La fecondazione eterologa, il diritto interno e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani

Commento al Comunicato Stampa della Corte costituzionale emanato il 22 maggio 2012. Pubblicato sul Quotidiano Giuridico il 5 giugno 2012

La decisione della Costituzionale italiana sul divieto di “fecondazione eterologa”, contenuto nell’art. 4, co. 3, della legge 40/2004, era attesa da più parti: dalle coppie impossibilitate ad avere un figlio con le modalità procreative naturali, dai partiti politici, dalle gerarchie ecclesiastiche, dall’opinione pubblica. Tuttavia, la Corte costituzionale ha deciso di non decidere: infatti, il Giudice delle leggi ha emanato un inatteso comunicato stampa che recita: “La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dai Tribunali di Firenze, Catania e Milano relativamente al divieto di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo sancita dalla legge n. 40 del 2004, restituendo gli atti ai giudici rimettenti per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 3 novembre 2011 (S.H. e altri contro Austria), sulla stessa tematica.”

Anche se tanto favorevoli quanto i contrari al citato divieto hanno interpretato tale documento quale elemento a favore della propria visione della questione, esso consente l’emersione di alcuni punti interessanti: in particolare relativamente al rapporto tra il metodo di elaborazione delle questioni di costituzionalità e la relazione con le decisioni di corti sovranazionali; inoltre in relazione alla natura c.d. multilivello, ovvero “reticolare” del rapporto gerarchico tra giudici supremi nazionali e sovranazionali.

Sotto il primo profilo, come si ricorderà è stata proprio una sentenza della Corte europea dei diritti umani, la già citata S. H. contro Austria, a fondare le argomentazioni necessarie per sollevare la questione di incostituzionalità di fronte alal Corte costituzionale. Va ricordato che la sentenza richiamata dai giudici remittenti è stata emanata dalla Prima Sezione della Corte di Strasburgo il 1 aprile 2010 e impugnata dallo Stato Austriaco di fronte alla Grande Camera il 4 ottobre 2010 prima che la medesima diventasse definitiva: dunque i giudici remittenti si sono basati su una decisione europea che già era messa in discussione di fronte all’organo che l’aveva emanata. È interessante riflettere sull’argomentazione principale del giudice remittente fiorentino secondo cui le sentenze della Corte costituzionale n. 348 e 349 del 2007 (confermate dalle sentenze nn. 39/2008, 239 e 311 del 2009) affermano che, qualora non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa tra la norma interna e la norma della Convenzione CEDU (in questo caso l’art. 8 relativo alla tutela della riservatezza della vita privata e famigliare e l’art. 14 relativo al divieto di discriminazione), il giudice deve sollevare questione di incostituzionalità, con riferimento all’art. 117 Cost, ovvero all’art. 10 Cost.

Nella revisione del giudizio davanti alla Corte dei diritti umani, la Grande Camera ha ampliato i confini del dibattito con l’intervento in causa di altri Stati ovvero di gruppi di portatori di interessi. In concreto la decisione della Grande Camera ha due punti rilevanti: da un lato essa ha riconosciuto che il diritto di una coppia di concepire un figlio ricorrendo anche a tecniche di procreazione medicalmente assistita rientra nelle garanzie previste dall’art. 8 CEDU in quanto tale scelta è espressione della vita privata e famigliare; dall’altro ha però affermato che “Poiché l’utilizzo della fecondazione in vitro ha sollevato e continua a sollevare questioni delicate di ordine etico e morale che rientrano in un contesto di progressi rapidissimi in campo medico e scientifico, e poiché le questioni sollevate dalla presente causa vertono su aree in cui non vi è ancora una omogeneità tra gli Stati membri, la Corte ritiene che il margine di discrezionalità di cui deve disporre lo Stato convenuto sia ampio” (in dottrina, B. Liberali, Il margine di apprezzamento riservato agli Stati e il c.d. Time Factor. Osservazioni a margine della decisione della Grande Camera resa contro l’Austria, in Rivista dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, n. 1/2012). Pertanto, nel merito la decisione della Prima Camera viene ribaltata, di conseguenza le argomentazioni che sostenevano le questioni di costituzionalità superate ed è questa circostanza che consente alla Corte costituzionale italiana di restituire gli atti alle parti favorendo un approfondimento della questione.

Per quanto concerne secondo profilo, ovvero il rapporto tra Corti di vertice, appare interessante verificare come esso si stia trasformando in un dialogo avente natura “reticolare”, quasi senza gerarchie, ove il fine da raggiungere è l’interpretazione conforme del diritto interno al disposto della Convenzione europea dei diritti fondamentali e all’interpretazione giurisprudenziale elaborata su di essa dalla Corte di Strasburgo (R. Conti, CEDU e interpretazione del giudice: gerarchia o dialogo con la Corte di Strasburgo?, in Federalismi.it, 2010, n. 6).