Centrali a carbone: Greenpeace non diffama Enel

Pubblicato sul Quotidiano Ipsoa del 20 luglio 2012

Trib. Roma, 9 luglio 2012

 Abstract: La campagna di informazione ambientale effettuata da Greenpeace contro le centrali a carbone di Enel non è diffamatoria in quanto basata su dati scientifici non contestati da controparte e fondata sul diritto di critica, costituzionalmente garantito dalla libertà di manifestazione del pensiero.

Il provvedimento in epigrafe è stato emanato in risposta ad un ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. promosso dalla società Enel nei confronti dell’Associazione Greenpeace Italia affinchè venisse a questa ordinato di inibire, mediante rimozione, la diffusione di materiali ritenuti diffamatori consultabili online sia al sito web http://www.greenpeace.org/italy/it, sia su un ulteriore sito all’uopo dedicato: http://www.facciamolucesuenel.org. I materiali quali si chiedeva la rimozione sono un video datato 28 maggio 2012 e intitolato “La bolletta sporca”, un fac simile della bolletta Enel disponibile alla pagina intitolata “Enel KILLER DEL CLIMA – La sporca verità su Enel”, la diffusione della canzone “E’ nell’aria” e di altre espressioni ritenute lesive dell’onore e della reputazione della società pertanto gravemente diffamatorie.

La società ricorrente richiedeva la condanna della resistente ai sensi dell’art. 614 bis c.p.c al pagamento di 10.000,00€ per ogni giorno di inesecuzione degli obblighi e di 1.000,00€ per ciascuna violazione. Sotto il profilo del fumus boni iuris la società lamentava il superamento dei limiti consentiti dalla legge dal diritto di critica e di cronaca poiché in difetto di continenza delle espressioni utilizzate e di mancanza di verità in quanto le espressioni utilizzate, a parere della ricorrente, non erano supportate da alcun elemento obiettivo di informazione. Sotto il profilo del periculum in mora, la ricorrente si doleva dell’imminenza e irreparabilità del danno connesso al protrarsi della asserita diffamazione in considerazione della vasta eco suscitata dalla campagna informatoria non solo sull’opinione pubblica e sui consumatori, ma anche sugli investitori

La resistente Greenpeace si difendeva affermando in punto fumus boni iuris che i dati posti a fondamento della campagna di informazione ambientale sono stati tratti da una ricerca internazionale coordinata dal Centre for Research on Multinational Corporations di Amsterdam, la quale non è stata contestata dalla ricorrente, mentre sulla diffusione di tali dati, la ricorrente sosteneva che il diritto di critica consente l’utilizzo di modalità aspre e graffianti; mentre in punto periculum in mora, la resistente ricordava di aver iniziato le sue campagne informative sul tema già dal 2006.

Il giudice del procedimento ex 700 c.p.c. ha rigettato l’istanza di Enel poiché carente dei presupposti previsti dalla legge. Nello specifico sotto il profilo del fumus boni iuris, da un lato la campagna informativa di Greenpeace non è orientata a perseguire il diritto di cronaca quanto il diritto di critica, quale espressione della libertà di manifestazione del pensiero costituzionalmente garantita. A questo proposito osserva il giudice che “la critica, a differenza della cronaca (che è narrazione di un fatto) configura l’espressione di un giudizio, di un’opinione, ed in quanto tale non può essere rigorosamente obietiva, ma inevitabilmente soggettiva e corrispondente al punto di vista di chi la manifesta”.

Dall’altro lato il giudice prende in considerazione l’oggetto della campagna: che è di scontato interesse pubblico globale essendo connessa con riferimenti a “mutamenti climatici del pianeta, fonti energetiche più o meno inquinanti in termini di emissione di CO2 e possibili fonti alternative di energia, dannosità per l’ambiente e per la salute umana in genere delle centrali termoelettriche a carbone”. Sotto questo punto di vista non è contestabile la verità della notizia oggetto di critica nel suo nucleo essenziale e dall’altro la sua continenza formale e sostanziale. Infatti, la campagna non trascende in attacchi personali, immotivati e gratuiti nei confronti di Enel poiché le espressioni sono del tutto proporzionate in limiti accettabili “ancorchè incisive e pungenti”. Ulteriormente, tale campagna è supportata da ricerche documentate e già note all’ambiente scientifico europeo, non ultimo dall’Agenzia Europea per l’Ambiente.

L’insussistenza del fumus boni iuris si ripercuote anche sul periculum in mora, pertanto l’inibitoria richiesta viene rigettata, insieme ad essa anche le richieste risarcitorie, mentre Enel viene condannata a pagare le spese processuali del procedimento cautelare a Greenpeace liquidate in 2500,00€.

Dalla lettura del provvedimento emerge che in un tema importante dove si contrappongono le esigenze di approvvigionamento energetico e la necessaria tutela dell’ambiente e della salute pubblica delle generazioni attuali e future il dibattito pubblico non può essere intimorito, né soffocato.

