“Maternità e tabù”

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L’incontro di ieri su “Maternità e tabù: le sfide delle donne nell’età contemporanea” svoltosi a Tempo di Libri è stato molto denso e sono convinta che tutti i partecipanti che affollavano la sala siano usciti arricchiti, indipendentemente da quale sia la loro opinione sia sulla gestazione per altri, sia sulla maternità in generale.

La maternità è uno strano tabù con la quale tutte le donne devono confrontarsi. Esiste un modello “sociale” di maternità, felice e senza problemi che però non corrisponde al vero. Non solo, nell’opinione comune esiste un unico “modo” di “essere” o “diventare” madri, cioè “partorire con dolore”. Tutti gli altri modi vengono “compatiti” in qualche modo, anche se in termini diversi: “non puoi capire il travaglio e poi la bellezza del momento della separazione tra te e tuo figlio/a” (viene detto a chi ha dato alla luce un figlio con il parto cesareo); tutti pensano che “tanto non è figlio suo” (quando la genitorialità si assume per adozione e/o affidamento); o vietati per legge (come nel caso della gestazione per altri).  Ma è soprattutto con questa unicità di pensiero che tutte le madri devono confrontarsi (e anche le non madri).

Come se ciò non bastasse, le madri vengono comunque lasciate al loro destino. Per esempio, nel caso esse siano lavoratrici, esse dovranno barcamenarsi con le difficoltà al rientro sul posto di lavoro (il mobbing al rientro dal congedo di maternità è uno dei fenomeni più diffusi in ambito lavorativo, per non parlare delle assunzioni con la firma di dimissioni in bianco!), oppure sotto il profilo sociale (scarsità di asili o costi proibitivi dei posti disponibili, scarsità di contributi economici, enormi aspettative sociali, devo continuare?), oppure spesso sotto il profilo della vita familiare perché le loro scelte educative vengono vagliate da tutti coloro con i quali esse interagiscono: parenti, insegnanti, amici, enti, eccetera.

Lo stigma che consegue ad ogni tabù emerge nettissimo quando le donne non hanno figli (siano esse childless, cioè che non possono avere figli, oppure childfree, cioè che scelgono di non avere figli), oppure si pentono di averli avuti. In entrambi i casi la “società” va in tilt, in particolare quando ci si deve confrontare con il pentimento, perché è ancora considerato inconcepibile che il “pentimento” (sentimento comune a tutte le persone, che prima o poi si pentono di aver fatto una certa scelta piuttosto che un’altra) possa coinvolgere la maternità (più che la paternità).

Per questo l’intervento di Orna Donath è stato “strepitoso” (per utilizzare il termine pronunciato da una spettatrice alla fine dell’incontro). Tutti gli interventi sono stati brillanti e carichi di significato (le domande di Michela Murgia, la volontà di ascolto di esperienze diverse dalla propria di Serena Marchi, l’ironia e l’autoironia di Veronica Pivetti), ma quello dell’autrice di “Pentirsi di essere madri” ha davvero colto nel segno e, in alcuni momenti, anche commosso la platea, che si è immedesimata nelle sue riflessioni.

Bisogna far emergere la consapevolezza di quel che si vuole essere come persone, che non è vero che il pentimento della scelta sulla maternità debba per forza significare l’odio verso il proprio figlio. Anzi, al contrario la chiarezza su questo sentimento aiuta a porsi sullo stesso piano e a riconoscersi vicendevolmente come persone, a capirsi, a comprendere i propri errori, evitando che altri (le figlie, soprattutto) li ripetano. Infatti, al centro del pentimento non vi è il figlio, ma il ruolo giocato ancora dalla maternità nella vita delle donne e le aspettative su di esso. E’ proprio il fatto che la maternità e la non maternità siano scelte ancora così condizionate da “fattori esterni” non le rende scelte completamente libere e consapevoli, quindi soggette a tali impatti emotivi che perdureranno “tutta la vita”.

