Brevettabilità dell’embrione umano, inviolabilità della dignità umana e aborto: qual è il bilanciamento?

Oggi la Corte costituzionale discuterà dell’ordinanza del Tribunale di Spoleto del 3 gennaio 2012 in tema di aborto. Ne hanno parlato tutti i giornali, a mio parere superficialmente.

L’ordinanza del Tribunale di Spoleto in commento ha sollevato molto rumore sui giornali d’opinione che ne hanno riportato i contenuti alquanto parzialmente concentrandosi soprattutto sulla questione ideologica che può dividere l’opinione pubblica su un argomento apparentemente acquisito, ovvero il diritto della donna di abortire entro i tre mesi dall’inizio della gravidanza per serio pericolo per la sua salute psico-fisica. Esempi ne siano i titoli de “Il Fatto Quotidiano” (Aborto, la 194 al vaglio della Consulta. “Violazione dei diritti dell’embrione”) del “Corriere della Sera” (Aborto, all’esame della Corte Costituzionale la legge 194), del Sole 24 Ore (Aborto, il 20 giugno la Corte costituzionale esaminerà la legge sui minori), tutti pubblicati il 7 giugno 2012.

L’ordinanza in epigrafe concerne la richiesta al giudice tutelare di una ragazza diciassettenne per abortire senza il consenso dei genitori. Il giudice solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 22 maggio 1978 n. 194, in relazione agli articoli 2, 32, primo comma, 11 e 117 della Costituzione. Il richiamo degli artt. 11 e 117 Costituzione effettuato dal giudice remittente si basa su sulla decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in materia di brevettabilità dei prodotti della ricerca effettuata su embrioni umani, nota come “Brüstle contro Greenpeace”. In questa decisione la Corte di giustizia rispondeva a precise questioni di pregiudizialità poste dal Bundesgerichtshof tedesco in merito allo sfruttamento commerciale di alcuni brevetti farmaceutici ottenuti da cellule progenitrici neurali e dei procedimenti per la loro produzione a partire da cellule staminali embrionali, nonché la loro utilizzazione a fini terapeutici per la cura del morbo di Parkinson. La Corte di giustizia dell’Unione Europea, con la richiamata sentenza del 18 ottobre 2011, ha risposto che l’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 6 luglio 1998, 98/44/CE, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche deve essere interpretato nel senso che: “costituisce un «embrione umano» qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi”. Tale definizione è più ampia rispetto a quella di natura medica, collegata invece alla protezione del diritto alla salute. Tale estensione di tutela è dovuta al fine di limitare la brevettabilità di prodotti biotecnologici provenienti da materiali riproduttivi umani all’interno dell’Unione Europea. Siffatto principio si ricollega in modo diretto con l’art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che tutela la dignità umana, secondo il quale l’essere umano non può essere considerato uno strumento, neppure per lucro, perciò la Corte esclude la brevettabilità dell’embrione e dei prodotti da esso derivati.

Da queste considerazioni, alquanto sommarie, diviene palese come il riferimento del giudice tutelare alla decisione Brüstle sia del tutto inappropriato perchè il giudicante estende un principio elaborato esclusivamente in tema di brevettabilità alla questione del bilanciamento tra i diritti dell’embrione e della madre. Infatti l’embrione è considerato dal giudice remittente come provvisto di “autonoma soggettività giuridica della cui tutela l’ordinamento deve farsi carico”: elemento che va ben oltre quanto affermato anche dal tenore a forte valenza simbolica dell’art. 1 della legge 19 febbraio 2004, n. 40, relativa alle “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” che “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Al contrario, il giudicante non riserva il minimo ascolto ai diritti di pari assolutezza e dignità costituzionale della madre minorenne alla sua salute, alla sua autodeterminazione e alla sua riservatezza, nonostante nel caso concreto si tratti di persona già titolare di capacità giuridica ai sensi dell’art. 1 del codice civile, anche se non ancora provvista di capacità di agire.

Per quanto concerne il diritto di provenienza europea, sarebbe stato pertinente ed adeguato al caso il possibile riferimento alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, in quanto essa sviluppa i principi contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Sul punto, la Corte di Strasburgo si è occupata del dibattuto tema della possibile qualificazione dell’embrione come persona, senza tuttavia giungere ad una soluzione condivisa. Infatti, nel caso Vo contro Francia (Corte europea dei diritti umani, 8 luglio 2004) seppure riconoscendo la dignità del nascituro, la Corte ha dato atto del disaccordo europeo generalizzato sullo status giuridico dell’embrione e sul fatto che non vi sono al momento riscontri scientifici che consentano di orientare la questione. In conseguenza di ciò al momento non vi è una convergenza sostanziale di opinioni, scientifiche e giuridiche, sui due punti centrali della questione: a) sull’esclusione dell’embrione quale soggetto del diritto alla vita; b) se il diritto alla vita dell’embrione è collegato a quello della madre, quindi che il diritto alla sua salute sia subordinato alla cura della salute materna. Va sottolineato che nel caso concreto portato davanti ai giudici di Strasburgo, la Cour de Cassation stabilì che al feto non può riconoscersi la qualifica di persona e che quindi non è ipotizzabile la fattispecie di omicidio. Nelle successive decisioni relative al caso Evans contro Regno Unito di Gran Bretagna e S. H. et al. contro Austria la Corte di Strasburgo non ha mutato la propria posizione rinviando la soluzione della questione agli Stati aderenti alla Convenzione e valorizzando al massimo il principio del margine di apprezzamento.

Aggiornamento: cvd, la Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la sollevata questione. In attesa del provvedimento, qui Il Fatto Quotidiano.

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