Orientamenti della giurisprudenza internazionale in tema di tutela dell’onore e della reputazione

Internet si è rivelato essere il più forte ed efficiente veicolo di imitazione giuridica oggi a nostra disposizione. Non capita di rado, infatti, che i giudici nel decidere le fattispecie in materia di diritto della Rete facciano riferimento a sentenze straniere attraverso la comparazione quando vi è un problema simile in altri ordinamenti ed è così possibile avere una risposta tendenzialmente armonizzata. La prassi internazionale è spesso strumento veicolare per lo scambio di modelli e, soprattutto, cultura giuridica. Internet ne moltiplica in modo quasi esponenziale gli effetti. Con questo contributo si intende offrire una breve panoramica sui recenti orientamenti giurisprudenziali comparati inerenti le tematiche della tutela della onorabilità, reputazione e diffamazione.

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Anteprima Postilla: Sete di sovranità

Il 20 luglio 2012 la Corte costituzionale ha depositato la sentenza n. 199/2012, attesissima perché concerne il rapporto tra privatizzazione dei servizi pubblici e l’esito del referendum dell’anno scorso. Si tratta di una sentenza molto importante perché in un certo senso segue le orme del Bundesverfassungsgericht nel ribadire il supremo principio del rispetto della sovranità popolare. Di seguito il passaggio a questo proposito più significativo:

“(Q)uesta Corte, escludendo, (…) la possibilità, in via interpretativa, dell’applicazione di una delle norme abrogate quale «norma transitoria», ha anche precisato che l’intervenuta abrogazione della stessa «non potrebbe consentire al legislatore la scelta politica di far rivivere la normativa ivi contenuta a titolo transitorio», in ragione della «peculiare natura del referendum, quale atto-fonte dell’ordinamento» (sentenza n. 468 del 1990).

Un simile vincolo derivante dall’abrogazione referendaria si giustifica, alla luce di una interpretazione unitaria della trama costituzionale ed in una prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale, al solo fine di impedire che l’esito della consultazione popolare, che costituisce esercizio di quanto previsto dall’art. 75 Cost., venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l’effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all’abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto.

Tale vincolo è, tuttavia, necessariamente delimitato, in ragione del suo carattere puramente negativo, posto che il legislatore ordinario, «pur dopo l’accoglimento della proposta referendaria, conserva il potere di intervenire nella materia oggetto di referendum senza limiti particolari che non siano quelli connessi al divieto di far rivivere la normativa abrogata» (sentenza n. 33 del 1993; vedi anche sentenza n. 32 del 1993).

In applicazione dei predetti principi, si è già rilevato che la normativa all’esame costituisce ripristino della normativa abrogata, considerato che essa introduce una nuova disciplina della materia, «senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina normativa preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti» (sentenza n. 68 del 1978), in palese contrasto, quindi, con l’intento perseguito mediante il referendum abrogativo. Né può ritenersi che sussistano le condizioni tali da giustificare il superamento del predetto divieto di ripristino, tenuto conto del brevissimo lasso di tempo intercorso fra la pubblicazione dell’esito della consultazione referendaria e l’adozione della nuova normativa (23 giorni), ora oggetto di giudizio, nel quale peraltro non si è verificato nessun mutamento idoneo a legittimare la reintroduzione della disciplina abrogata”.

Contrasto giurisprudenziale all’ombra della Madonnina sulla retribuzione dei lavoratori precari della scuola

Commento pubblicato su Il Quotidiano Giuridico del 13 luglio 2012

La questione, decisa in modo divergente da due collegi della sezione lavoro della Corte di appello di Milano, concerne il trattamento retributivo applicato ai dipendenti del Ministero dell’Istruzione assunti con un contratto a termine rispetto ai colleghi a tempo indeterminato. In precedenza, il Tribunale di Milano aveva stabilito che, alla luce di copiosa giurisprudenza della Corte di giustizia, e ai sensi della Direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, risulterebbe discriminatorio corrispondere una retribuzione minore dei dipendenti precari rispetto ai colleghi strutturati. Infatti la Corte di giustizia ha stabilito che “risulta tanto dalla formulazione della direttiva 1999/70 e dall’accordo quadro, quanto dal loro sistema generale nonché dalla loro finalità, che le prescrizioni ivi enunciate possono applicarsi ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato concluse con le amministrazioni e con altri enti del settore pubblico” (Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, C-307/05). Dal ciò si dedurrebbe che “lo scopo non è solo di stabilire un quadro per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o di rapporti di lavoro a tempo determinato, ma anche di garantire il rispetto del divieto di discriminazione per quanto riguarda il lavoro a tempo determinato” (Trib. Milano, 2 agosto 2011, in http://www.astrid.eu). Detto divieto è sancito ai sensi dell’art. 6 D.Lgs. 368/2001 di recepimento della citata direttiva.

