La proposta di legge sulla parificazione tra gli status di filiazione

pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 2 marzo 2012

Il 30 giugno 2011 la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge unificato C 3915 in materia di filiazione onde equiparare la filiazione naturale nata al di fuori del matrimonio a quella legittima secondo il dettato normativo previsto dall’art. 30 della Costituzione Repubblicana e alla consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Con questo disegno di legge, il legislatore intende superare le discriminazioni residuali sopravvissute alla legge di riforma del diritto di famiglia del 1975. Il differente trattamento che il codice del 1942 riservava ai figli naturali rispetto a quelli legittimi trova le sue radici storiche nel diritto romano dove si distinguevano i filii iusti o legitimi dai naturales o vulgo concepti. Tale distinzione è riuscita a sopravvivere alla Rivoluzione francese trasmettendosi nel Code Napoléon, nei codici preunitari e nel codice civile italiano del 1865, che di quello francese era una traduzione pressoché letterale.

È noto che l’ordinamento giuridico italiano distingue tra la filiazione legittima e la filiazione naturale. La prima riguarda la nascita di figli da genitori uniti dal vincolo matrimoniale ai sensi degli artt.231 c.c. e seguenti. Si tratta di una serie di presunzioni secondo cui i figli nati entro all’interno di un certo periodo dalla celebrazione del matrimonio sono considerati concepiti dal marito della madre. La filiazione naturale, invece, non si serve di presunzioni per accertare la paternità del figlio nato da donna non coniugata.

Codesta differenza è collegata al dovere di fedeltà nei rapporti sessuali cui sono tenuti i coniugi dal momento della celebrazione del matrimonio. Da questa concezione, molto radicata nel sentire comune sia per motivi di ordine sociale, sia per motivi di ordine religioso, discendono le conseguenze sullo status dei figli in considerazione dell’esistenza o meno del vincolo di coniugio tra i genitori.

Nonostante il dettato costituzionale previsto dall’art. 30, il quale al primo comma prevede che “E dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”, tale distinzione è superstite anche alla riforma del diritto di famiglia del 1975 che ha scardinato la tradizionale visione giuridica e sociale del diritto di famiglia e del residuato storico della potestà del pater familias quale perno della vita famigliare.

Il mutamento della percezione è ben sintetizzato dalla giurisprudenza di legittimità, la quale afferma che il precetto costituzionale “indirizza il legislatore ad una regolamentazione del tema informata al principio del dovere (nel senso di obbligo) del genitore di mantenere, istruire ed educare i figli in funzione del solo fatto materiale della procreazione e senza alcun vincolo con il riconoscimento formale della paternità o maternità naturale; al principio (…) per cui il diritto al mantenimento deve trovare la sua fonte immediata nel fatto della procreazione e non nello status formale di figlio naturale” (Cass., 1 aprile 2004, n. 6365, in Fam. e Dir., 2005, 31).

Tuttavia, giustificata dalla persistente discriminazione tra filiazione legittima e filiazione naturale, insiste tuttora la dicotomia trafavor veritatis e favor legitimitatis. Tale bipartizione, risalente nel tempo, considera prioritario l’interesse super-individuale della famiglia rispetto alla verità della paternità, nella stima, generalmente accettata a livello sociale, che gli effetti giuridici del rapporto personale e giuridico intercorrente tra i genitori, possa riflettersi anche sui figli.

Infatti, esiste a questo proposito un orientamento di legittimità consolidato (Cass., 8 settembre 1995, n. 9463, in Mass. Giur. It., 1995; Id., 17 agosto 1998, n. 8097, ibidem) il quale afferma che non è possibile attribuire valore preminente ed assoluto alla verità biologica rispetto a quella legale, in quanto l’art. 30, co. 4 Cost. afferma che “la legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”, [quindi] ne consegue che viene demandato al legislatore ordinario il potere di privilegiare, nel rispetto degli altri valori di rango costituzionale, la paternità legale rispetto a quella biologica”.

Il precetto costituzionale, al suo terzo comma, assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. Tale disposizione offre una sottolineatura che pare in contraddizione implicita con quanto precedentemente affermato, ovvero considera il rapporto della filiazione dalla prospettiva “orizzontale” della famiglia legittima invece che dalla prospettiva “verticale” del rapporto di filiazione conseguente ad un atto procreativo. Infatti, il terzo comma dell’art. 30, se avulso dall’interpretazione in combinato disposto con gli artt. 2, 3, co.1 e 30 co.1, diventa suscettibile di assumere le valenze più diverse, a seconda della differente qualità e quantità di diritti che l’interprete intende riconoscere.

La dottrina conservatrice (C. Grassetti, I principi costituzionali relativi al diritto di famiglia, in Commentario sistematico alla Costituzione italiana diretto da P. Calamandrei e A. Levi, Firenze, 1950, p. 307), ha letto nella citata disposizione il fondamento costituzionale per considerare la preminenza della famiglia legittima sulle altre formazioni sociali che permettono lo sviluppo della personalità umana, lettura però che non può trovare conforto nella Carta costituzionale. In contrapposizione a questa interpretazione, la dottrina e la giurisprudenza risaltano il primo comma dell’art. 30 della Costituzione, secondo il quale il rapporto di filiazione è garantito come “valore originale e non dipendente, qualunque ne sia il titolo”(P. Zatti, Rapporto educativo ed intervento del giudice, in L’autonomia dei minori tra famiglia e società a cura di M. De Cristofaro, e A. Belvedere, Milano, 1980, p. 280). In attuazione delle disposizioni costituzionali, il legislatore della riforma del 1975 ha parificato i figli naturali e quelli legittimi per quanto concerne l’aspetto relativo ai diritti e doveri derivanti dalla costituzione del legame di filiazione, cioè per il mero fatto della procreazione, infatti “nel nostro ordinamento il riconoscimento del figlio naturale comporta, a norma dell’art. 261 c.c., tutti i doveri propri della procreazione legittima, compreso quello dell’assunzione dello status genitoriale, e, quindi, dell’obbligo di mantenimento, a partire, ovviamente, dalla nascita del figlio” (Cass., 22 novembre 2000, n. 15063, in Giust. Civ., 2001, I, 1296).