Prossima presentazione

di Mio Tuo Suo Loro a Tempo di Libri, 22 aprile h. 14.30, Rho Fiera Milano, Pad. 4 Sala Gothic, con Orna Donath, Serena Marchi, Michela Murgia e Veronica Pivetti “Maternità e tabù. Le sfide delle donne nell’età contemporanea. Qui

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Buona Pasqua

Con la “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, un’opera che si svolge durante la mattinata di Pasqua. La versione suggerita per l’ascolto è quella del 1981, direzione di Prêtre che dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di Milano, regia di Zeffirelli e Domingo, Obratzova, Bruson, Barbieri, Gall nei ruoli principali: qui

Partecipazione democratica e limiti all’elettorato passivo: il caso delle “Comunarie” M5S a Genova

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico dell’11 aprile 2017

  1. Premessa

Il provvedimento d’urgenza emanato dal Tribunale di Genova il 10 aprile 2017 ha un indubbio interesse politico perché riguarda le modalità di scelta della lista rappresentativa del raggruppamento politico, noto come “Movimento 5 Stelle”, (d’ora in poi “Movimento”) alla competizione elettorale per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale della Città di Genova che si svolgerà nel capoluogo ligure. Tuttavia, in questa sede ci si pone l’obiettivo di analizzare, seppur sommariamente, siffatto provvedimento sotto un profilo strettamente giuridico, nonostante l’indubbio interesse politico che esso cattura su di sé, dato il rilievo del Movimento nel dibattito pubblico attuale. Infatti, a parere di chi scrive, l’importanza del decreto/ordinanza in parola concerne le modalità e l’effettività dell’esercizio del diritto di elettorato passivo, all’interno normativa inerente dei partiti politici, argomento di sicura inerenza costituzionale, nello specifico degli artt. 48, 49 e 51 della Costituzione, e i regolamenti interni, indipendentemente dal profilo delle persone, figure pubbliche, coinvolte nella vicenda. La decisione in commento è rilevante soprattutto alla luce del fatto che l’art. 49 della Costituzione non ha ancora conosciuto una disciplina legislativa specifica attuativa del disposto costituzionale. Pertanto, l’interesse del provvedimento in esame consiste nelle argomentazioni del giudicante nell’individuazione del un punto di equilibrio “tra il momento assemblear/movimentista (…) anche attraverso originali forme telematiche” e “l’istanza dirigista che viene riconosciuta ed associata a figura di particolare carisma e peso politico per il Movimento”, che “in seno a tale organizzazione politica cumula in modo non seriamente contestabile la qualità di “capo politico”, (…) come da Regolamento; e di “Garante del Movimento”, come da Codice Etico” (p. 10).

2. Fatto

I fatti che hanno dato vita alla vicenda possono essere ricostruiti come segue: in data 14 marzo 2017 si è svolto sulla piattaforma telematica del Movimento la votazione attraverso la quale l’assemblea territoriale avrebbe dovuto scegliere quale tra la “lista A”e la “lista B” e i rispettivi candidati sindaco avrebbero dovuto rappresentare il Movimento alle sunnominate elezioni comunali del 2017. Alla conclusione della consultazione risultava vincitrice la candidata collegata alla “lista A”. Lo stesso giorno il Capo Politico e Garante del Movimento annullava tale votazione e il data 17 marzo sottoponeva a votazione da parte dell’ “assemblea telematica” di tutti gli iscritti sulla piattaforma nazionale se alle prossime elezioni comunali debba presentarsi il candidato collegato con la “lista B”, ovvero nessun candidato. Tale votazione non ha preso in considerazione la lista A e la sua candidata, la quale alla vigilia dell’udienza cautelare è stata del tutto espulsa dal collegio dei probiviri del Movimento, per presunte violazioni che avrebbero arrecato danno all’immagine del Movimento stesso. La risposta dei votanti è stata favorevole alla “lista B”. La candidata destituita si è rivolta alla giustizia ordinaria per chiedere la sospensione in via d’urgenza sia dell’annullamento delle votazioni locali del 14 marzo, a lei favorevoli, sia di quelle nazionali del 17 marzo, alle quali la sua lista è stata direttamente esclusa.

3. Ricostruzione della disciplina regolamentare del Movimento in materia elettorale

Dagli atti di entrambe le parti il giudicante ricostruisce il contenuto dei tre regolamenti del Movimento che ne disciplinano la partecipazione alla vita politica attraverso la determinazione dei requisiti che consentono l’utilizzo del simbolo del Movimento, che è di proprietà del “Capo politico-Garante” del Movimento stesso, ruoli al momento rivestiti dal medesimo soggetto. L’adozione di tale disciplina interna non è stata contestata dai ricorrenti davanti al giudice genovese.