Tuttavia, di fronte alla Corte d’appello ambrosiana si è verificato un contrasto giurisprudenziale su tale punto apparentemente pacifico, con il revirement della summenzionata interpretazione. Nella prima decisione che si esamina, quella del 15 maggio 2012, i giudici ambrosiani d’appello hanno affermato che:

  • riconosciuta l’armonizzazione dell’ordinamento interno con la normativa sovranazionale,
  • esclusa l’abusività della reiterazione degli incarichi a termine,
  • verificata la conformità alla normativa di matrice comunitaria di tali contratti a termine consecutivamente intercorsi fra le parti,

si deve giungere ad una valutazione negativa con riguardo alla specifica domanda attinente al profilo del trattamento retributivo. Infatti, i giudici hanno valutato negativamente il riconoscimento delle pretese differenze retributive rispetto a quanto effettivamente percepito sulla base degli scatti di anzianità e delle fasce stipendiali che sono propri del lavoratore assunto a tempo indeterminato dall’Amministrazione scolastica, di pari livello e anzianità e che pure abbia svolto prestazioni lavorative asseritamente “comparabili”. Inoltre, la diversità di trattamento nelle “condizioni di impiego” e nella “indennità per anzianità di servizio”, seppur parziale, dei lavoratori a termine nel settore scolastico risulta sorretta da “ragioni oggettive”. Siffatta diversità sarebbe giustificata dalla “specialità del sistema” retributivo del personale assunto con contratto a tempo indeterminato, poiché esso è fissato sulla base di fasce stipendiali commisurate agli anni di servizio e ai conseguenti scatti di anzianità. Ciò si basa sul presupposto che il lavoratore risulti immesso nel ruolo organico dell’Amministrazione scolastica tanto all’esito non solo di un’apposita procedura concorsuale quanto a seguito del positivo superamento di un congruo periodo di prova, durante il quale sono presenti ulteriori specifici doveri, quali – ad esempio – quelli del trasferimento nei casi di eccedenza del personale e della disponibilità in taluni periodi estivi per attività formative e altro (Corte Appello Milano, 15 maggio 2012).

Poco più di un mese dopo dalla pubblicazione di tale decisione, un diverso collegio della Corte d’Appello milanese ha pronunciato la seconda sentenza in epigrafe, riaccordandosi alla giurisprudenza della Corte di Lussemburgo. Esso ha affermato che ai sensi dell’art.6 del D. Lgs 368/200 al lavoratore assunto con contratto a tempo determinato spetta “ogni altro trattamento in atto” per i lavoratori con contratto a tempo indeterminato comparabili, intendendosi per tali “quelli inquadrati nello stesso livello, in proporzione al periodo lavorativo prestato, e non obiettivamente incompatibile con la natura del contratto a termine”. Secondo questo collegio, la clausola 4 punto 1 dell’accordo dispone che, per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili “per il solo fatto di avere un contratto o un rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive” (Corte Appello Milano, 27 giugno 2012). Perciò, “una disparità di trattamento che riguardi le condizioni di impiego tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato non può essere giustificata mediante un criterio che, in modo generale ed astratto, si riferisca alla durata stessa dell’impiego. Ammettere che la mera natura temporanea di un rapporto di lavoro basti a giustificare una siffatta disparità di trattamento priverebbe del loro contenuto gli scopi della direttiva 70/99 e dell’accordo quadro” (Corte App. Milano, 27 giugno 2012).

Spetta alla donna decidere

non al giudice, così ha deciso la Corte costituzionale in tema di aborto. Di seguito l’ordinanza n. 196 del 19 luglio 2012 della Consulta.

ORDINANZA N. 196

ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), promosso dal Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Spoleto nel procedimento relativo a F.N., con ordinanza del 3 gennaio 2012, iscritta al n. 60 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 16, prima serie speciale, dell’anno 2012.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 20 giugno 2012 il Giudice relatore Mario Rosario Morelli.

Ritenuto che – nel corso di un procedimento ex articolo 12 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), attivato a seguito della richiesta, del locale Consultorio familiare, di autorizzare una minorenne a decidere l’interruzione volontaria della gravidanza senza informarne i genitori – l’adito Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Spoleto ha sollevato, con ordinanza emessa il 3 gennaio 2012, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della predetta legge n. 194, nella parte in cui prevede la facoltà della donna, in presenza delle condizioni ivi stabilite, di procedere volontariamente alla interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni dal concepimento, per contrasto con gli articoli 2, 32, primo comma, 11 e 117, primo comma della Costituzione;

che, presupposta la rilevanza di tal questione, il rimettente ne ha motivato la non manifesta infondatezza, con richiamo, in premessa, alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 18 ottobre 2011 – resa nel procedimento C-34/10, Brüstle contro Greenpeace e V., e recante l’interpretazione dell’articolo 6, numero 2, lettera c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 98/44/CE, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche – la quale avrebbe, a suo avviso, attribuito, in modo inequivoco, assoluto rilievo giuridico all’embrione umano, non solo definendolo tale sin dalla fecondazione, ma considerandolo anche un “soggetto” di primario valore assoluto;

che – in applicazione, sempre secondo il giudice a quo, di tale principio, cui egli attribuisce efficacia diretta e vincolante per tutti gli Stati membri – risulterebbero, conseguentemente, lesi, dalla norma denunciata, i precetti costituzionali:

