Prendere sul serio i diritti dei detenuti

Commento all’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Lecce del 9 giugno 2011, pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 3 novembre 2011.

L’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Lecce in commento si presenta come innovativa e per questa ragione è stata ripresa con grande evidenza dalle cronache nazionali. Essa concerne la richiesta di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale da parte di un detenuto costretto in spazi di reclusione molto angusti e sovraffollati.

La situazione che ha dato origine alla richiesta si presentava grave a tal punto da configurare una fattispecie di detenzione inumana e degradante, tale da poter essere valutata ai fini di tortura secondo le indicazioni e i parametri elaborati nella sentenza Sulejmanovic contro Italia, emanata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo del 16 luglio 2009.

Questo è il nodo centrale della decisione, tuttavia dalla lettura della medesima sorgono anche altre questioni ad essa collegate, come la legittimazione di un magistrato di sorveglianza a conoscere e giudicare la richiesta del risarcimento del danno conseguente al trattamento degradante subito.

Con una motivazione molto articolata in punto di diritto civile, amministrativo, processuale e convenzionale (in materia di convenzione CEDU e della giurispruenza di Strasburgo su di essa elaborata), il giudice pugliese risponde di si, anzi, che il magistrato di sorveglianza non solo può rispondere all’istanza del detenuto, ma deve.

Vediamo perchè. Secondo il giudice, infatti, anche in carcere “un individuo conserva l’intero bagaglio di quei diritti fondamentali inalienabili, che possono subire una limitata compressione nel rispetto del precetto scolpito nell’art. 27 cost., ed acquisisce nuove posizioni giuridiche, la cui tutela deve essere assicurata, ponendo altrimenti a rischio l’utilità stessa della pena”.

 Il giudice di sorveglianza fa riferimento alle sentenze della Corte costituzionale del 3 luglio 1997 n. 292 e dell’11 febbraio 1999, n. 26. In tali decisioni del Giudice delle leggi vengono stabiliti due importanti principi: da un lato viene trattata la possibilità del giudice di sorveglianza di decidere su domande in materia di diritti fondamentali perchè “il procedimento dinanzi al magistrato di sorveglianza costituente rimedio per far valere diritti non comprimibili dei detenuti che sia possibile far valere soltanto in quella sede ha natura di giudizio e pertanto in tale sede quel magistrato è legittimato a sollevare questioni di costituzionalità”.

A questo proposito ci si può chiedere una domanda di risarcimento del danno rientri tra detti procedimenti, tuttavia collegando lo specifico evento lesivo e la stretta consequenzialità dell’istanza di risarcimento, il giudicante risponde affermativamente a questo dubbio.

Dall’altro lato la Corte statuisce che, nel silenzio della legge, deve essere prevista anche“in favore di chi subisca restrizioni della libertà personale, una tutela giurisdizionale nei confronti di atti dell’amministrazione penitenziaria lesivi di diritti, quando la lesione sia potenziale conseguenza del regime di sottoposizione a quella restrizione”. N

e consegue, quindi, che il silenzio del legislatore sulla predisposizione di adeguati strumenti processuali non può, né deve, impedire alle istanze dei detenuti di trovare ascolto, sia per i diritti costituzionalmente garantiti, sia tutte le posizioni giuridiche soggettive. In caso contrario, verrebbero meno i principi costituzionali previsti dagli artt. 24 e 113 Cost.

Citando un noto filosofo del diritto (R. Dworking, Taking Rights Seriously, Cambridge, 1977), il giudicante emana una decisione coraggiosa che, seppur condivisibile sotto il profilo sostanziale, può essere discutibile dal punto di vista procedurale, ma che sferza il dibattito sull’effettività dei diritti dei detenuti.