Nello specifico si tratta di:

-“Non Statuto”, “che in realtà contiene le regole statutarie fondative relative alladefinizione degli obiettivi politici, alla caratterizzazione politica del Movimento ed ai principi di base per la selezione dei candidati”;

– “Regolamento”, fonte integrativa richiamata dallo stesso “Non Statuto”, che disciplina nel dettaglio le procedure di formazione delle decisioni e individua gli organi decisionali dell’associazione, definendo i ruoli del “Capo Politico” e delle “assemblee” sia locali sia di tutti gli iscritti certificati

– “Codice Etico”, che contiene “un codice di comportamento in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”, stabilisce i comportamenti richiesti agli “eletti a cariche pubbliche” e introduce la figura del “Garante” del Movimento. Tuttavia il “Codice Etico” non riguarda i semplici candidati alle elezioni locali, né contempla alcun potere di intervento del Garante nel procedimento di selezione delle candidature locali”.

Tuttavia l’impianto normativo interno al Movimento riconosce al Capo Politico/Garante un “penetrante” ruolo di indirizzo e di impulso, che però non incide nellea selezione delle candidature, né riconosce un diritto di “ultima parola”, mentre il ruolo decisionale “definitivo” è riferibile alle deliberazioni assunte attraverso le votazioni telematiche convocate a discrezione del Capo Politico/Garante, purché nel rispetto delle forme e delle regole statutarie, vincolanti per lo stesso Capo Politico/Garante e gli altri eletti (p. 10).

4. Motivazioni del provvedimento

Il principio giuridico ottenuto dall’interpretazione delle diverse fonti normative del Movimento, e applicabile alla fattispecie in esame, stabilisce che nel caso in cui siano state selezionate le candidature su impulso del Capo Politico/Garante, nelle debite forme di convocazione, le delibere regolarmente votate dagli organi assembleari che abbiano individuato una lista vincitrice a livello locale non possono essere annullate, autoannullate o escluse da un provvedimento del Capo Politico/Garante stesso, ma devono essere rimesse alla votazione della competente sede assembleare. Nel caso di specie esclusivamente a quella locale.

Considerato che in ambito giuridico, la forma di un provvedimento concerne anche la sua sostanza, l’ulteriore difficoltà affrontata dal giudicante nel caso in esame concerne la “forma” dei provvedimenti impugnati di fronte al Tribunale genovese, poiché essa non è ricondubile ad un “classico provvedimento scritto dell’organo di vertice di una normale associazione non riconosciuta”, ma concerne la comunicazione trasmessa il 17 marzo, rappresentativa della documentazione di una manifestazione delle intenzioni dell’organo di impulso dell’associazione stessa, cioè il suo “Capo Politico/Garante”.

La peculiarità del caso in esame rispetto alle precedenti controversie già occorse sul tema (quale esempio si ricorda la decisione del Tribunale di Napoli del 14 luglio 2016) riguarda il rimedio giudiziario esperibile in siffatta fattispecie, ovvero quello previsto dall’art. 2388 c.c.. Detto articolo, infatti contiene un principio generale di sindacabilità delle decisioni degli organi amministrativi delle società. Tale regola è applicabile in via analogica anche alle associazioni non riconosciute, in quanto la decisione in commento non concerne una deliberazione assembleare, ma una decisione del vertice amministrativo, cioè del suo Capo Politico/Garante, persona unica che racchiude su di sé il ruolo direttivo e di rappresentanza politica. Nel caso specifico si applica l’art. 2378 c.c., relativo al procedimento di impugnazione delle delibere del consiglio di amministrazione, nella parte in cui al comma 3, relativo alla valutazione comparativa del pregiudizio che subirebbe il ricorrente dalla esecuzione e il pregiudizio che subirebbe la società dalla sospensione dell’esecuzione della deliberazione. Nel caso in esame tale comparazione riguarda il diritto leso dai ricorrenti alla competizione elettorale interna all’organizzazione politica sulla base delle identiche regole regolamentari e statutarie del Movimento medesimo poiché attuatrici del diritto costituzionale di elettorato passivo ex art. 48 Costituzione, come stabilito dal Testo Unico 570/1960 in materia di elezioni comunali, a sua volta modificato dalla legge 81/1993 e racchiuso nel d. lgs. 267/2000. Si tratta quindi del ripristino del diritto di elettorato passivo della candidata esautorata dalla competizione politica per le elezioni comunali.