– dell’articolo 2, che garantisce il diritto alla vita anche nello stadio della sua formazione mediante il progressivo sviluppo delle cellule germinali;

– dell’articolo 32, primo comma, poiché la volontaria distruzione dell’embrione umano recherebbe vulnus al diritto alla salute, parimenti riconosciuto a chiunque possieda una individualità giuridicamente rilevante;

– degli articoli 11 e 117, primo comma, per elusione dei vincoli derivanti, al legislatore nazionale, dal principio dell’ordinamento comunitario in tema, appunto di tutela dell’embrione umano, come essere provvisto di autonoma soggettività giuridica;

che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, con il patrocinio dell’Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la manifesta inammissibilità della questione, per irrilevanza; e, nel merito, per la sua non fondatezza per assoluta inconferenza del dictum della Corte di giustizia europea, non altro recante che una «definizione dell’embrione umano ai soli specifici, e limitati fini, della individuazione di cosa costituisce invenzione biotecnologica brevettabile ai sensi della citata direttiva 98/44/CE»;

che, inoltre, secondo l’Avvocatura, «proprio dalla diversa natura dei valori che vengono coinvolti dal presente giudizio, che (…) altro non concerne se non il bilanciamento tra la libera autodeterminazione e la tutela della salute della donna e la tutela dell’aspettativa di vita del nascituro, discende l’impossibilità per il c.d. principio della primazia del diritto europeo di operare. Ciò in virtù della “teoria dei contro limiti”, in base al[la] quale la “ritrazione” del diritto interno nei confronti del diritto comunitario non opera “in riferimento ai principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e ai diritti inalienabili della persona umana”».

Considerato che la riferita questione di costituzionalità è stata sollevata nel corso, come detto, di un procedimento di volontaria giurisdizione ex articolo 12 della citata legge n. 194 del 1978;

che – a riguardo del provvedimento di “autorizzazione a decidere” che, in tal procedura, è chiesto al giudice tutelare di pronunciare – già nella sentenza n. 196 del 1987 questa Corte ha precisato che esso ha contenuto «unicamente di integrazione, della volontà della minorenne, per i vincoli gravanti sulla sua capacità d’agire», rimanendo quindi «esterno alla procedura di riscontro, nel concreto, dei parametri previsti dal legislatore per potersi procedere all’interruzione gravidica»; sicché, «una volta che i disposti accertamenti siansi identificati quale antefatto specifico e presupposto di carattere tecnico, al magistrato non sarebbe possibile discostarsene; intervenendo egli, come si è chiarito, nella sola generica sfera della capacità (o incapacità) del soggetto, tal quale viene a verificarsi per altre consimili fattispecie (per gli interdicendi, ad esempio, ai sensi dell’articolo 414 cod. civ.)»;

che le medesime considerazioni si trovano ribadite nelle ordinanze n. 463 del 1988 e n. 293 del 1993;

che, anche di recente, è stato ancora una volta riaffermato, nella ordinanza n. 126 del 2012, come, conformemente alla sopra identificata funzione del procedimento dinanzi al giudice tutelare, sia «attribuito a tale giudice – in tutti i casi in cui l’assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espresso – il compito di “autorizzazione a decidere”, un compito che (alla stregua della stessa espressione usata per indicarlo dall’art. 12, secondo comma, della legge n. 194 del 1978) non può configurarsi come potestà co-decisionale, la decisione essendo rimessa – alle condizioni ivi previste – soltanto alla responsabilità della donna» (ordinanza n. 76 del 1996); e che «il provvedimento del giudice tutelare risponde ad una funzione di verifica in ordine alla esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale» (ordinanza n. 514 del 2002);

che, pertanto, non essendo il rimettente chiamato a decidere, o a codecidere, sull’an della interruzione della gravidanza, la denunciata norma dell’art. 4 della legge n. 194 del 1978, che tale interruzione consente, non viene in applicazione del giudizio a quo;

che la correlativa questione di legittimità costituzionale è manifestamente, quindi, inammissibile per irrilevanza, assorbita rimanendo ogni altra eccezione dell’Avvocatura.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), sollevata, in riferimento agli articoli 2, 32, primo comma, 11 e 117 della Costituzione, dal Giudice tutelare del Tribunale ordinario di Spoleto, con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 giugno 2012.

F.to:

Alfonso QUARANTA, Presidente

Mario Rosario MORELLI, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 19 luglio 2012.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI

Rassegna di giurisprudenza in materia di Internet del mese di luglio 2012

pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 16 luglio 2012

Corte europea dei diritti umani

Richiesta di asilo politico, monitoraggio di Internet e rischio di violazione dell’art. 3 CEDU

European Court of Human Rights, S. F. e altri contro Svezia, 15.5.12

La causa in esame verte un provvedimento di espulsione in Iran di alcuni dissidenti curdi di nazionalità iraniana dalla Svezia, dove avevano richiesto asilo politico. La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che, se concretizzato, tale provvedimento potrebbe provocare un grave pericolo all’incolumità dei ricorrenti ai sensi dell’art. 3 CEDU (divieto di trattamenti inumani e degradanti). Tra le prove addotte i ricorrenti hanno dimostrato che le autorità iraniane controllano in modo efficace le comunicazioni via Internet e le critiche al regime anche al di fuori dell’Iran.

