Trattamento sanitario obbligatorio, presupposti e legittimazione ad agire

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 25 giugno 2012

Il provvedimento emanato dal Tribunale di Saluzzo del 20 aprile 2012 solleva un tema di doppio interesse: da un lato riguarda quali siano i requisiti per l’emanazione del provvedimento sindacale impositivo di un trattamento sanitario obbligatorio, mentre dall’altro individua quali siano i soggetti legittimati a ricorrere in giudizio per l’impugnazione della convalida del medesimo TSO.

La fattispecie che ha dato origine al contenzioso concerne le vicissitudini di una persona affetta da uno scompenso psicotico acuto con turbe del comportamento. Detta psicosi è la patologia più grave tra i disturbi psichiatrici poiché comporta “una severa alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo, con compromissione dell’esame della realtà”. Dall’esame istruttorio degli operatori medici è risultato che era consuetudine della paziente l’invio di numerosissimi SMS, anche minacciosi, agli psichiatri che la curavano, nonché la realizzazione a loro discapito di una serie di danneggiamenti: fatti che avevano turbato il rapporto medico – paziente.

Alla luce di questi eventi, la paziente e la struttura sanitaria avevano raggiunto un accordo che consentisse alla donna di farsi seguire da un sanitario di sua fiducia, con l’obbligo da parte di costui di tenere informate le autorità sanitarie dell’evolversi della terapia. Tuttavia nel febbraio 2012 la donna incontrò in una stazione ferroviaria un suo ex medico curante e nuovamente lo minacciò. Costui presentò denuncia allegando i messaggi di minaccia ricevuti. La donna si rese irreperibile, ma continuò la sua attività vessatoria “manifestando un disturbo della personalità di tipo paranoico con profili querulomani, caratterizzato dall’idea fissa di vendicarsi della psichiatria alla quale addebitava tutte le sue disgrazie”.

La questione preliminarmente affrontata dal giudicante nel procedimento di impugnazione della convalida del TSO concerne l’interesse, e quindi la legittimazione ad agire, di una associazione a difesa di persone che subiscono “maltrattamenti psichiatrici e medici in genere”, alla quale si era rivolta la paziente. Siccome lo statuto di siffatta associazione precisa che essa è abilitata a “raccogliere denunce di maltrattamenti e a sottoporle all’opinione pubblica o, d’accordo con gli interessati, ad avvocati di fiducia per la difesa in sede legale”, il giudice si chiede se il riferimento “alla difesa in sede legale” sia sufficientemente ampio “per includere le iniziative giudiziarie a difesa della libertà della persona contro gli abusi della psichiatria”. Per rispondere, il giudicante ricostruisce la disciplina vigente in materia, a partire dai lavori preparatori della legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del servizio sanitario nazionale. Durante la discussione avvenuta il giorno 13 dicembre 1977 (reperibile sul sito http://legislature.camera.it) emerse la preoccupazione del bilanciamento al potere attribuito all’autorità sanitaria di disporre i TSO con il bilanciamento delle garanzie giurisdizionali. Tale dibattito avvenne in un contesto dove erano divenuti noti all’opinione pubblica gli abusi dell’allora regime manicomiale. Si ricorda infatti che la c.d. “legge Basaglia”, la legge 180/1978, che imponeva la chiusura dei manicomi, venne approvata proprio il 13 maggio dello stesso anno (In dottrina, G. Gliatta, La dignità e la salute del paziente e il trattamento in assenza di consenso, La responsabilità civile, 2010, p. 784; C. Baragli, Trattamento sanitario obbligatorio, Il Foro toscano – Toscana giurisprudenza, 2007, p. 108).

L’art. 35, co. 8 della legge 833/78 afferma che legittimato ad impugnare il provvedimento convalidato dal giudice tutelare è chiunque vi abbia interesse, quindi non soltanto il soggetto che lo subisce. Si tratta da un lato dell’estensione della portata dell’art. 100 c.p.c, e dall’altro del discostamento dalla formulazione adottata nell’art. 417 c.c. in materia di interdizione. Pertanto, tale estensione consente da un lato di vagliare con attenzione il potere dell’autorità sanitaria di far ricoverare i malati di mente, dall’altro lato realizza la protezione estesa di interessi di rango costituzionale, come la tutela della libertà personale e l’autodeterminazione in ambito sanitario. A questo proposito, è interessante verificare come la giurisprudenza abbia coordinato la riforma apportata dalla legge 9 gennaio 2004, n. 6 in materia di amministrazione di sostegno in relazione alla manifestazione del consenso informato alla somministrazione di terapia psichiatrica (Trib. Cosenza, 24 ottobre 2004).

In materia di presupposti per l’emanazione di un TSO, il giudice osserva che nel caso in esame, l’emanazione del provvedimento non è stata arbitraria a causa del reiterato comportamento antisociale, vessatorio e integrativo di fattispecie di reato posto in essere dalla paziente, la quale non si dimostrava in grado di comprendere i propri problemi e perciò il TSO rappresentava “l’unica alternativa possibile. Infatti, appena costei si è resa disponibile a riprendere un programma terapeutico il TSO è stato revocato.