Gestione societaria delle partecipate del Comune e controllo della cittadinanza: davvero gli amministrati non hanno interesse ad agire?

Pubblicato sul Quotidiano IPSOA del 25 giugno 2012

Di Daniela Bauduin e Elena Falletti

TAR Piemonte, ordinanza, 15 giugno 2012

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima) ha pronunciato l’ordinanza cautelare n. 379 del 2012 sul ricorso proposto da alcuni cittadini contro il Comune di Torino e la FCT Holding S.r.l., per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, di alcuni atti di indirizzo politico-amministrativo e di una determinazione dirigenziale, adottati dall’ente locale.
La FCT Holding S.r.l. a socio unico è partecipata totalmente dal Comune ed è stata creata per accentrare in un unico soggetto societario il portafoglio di partecipazioni della Città di Torino al dichiarato scopo di rendere più efficiente la gestione del sistema delle partecipazioni ed a liberare risorse finanziarie. Nell’impugnata deliberazione del Consiglio Comunale si richiama, a fondamento del “Riordino del gruppo conglomerato Città di Torino programmazione economico finanziaria 2011-2012”, la Corte dei Conti, secondo cui sarebbe necessaria una maggiore consapevolezza delle potenzialità dello strumento societario nell’ambito della gestione dei servizi e delle attività, al fine di esercitare un controllo effettivo necessario a garantire la soddisfazione che l’utente del servizio ha diritto di pretendere a fronte del “prezzo” a diverso titolo pagato, in termini di tariffe, ma anche di imposte locali e statali trasferite. Inoltre, l’Assemblea elettiva comunale osserva che l’accesso allo strumento societario da parte della Pubblica amministrazione dovrebbe sempre essere improntato ad una migliore realizzazione degli obiettivi di interesse generale, posto che in tanto si giustifica l’inquadramento dei pubblici poteri in una cornice privatistica in quanto tale contesto sia funzionale alla realizzazione degli interessi della comunità.
Quanto detto ci consente di esaminare con maggior chiarezza l’ordinanza depositata in data 15 giugno 2012 presso la Segreteria del Tar Piemonte, con cui è stata rigettata l’istanza cautelare avanzata dai ricorrenti, sulla base della mancata prescritta verosimiglianza del buon diritto. Giova riportare il passaggio motivazionale del provvedimento: “Ritenuto, ad un primo sommario esame compatibile con la fase cautelare, che l’istanza non paia assistita dal prescritto fumus boni iuris in ragione della carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti non suffragabile né automaticamente in relazione ad eventuali prerogative genericamente partecipative, non necessariamente ridondanti in legittimazione ad agire, né in relazione alla posizione di contribuente in senso generale, posizione che non può ingenerare una sorta di potestà ispettiva generalizzata sull’azione dell’amministrazione, salva l’individuazione di fattispecie di specifico e puntuale nesso tra l’imposizione tributaria e l’attività posta in contestazione”.
Come noto, la legittimazione ad agire è condizione dell’azione in giudizio e consiste nell’affermazione della titolarità di una situazione giuridica sostanziale: il giudice adito è chiamato ad accertare che tale situazione sia in astratto tutelata dall’ordinamento giuridico e non l’effettiva titolarità; diversamente, la fondatezza della domanda diventerebbe condizione dell’azione.
Nel processo amministrativo il ricorrente deve prospettare la lesione concreta ed attuale della propria sfera giuridica e l’effettiva utilità che potrebbe derivargli dall’annullamento dell’atto impugnato. Tuttavia, si registra un cambiamento della nozione stessa di sfera giuridica dell’individuo rispetto alla metà del secolo scorso, in cui essa aveva una connotazione meramente “privatistica”. Infatti, oggi l’interesse del soggetto presenta una forte caratterizzazione sociale, in quanto il singolo tende sempre più spesso ad esprimere la propria personalità in una dimensione sociale. Del resto, la stessa Costituzione all’articolo 2, significativamente collocato tra i principi fondamentali, afferma il principio personalista, attribuendo alla Repubblica il compito di garantire i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nell’ambito delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Inoltre, l’art. 118, ultimo comma, Cost., così come riformato nel 2001, richiede allo Stato, alle Regioni, alle Città metropolitane, alle Province ed ai Comuni, che insieme compongono la Repubblica, di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
La situazione legittimante si identifica, allora, sempre più spesso nell’interesse dell’individuo ad attivare un processo in quanto appartenente ad una determinata categoria sociale, che vuole partecipare all’esercizio del potere pubblico, azionando il controllo del giudice terzo ed imparziale. Ciò a prescindere da un’utilità diretta e concreta derivabile dalla sentenza favorevole, ma sulla base della sovranità che la Costituzione attribuisce al popolo.

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