Svizzera

Street View: la Corte federale suprema svizzera stabilisce i requisiti di rispetto della privacy

Bundesgericht, 1C_230/2012, 31.5.12

La Corte federale suprema svizzera ha stabilito quali siano i requisiti minimi per l’effettiva salvaguardia dei dati personali al fine dell’uso delle immagini di Google Street View. In particolare, la Corte ha ordinato che debbano essere anonimizzati i volti delle persone e le targhe dei veicoli a motore, mentre nelle vicinanze di luoghi aventi carattere di particolare sensibilità, come scuole, ospedali, ricoveri per anziani, rifugi per donne maltrattate, sedi giudiziarie e prigioni l’anonimizzazione deve essere completa.

Francia

Lingua del sito e offerte al pubblico francese

Cour d’appel de Paris Pôle 1, chambre 3, 22.5.12

Con questa decisione la Corte d’Appello parigina stabilisce che le offerte predisposte dal sito http://www.ebay.fr devono essere predisposte in lingua francese, e non in inglese, perchè dirette ad un pubblico francofono. I giudici sottolineano che non è sufficiente la traduzione automatica dalla lingua inglese alla lingua francese delle medesime. La Corte giustifica la sua decisione attraverso l’uso del TLD indicativo della Francia, cioè .fr.

Stati Uniti

Occupy Wall Street: i dati e i cinguettii degli utenti su Twitter sono pubblici

Criminal Court of the City of New York, The People of the State of New York v. Harris, 20.4.12

Criminal Court of the City of New York, The People of the State of New York v. Harris, 30.6.12

La Criminal Court of the City of New York ha confermato un suo ordine di subpoena con il quale ha ingiunto al social network Twitter di consegnate alle autorità investigative di New York i dati personali di un manifestante indagato per i disordini accaduti durante le manifestazioni di Occupy Wall Street. Il giudice ha affermato che i dati rivelati attraverso il social network sono condivisi con gli altri utenti e quindi cessano gli interessi di tutela proprietaria e di privacy dei medesimi.

Australia

Pubblicazione di notizie false, diffamazione e risarcimento del danno

Supreme Court of Victoria, Trkulja v Yahoo! Inc LLC & Anor [2012] VSC 88, 15.3.12

Secondo i giudici della Corte suprema dello stato australiano di Victoria costituisce diffamazione la pubblicazione della notizia non genuina del coinvolgimento dell’attore nel sottobosco della malavita. Nel caso costui dimostrasse la malafede o la negligenza dei convenuti nella diffusione delle notizie false gli deve essere riconosciuto il risarcimento dei danni patiti per la lesione della sua reputazione passata, presente e futura.

Italia

Uso del marchio e diritto di critica

Tribunale Firenze, sez. Marchi e Brevetti Civile, ordinanza 27.3-25.5.12

Nella fattispecie in esame, la ricorrente ha dedotto l’illiceità della condotta di un webmaster per avere il medesimo violato il diritto all’uso esclusivo dei marchi e delle opere di un certo autore attraverso campagne diffamatorie ed offensive e l’utilizzazione di foto e ritratti non pubblici del logo del titolare di marchio registrato. Il giudicante ha affermato che siffatto comportamento non configura violazione diritto d’autore, poiché vi è il difetto di un uso illecito degli oggetti di tali diritti a fini commerciali e quindi di una pratica commerciale scorretta. Infatti, la pubblicazione del logo non è avvenuta allo scopo di pubblicizzare prodotti od opere o discipline affini con uso a tal fine non autorizzato dei marchi stessi, essendo stato effettuato solo un loro richiamo, seppure a sfondo critico senza alcuna appropriazione dei contenuti.

Spagna

Il servizio Google Cache e i diritti di proprietà intellettuale

Tribunal Supremo, Sala de lo Civil, 2037/2008, 7.3.12

I giudici spagnoli hanno rigettato la pretesa di alcuni ricorrenti sull’oscuramento di certe pagine della Google cache, relativamente alla riproduzione di un sito di scommesse, perchè siffatta pretesa è vietata dall’art. 7.2 del codice civile spagnolo in quanto configurerebbe abuso del diritto poiché diretta a danneggiare Google senza l’ottenimento di alcun corrispondente vantaggio. Con questa decisione i giudici hanno sottolineato che i diritti di proprietà intellettuale non sono diritti assoluti e nell’interpretazione del bilanciamento degli interessi si debba ricorrere al principio del c.d. fair use (o equo utilizzo).

Italia

Valida sottoscrizione delle clausole vessatorie nei contratti telematici

Tribunale di Catanzaro, 18 – 30.4.12

Il giudice calabrese ha affermato che una clausola vessatoria contenuta in un modulo di un contratto online è validamente sottoscritta solo con l’utilizzo della firma elettronica dell’aderente.