5. Conclusioni

La decisione genovese si distingue per il rispetto dei regolamenti interni del Movimento, interpretati alla luce della disciplina costituzionale e democratica relativa alle competizioni elettorali. Le regole statutarie sono applicate a tutti gli organi delle associazioni non riconosciute, quali sono i partiti ovvero i movimenti. Cosa può succedere ora? Un possibile cambiamento dello statuto in senso verticistico che attribuisca, secondo le parole del giudicante, il diritto “all’ultima parola” al Capo Politico/Garante potrebbe porsi in contrasto con il dettato costituzionale per quel che concerne la prevalenza di un organo, seppur di valenza politica, sull’assemblea degli iscritti, espressione del principio di sovranità democratica costituzionalmente riconosciuto. Per quanto concerne la scelta del candidato sindaco e della lista dei candidati consiglieri comunali, la prossima mossa torna nella disponibilità, limitata dagli effetti del provvedimento giudiziario esaminato, del Capo Politico/Garante del Movimento.

Privacy: nuove sentenze comparate in materia di protezione dei dati personali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 31 marzo 2017

In Francia, con una decisione dell’8 febbraio 2017, il Conseil d’État ha confermato il rifiuto del CNIL (Commission nationale de l’informatique et des libertés) di autorizzare la sperimentazione della raccolta dati dei passanti da parte di una nota agenzia di pubblicità concessionaria di cartellonistica stradale. La tecnologia utilizzata che avrebbe dovuto registrare il flusso dei pedoni nelle vicinanze di tali strumenti nel quartiere de La Défense di Parigi. Le obiezioni avanzate nei confronti della società concernevano principalmente il fatto che chiunque si trovasse a passare nei pressi dei cartelloni pubblicitari muniti della tecnologia in questione non fosse appropriatamente informato della raccolta dei dati e dei suoi diritti di accesso, opposizione e rettifica al trattamento. Il punto critico riguardava la raccolta dei dati in forma realmente anonima, in quanto le apparecchiature utilizzate sarebbero state in grado di intercettare, e identificare, i dispositivi mobili dotati di WiFi entro un raggio di 25 metri. Per rendere tali dati veramente anonimi, l’agenzia di pubblicità aveva progettato di troncare gli indirizzi MAC (acronimo di “Media Access Control”: si tratta di un codice univoco assegnato dal produttore ad ogni scheda di rete wireless). Secondo l’agenzia pubblicitaria, di tal guisa il rischio di identificazione dei passanti sarebbe divenuto trascurabile, tuttavia il Consiglio di Stato ha osservato che seppure questo sistema sia stato progettato per impedire l’accesso ai dati a terzi, il responsabile del loro trattamento sarebbe rimasto in grado di procedere all’identificazione della persona titolare dei medesimi ovvero interferire su di essi.
In Irlanda del Nord, la Court of Appeal in Northern Ireland ha emanato una attesissima sentenza in materia di responsabilità di Facebook per l’abuso di informazioni riservate e ha ribaltato la decisione di primo grado la quale stabiliva che il noto social network non fosse considerabile titolare del trattamento di dati personali. Invece, i giudici d’appello hanno affermato che Facebook Ireland è legittimato ad invocare la sua qualità di hosting ai sensi della direttiva sul commercio elettronico solo contro la domanda di risarcimento del danno per violazione del Data Protection Act 1998. Secondo la dottrina che immediatamente ha commentato la decisione (S. Peers) il punto nevralgico di questa decisione riguarda proprio il rapporto tra la direttiva in materia di commercio elettronico e la disciplina sulla protezione dei dati personali. In questa decisione la contraddizione tra la disciplina del commercio elettronico da un lato e la disciplina britannica sui dati personali dall’altro (e alla quale è sottoposta Facebook Irlanda) risulta evidente e la Corte d’Appello nordirlandese cerca di appianare tale contraddizione specificando che nonostante la protezione dei dati sia esclusa dalla disciplina del commercio elettronico, le pagine Facebook e i relativi commenti invece ricadano sotto questa disciplina. Tuttavia la Corte ha trascurato di affrontare la circostanza secondo cui agli utenti debba essere fornito un rimedio efficace per la tutela del loro diritto alla privacy senza che tale strumento giuridico debba dipendere a seconda del meccanismo tecnico utilizzato per il trattamento dei dati.