene calcolata dall’app Uber e pagata dal passeggero a Uber BV, che da un lato ne deduce una parte a suo favore (il 20% in siffatti casi) e dall’altro lato paga la differenza al driver.
Uber definisce questo processo come un pagamento sul conto del conducente, mentre l’addebito di una “commissione di servizio” al driver riguarderebbe il pagamento per l’utilizzo della sua tecnologia e di altri servizi. A sostegno della sua tesi, Uber si è basata sulla formulazione dei suoi contratti scritti standard tra Uber BV e gli autisti e tra le società Uber e i passeggeri. Uber ha anche sottolineato che i conducenti sono liberi di lavorare quando vogliono e quanto vogliono. In sintesi, Uber ha affermato che i conducenti sono appaltatori indipendenti che lavorano con contratti stipulati con i clienti, senza alcun rapporto lavorativo diretto con la società.

Le motivazioni della Supreme Court of United Kingdom
La Corte Suprema britannica afferma che, nonostante non esista alcun contratto scritto tra i conducenti e Uber London, la natura del loro rapporto giuridico deve essere dedotta dal comportamento delle parti e non esiste alcuna base fattuale per affermare che Uber London agito in qualità di agente per i conducenti. La conclusione corretta è che Uber London abbia stiuplato contratti con i passeggeri e abbia impiegato i conducenti a effettuare le corse prenotate.
In ogni caso, ed in linea di principio, è sbagliato considerare gli accordi scritti come un punto di partenza per decidere se un conducente sia, o meno, un “lavoratore subordinato”. Secondo i giudici supremi britannici, l’approccio corretto consisterebbe nel focalizzarsi sullo scopo della legislazione sul lavoro. Tale scopo è di proteggere le persone vulnerabili che hanno poca o nessuna voce in capitolo sulla loro retribuzione e sulle condizioni di lavoro cui sono sottoposte perché si trovano in una posizione subordinata e dipendente rispetto al datore di lavoro, cioè una persona fisica ovvero un ente o organizzazione che esercita il controllo sullo svolgimento del lavoro.
La sentenza enuclea cinque criteri secondo cui i ricorrenti lavoravano come sottoposti a Uber in base a rapporti di natura contrattuale. Tali criteri sono:

  • Innanzitutto, se la prenotazione di una corsa avviene tramite l’app Uber, è Uber medesima che imposta la tariffa e ai conducenti non è consentito ricevere più della tariffa calcolata dall’app stessa. È quindi Uber che determina quanto vengono pagati i conducenti per il lavoro che svolgono.
  • In secondo luogo, le condizioni contrattuali in base alle quali i conducenti svolgono i loro servizi sono imposte da Uber e gli autisti non hanno alcuna voce in capitolo.
  • Terzo, una volta che un conducente ha effettuato l’accesso all’app Uber, la scelta dell’autista se accettare o meno le richieste di corse è limitata dalla stessa Uber attraverso il monitoraggio del tasso di accettazione (e cancellazione) delle richieste di viaggio da parte del driver. Sul punto la Corte specificamente osserva che Uber poteva imporre una penale in caso di rifiuto o annullamento di un numero considerato eccessivo (da Uber) di prenotazioni. Infatti in questi casi, i driver venivano disconnessi automaticamente dall’app Uber per dieci minuti, impedendo così al conducente di lavorare fino a quando non fosse stato autorizzato a riconnettersi.
  • In quarto luogo, Uber esercita anche un controllo significativo sul modo in cui i conducenti forniscono i loro servizi. Uno dei diversi metodi menzionati nella sentenza è l’uso di un sistema di rating in base al quale ai passeggeri viene chiesto di valutare il conducente su una scala da 1 a 5 dopo ogni viaggio. Qualsiasi guidatore che non fosse riuscito a mantenere la valutazione media richiesta avrebbe ricevuto una serie di avvisi e, se la sua valutazione media non fosse migliorata, alla fine il suo rapporto con Uber sarebbe stato interrotto.
  • Un quinto fattore significativo riguardava la limitazione promossa da Uber delle comunicazioni tra passeggero e conducente al minimo necessario per eseguire il viaggio ed altresì veniva impedito ai conducenti di stabilire rapporti con un passeggero oltre l’espletamento del singolo viaggio.

Conclusioni
Traendo le fila dai summenzionati fattori, il servizio di trasporto svolto dai conducenti e offerto ai passeggeri tramite l’app Uber è definito e controllato in modo molto rigoroso da Uber. I conducenti sono in una posizione di subordinazione e dipendenza rispetto a Uber in modo tale da avere poca o nessuna capacità di migliorare la propria posizione economica attraverso abilità professionali o imprenditoriali. In pratica, l’unico modo in cui possono aumentare i loro guadagni è lavorare più ore e soddisfare costantemente le misure di rendimento di Uber. Pertanto la Corte ha stabilito che i driver che lavorano per Uber sono effettivamente suoi lavoratori subordinati.