Germania

Pubblicazione di feed RSS e violazione di diritti di terzi.

BGH,VI ZR 144/11, 27.3.12

L’operatore di un portale di informazione provvisto di un servizio feed RSS non è tenuto a controllare prima della pubblicazione se il contenuto dei post viola i diritti di terzi.

Stati Uniti

Quando è possibile curiosare se è stato effettuato logout da un sistema altrui

Superior Court of New Jersey, A-2937-09T3, Marcus v. Rogers, 28.6.12

Con questa decsione, i giudici del New Jersey affermano che curiosare se un collega ha effettuato il logout da un sistema (nel caso in esame della casella di posta elettronica di Yahoo!) è illegittimo solo in caso di consapevole violazione dell’autorizzazione del collega medesimo.

Regno Unito di Gran Bretagna

Amara rivincita di Samsung contro Apple nella battaglia dei brevetti su tablet

High Court of Justice, Chancery Division, Patent Court, [2012] EWHC 1882 (Pat), 9.7.12

Secondo il giudice il design dei tablet di Samsung 10.1, 8.9 e 7.7 non violano il brevetto Community Registered Design No. 000181607-0001 che appartiene ad Apple perchè la comparazione tra i prodotti non può ingannare il consumatore informato, nonostante l’apparente somiglianza. Infatti tali differenze sono evidenti per quanto concerne il fronte ed il retro di tali device, inoltre – afferma il giudice – i prodotti Samsung non sono così “cool” come gli omologhi della Apple, i quali dimostrano una semplicità estrema da formare una impressione nettamente diversa sui consumatori.

Conosceremo il destino

del trattato europeo sul c.d. “Fondo Salva Stati” il prossimo 12 settembre 2012, giorno della prevista pubblicazione della decisione del Bundesverfassungsgericht tedesco sulla costituzionalità della legge tedesca di recepimento del trattato: qui

La Corte Suprema stabilisce che la riforma sanitaria di Obama non è contraria alla Costituzione degli Stati Uniti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 6 luglio 2012

Il Patient Protection and Affordable Care Act è stato approvato dal Congresso e firmato dal Presidente Barack Obama il 23 marzo 2010 al fine di aumentare il numero dei cittadini americani coperti da assicurazione sanitaria e diminuire i costi di accesso al sistema sanitario e dei contratti di assicurazione sulla salute. La riforma si basa su due punti cardine:

  • da un lato la previsione di un “individual mandate” che obbliga la maggior parte dei cittadini statunitensi a munirsi di una copertura sanitaria minima essenziale. Questa previsione obbliga tutti coloro, che non essendo dipendenti pubblici ovvero privati il cui datore di lavoro fornisca una copertura sanitaria, a stipulare un contratto assicurativo da una assicurazione privata entro l’inizio del 2014. Nel caso detti soggetti non ottemperassero siffatto obbligo sarebbero assogettabili all’imposizione di una pena pecuniaria da versarsi all’Internal Revenue Service, insieme al versamento dell’ammontare delle tasse individuali, pertanto assimilabile ad una sanzione di natura fiscale;
  • dall’altro lato l’estensione del “Medicaid”. L’attuale programma di Medicaid fornisce fondi federali a ciascuno Stato al fine di assistere donne in gravidanza, bambini, famiglie bisognose, ciechi, anziani e disabili che abbiano ottenuto l’assistenza sanitaria ai sensi del 42 U. S. C. §1396d(a). Il Patient Protection and Affordable Care Act estende gli scopi e incrementa il numero di soggetti che gli Stati devono assistere, con la sanzione che in caso di sua mancata ottemperanza da parte dello Stato federato, questo perde non solo i fondi federali per quella categoria protetta, ma tutti i fondi federali del Medicaid cui avrebbe diritto.

Dopo la sua approvazione il Patient Protection and Affordable Care Act è stato impugnato davanti alle corti federali da ventisei Stati, da diversi singoli cittadini e dalla National Federation of Independent Business dogliandosi dell’incostituzionalità sia dell’obbligo individuale a stipulare una copertura sanitaria, sia l’espansione del Medicaid. La Court of Appeals for the Eleventh Circuit ha confermato la validità dell’estensione del Medicaid da parte del Congresso, in quanto legittimo esercizio del potere legislativo di decidere sulla spesa sanitaria. Tuttavia per quanto concerne l’individual mandate, la Corte federale ha stabilito la carenza di potere del Congresso di statuire su un obbligo individuale di quella natura.

La decisione è stata impugnata di fronte alla Corte Suprema che l’ha confermata in parte e in parte riformata. Il Chief JusticeRoberts ha scritto l’opinione di maggioranza, sottoscritta dai Justices Ginsburg, Breyer, Sotomayor e Kagan, mentre i Justices Scalia, Kennedy, Thomas e Alito hanno stilato opinioni dissenzienti. Il documento della Corte Suprema, nel suo insieme, raggiunge la lunghezza di 193 cartelle.