Il riconoscimento del legame di filiazione naturale può avvenire sia volontariamente da parte del genitore, sia attraverso l’accertamento giudiziale ex artt. 261 e 267 c.c. Ne consegue che la disciplina degli obblighi di mantenimento, educazione e istruzione, di reciproci doveri tra genitori e figli, di potestà genitoriale, di usufrutto legale e di obblighi alimentari.

La formale distinzione tra i due status filiationis, tuttavia, persiste in alcuni aspetti dell’impianto legislativo, come dimostrato dalla stessa collocazione sistematica di rinvio con cui il codice disciplina la filiazione naturale, nonché dalla permanenza dell’istituto della legittimazione, che non avrebbe più senso qualora non vi fossero differenziazioni tra le due categorie di figli.

Al contrario, l’art. 9, comma 3 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia del 1989 afferma il diritto del minore ad un rapporto personale ed a un contatto diretto con i genitori, a meno che ciò non sia contrario al suo benessere. La dottrina rileva come nella Convenzione manchi una distinzione tra filiazione legittima e naturale, ovvero tra filiazione in costanza di matrimonio ovvero al di fuori di esso, da cui si può dedurre che si proceda sul presupposto della parità dei genitori in relazione alla responsabilità dei figli.

Ed in questo senso sembrerebbe orientarsi il disegno di legge C 3915 – S 2805 della XVI Legislatura.

Quali sono le sue disposizioni principali?

Innanzitutto si osserva che esso abolisce la distinzione tra “figli legittimi” e “figli naturali” utilizzando ovunque il solo termine “figli”.

L’art. 1 sostituisce il testo dell’art. 74, relativo alla “Parentela”, il cui testo, qualora definitivamente approvato, disporrebbe che “la parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo.

Il vincolo di parentela non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di età, di cui agli articoli 291 e seguenti”. Anche il testo dell’art. 250 c.c. (rubricato “riconoscimento”) verrebbe modificato nel senso che”(I)l figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente”.

Oltre ad abbassare il limite di età dell’ascolto del minore da sedici a quattordici anni, il DDL interverrebbe anche sul quarto comma dell’art. 250 c.c. modificandone il testo come segue: “Il consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il consenso dell’altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso all’altro genitore. Se non viene proposta opposizione entro trenta giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice, assunta ogni opportuna informazione, dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore, ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che l’opposizione non sia palesemente fondata.

Con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell’articolo 315-bis e al suo cognome ai sensi dell’articolo 262”. Di grande importanza è la modifica che verrebbe apportata dal DDL all’art. 258 c.c. nel senso che “(I)l riconoscimento produce effetti riguardo al genitore da cui fu fatto e riguardo ai parenti di esso”. Tale interventi ha rilevanti conseguenze soprattuttoiure hereditatis.

Il nuovo testo dell’art. 262, 2°co., c.c. consentirebbe al figlio naturale di “assumere il cognome del padre aggiungendolo a quello della madre”, in questo modo il cognome materno non verrà più cancellato. Il nuovo art. 315 prevederebbe che tutti i figli hanno il medesimo status giuridico, mentre l’art. 2 contiene la delega al Governo per la dettagliata revisione delle diposizioni vigenti in materia di filiazione naturale, che contrastino con siffatto nuovo status giuridico.

Altrettanto significativa è l’introduzione da parte del DDL dell’art. 315 bis concernente “I diritti e doveri del figlio”, ovvero: “(I)l figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti. Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Viene altresì inserito l’art. 448 bis in materia di “Cessazione per decadenza dell’avente diritto dalla potestà sui figli”, secondo cui “(I)l figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti prossimi non sono tenuti all’adempimento dell’obbligo di prestare gli alimenti al genitore nei confronti del quale è stata pronunciata la decadenza dalla potestà e, per i fatti che non integrano i casi di indegnità di cui all’articolo 463, possono escluderlo dalla successione”.

In caso di approvazione del DDL, l’art. 3 predispone una riforma molto attesa da parte degli operatori, ovvero la “(M)odifica al codice di procedura civile in materia di procedimenti di affidamento dei figli di genitori non coniugati)”. La competenza della materia diverrebbe del Tribunale dei Minorenni e il procedimento verrebbe affidato ad un giudice togato, di fronte al quale i genitori dovranno comparire personalmente al fine dell’espletamento di un tentativo di conciliazione.

L’art. 4 stabilisce che le norme previste dall’art. 3 del ddl in questione si applicheranno ai soli procedimenti instaurati dopo l’entrata in vigore della legge, mentre l’art. 5 dispone le modifiche alle norme regolamentari in materia di stato civile al fine di rendere armonico e organico il nuovo impianto legislativo. Si nota che il medesimo articolo afferma che il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso e che si possono imporre non più di tre nomi che, se separati da una virgola, soltanto il primo può venire riportato nei certificati.

Come sovente accade, l’ultimo articolo, il 6, contiene una “clausola di invarianza finanziaria”, ovvero che “(D)all’attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.