Il primo punto criticato si fondava sul Anti-Injunction Act il quale stabilisce “no suit for the purpose of restraining the assessment or collection of any tax shall be maintained in any court by any person,” 26 U. S. C. §7421(a), cioè che un soggetto è tenuto a versare all’Erario l’importo delle sue tasse e solo successivamente può agire per la restituzione dell’eventuale indebito. In questo modo si contestava l’equiparazione dell’obbligo di sottoscrizione della copertura sanitaria ad una tassa, in quanto non solo non era possibile chiedere la restituzione del versato, ma altresì la natura fiscale della sanzione comminata per il mancato pagamento della copertura. La maggioranza della Corte, al contrario, sostiene che il pagamento della copertura non possa essere inteso come una tassa ai sensi dell’Anti-Injunction Act, perchè il pagamento della sanzione pecuniaria non è da considerarsi una tassa ma una vera e propria pena.

Il secondo punto criticato riguardava se la previsione dell’individual mandate possa essere considerato un valido esercizio del potere legislativo del Contresso ai sensi del Commerce Clause and the Necessary and Proper Clause. Da un lato il Chief Justice Roberts ha risposto che la Costituzione attribuisce al Congresso il potere di “regolare l’esercizio del commercio”, dall’altro lato il Chief Justice rileva che l’individual mandate non regola una attività commerciale attuale, ma obbliga una attività commerciale futura, e siffatta circostanza non è pertinente ai poteri del Congresso.

Il terzo punto concerneva se l’individual mandate, costruito concettualmente come l’imposizione di una tassa a carico di coloro che non abbiano una copertura sanitaria, sia ragionevole. Il Chief Justice afferma che, se il Congresso non può imporre ai soggetti di acquistare contratti assicurativi per il futuro, il Legislatore può validamente impostare siffatto obbligo all’interno del suo potere di imporre e riscuotere tasse.

Per quanto concerne la costituzionalità delle previsioni sul Medicaid, la maggioranza dei Justices afferma che la minaccia della perdita dei finanziamenti collegata all’eventuale rifiuto di espandere il Medicaid da parte di uno Stato l’espansione del Medicaid viola la Costituzione americana. Lo Stato deve accettare consapevolmente e volontariamente la modifica di tali programmi, mentre la minaccia di interrompere l’erogazione dei finanziamenti nella misura del 10% non solo è in contrasto con la modalità organizzativa e attuativa del federalismo americano, ma pone gli Stati in una situazione senza alcuna possibile scelta autonoma, ed altresì potrebbe avere effetti draconiani sul sistema economico degli Stati interessati. Inoltre, il Patient Protection and Affordable Care Act compie un cambiamento essenziale nella natura del programma di Medicaid, poiché il programma originale è stato progettato per coprire i servizi medici a favore di particolari categorie di persone vulnerabili, mentre con la riforma esso si trasforma in un programma per soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria di tutta la popolazione con un reddito inferiore a una certa soglia di povertà. La combinazione della minaccia di sospensione di erogazione dei fondi con la trasformazione del programma medesimo è violativo della Costituzione. Tuttavia tale ostacolo può essere superato nel caso di eliminazione della minaccia del ritiro dei fondi esistenti in caso di rifiuto di conformarsi con l’espansione.

Nel suo complesso, dunque, il Patient Protection and Affordable Care Act ha superato l’esame di costituzionalità, mentre il Presidente Obama si è impegnato a migliorarne le parti sottoposte a critica da parte della Corte Suprema.

Anteprima Postilla: Paternalismo bioetico?

Nei giorni scorsi il Comitato Nazionale di Bioetica ha pubblicato un parere la cui lettura provoca l’insorgenza di dubbi e perplessità. Detto parere si intitola “Aspetti bioetici della della chirurgia estetica e ricostruttiva”.

I luminari esperti in discipline bioetiche, mediche e giuridiche si chiedono fino a che punto sia eticamente corretto intervenire chirurgicamente per modificare il proprio corpo, soprattutto sotto il profilo estetico, più che sotto quello ricostruttivo.

Nel parere si tratta altresì di delicati aspetti quali la liceità di siffatti trattamenti su minori o su soggetti non in grado di manifestare compiutamente la propria volontà, le caratteristiche della manifestazione del consenso informato in questo ambito. Tuttavia, la lettura complessiva del parere ha lasciato alla scrivente una sensazione negativa di paternalismo generalizzato, contrario alla legittima espressione del principio di autodeterminazione di un soggetto maggiorenne capace di intendere e di volere.

Questo il link per chi fosse interessato alla lettura del suddetto parere.

Rassegna di giurisprudenza internazionale del mese di luglio 2012

Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 2 luglio 2012

Canada

Abrogata la legge che proibiva il suicidio assistito

Supreme Court of British Columbia, 2012 BCSC 886, Carter v. Canada, 15.6.12

La Corte Suprema del British Columbia ha abrogato le disposizioni del Criminal Code sul suicidio assistito affermando che, seppure la questione è molto controversa tanto nella comunità medica quanto nell’opinione pubblica, esse violano il diritto all’autodeterminazione, alla vita, alla libertà e al principio di uguaglianza. Afferma il giudicante che per evitare rischi di abusi sulle persone vulnerabili sia sufficiente un rigoroso monitoraggio nelle procedure mediche nelle pratiche di fine vita.

India

La Corte suprema indiana nomina un comitato di esperti per il controllo dello sviluppo turistico delle Isole Laccadive

Supreme Court of India, Union Territory of Lakshadweep & ors. v. Seashells Beach Resort & ors. [2012] INSC 319, 11.5.12

Al fine di bilanciare le esigenze della tutela del patrimonio ambientale, della bellezza paesaggistica, dello sviluppo economico locale attraverso il turismo, la Corte Suprema indiana dispone che a controllare la costruzione dell’impianto turistico della parte resistente nelle Isole Laccadive sia un comitato di esperti da nominato dalla stessa Corte.

Stati Uniti

Dichiarata incostituzionale la legge del Maryland istitutiva delle banche dati del DNA

Maryland Court of Appeals, Alonzo Jay King Jr. v. State of Maryland, 24.4.12

La Corte d’appello del Maryland ha abrogato la legge dello Stato che consentiva alla polizia di conservare i dati del DNA dei soggetti arrestati per crimini violenti in quanto violativa delle garanzie di riservatezza protette dal Quarto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

Cile

Controversa decisione della Corte suprema cilena sulla costruzione di cinque dighe in Patagonia

Corte Suprema de Chile, Fallo Hidroaysén, 4.4.12

La Corte Suprema del Cile ha stabilito che l’autorizzazione alla costruzione di cinque dighe idroelettriche in Patagonia, nello specifico nella regione di Aysén, nel sud del Cile, non viola i diritti costituzionali dei gruppi ambientalisti che ad essa si oppongono, pertanto ha rigettato l’istanza di sospensione alla prosecuzione del progetto. Tuttavia il caso è ancora molto controverso tra la popolazione cilena e non è escluso che venga portato davanti alle giurisdizioni internazionali.

Stati Uniti

La Corte Suprema dell’Oklahoma pone il veto sul referendum a favore del riconoscimento della personalità giuridica del feto

The Supreme Court of the State of Oklahoma, In Re Initiative Petition No. 395, State Question No. 761, 30.4.12

La Corte Suprema dell’Oklahoma ha deciso all’unanimità di porre il veto su una proposta di referendum che attribuisse agli embrioni la piena capacità giuridica dal momento del concepimento, poiché essa è incostituzionale in quanto viola il diritto riconosciuto con la sentenza Planned Parenthood v. Casey [, 505 U.S. 833 (1992)] dalla Corte Suprema degli Stati Uniti alla madre di decidere sulla propria maternità.

Hong Kong

Esercizio del mandato parlamentare e illegittimità delle tecniche di ostruzionismo

Court of First Instance, Leung Kwok Hung v. the President of the Legislative Council of the Hong Kong Special Administrative Region [2012] HKCFI 772; HCAL64/2012

Con una interessante decisione bilingue (inglese e cinese) e con ampi riferimenti a precedenti di common law la Corte di prima istanza di Hong Kong valuta i profili costituzionali dell’esercizio del mandato parlamentare e delinea quando le tecniche di ostruzionismo sono da considerarsi illegittime.

Regno Unito

Accesso e godimento di benefici a favore delle persone disabili

Supreme Court of United Kingdom, [2012] UKSC 23, 31.5.2012

La vicenda concerne una persona gravemente disabile che ha impugnato una decisione del Consiglio del suo comune in merito alla modifica di importo ed erogazione dei benefici socio-assistenziali a costei attribuiti sulla base della sect. 2 del Chronically Sick and Disabled Persons Act 1970. La Corte ha rigettato l’istanza formulando però una serie di criteri per stabilire la sussistenza e le modalità di erogazione di siffatti benefici.

Uganda

Commutata, in quanto non obbligatoria, la pena di morte a due condannati per rapina

Supreme Court, Jakob Ambaa et al. v. Uganda, 16.5.12

La vicenda concerne la condanna a morte di due soggetti per rapina aggravata, fattispecie che secondo la corte costituzionale ugandese non può prevedere la comminazione obbligatoria della pena di morte. Nonostante la pronuncia dei giudici costituzionali i due imputati sono stati condannati alla pena di morte tanto in primo grado quanto in appello, mentre i giudici di ultima istanza hanno cassato la decisione rinviando la causa ai giudici d’appello per la mitigazione della pena.

Spagna

Riconosciuto il risarcimento del danno da negligenza medica per i postumi di un intervento non riuscito

Tribunal Supremo de Madrid, Nº de Resolución 173/2012, 30.3.12

I giudici spagnoli hanno affermato che l’ospedale è responsabile per il comportamento negligente dei sanitari per il grave peggioramento delle condizioni del paziente durante il decorso postoperatorio. Pertanto, ai sensi dell’art. 1902 del codice civile spagnolo, il centro medico e la sua assicurazione rispondono direttamente dei danni causati a seguito di una prestazione irregolare ovvero difettosa per omissione o per inadempimento dei doveri di organizzazione, di vigilanza e di controllo del servizio.