Contrasto giurisprudenziale all’ombra della Madonnina sulla retribuzione dei lavoratori precari della scuola

Commento pubblicato su Il Quotidiano Giuridico del 13 luglio 2012

La questione, decisa in modo divergente da due collegi della sezione lavoro della Corte di appello di Milano, concerne il trattamento retributivo applicato ai dipendenti del Ministero dell’Istruzione assunti con un contratto a termine rispetto ai colleghi a tempo indeterminato. In precedenza, il Tribunale di Milano aveva stabilito che, alla luce di copiosa giurisprudenza della Corte di giustizia, e ai sensi della Direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, risulterebbe discriminatorio corrispondere una retribuzione minore dei dipendenti precari rispetto ai colleghi strutturati. Infatti la Corte di giustizia ha stabilito che “risulta tanto dalla formulazione della direttiva 1999/70 e dall’accordo quadro, quanto dal loro sistema generale nonché dalla loro finalità, che le prescrizioni ivi enunciate possono applicarsi ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato concluse con le amministrazioni e con altri enti del settore pubblico” (Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, C-307/05). Dal ciò si dedurrebbe che “lo scopo non è solo di stabilire un quadro per la prevenzione degli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o di rapporti di lavoro a tempo determinato, ma anche di garantire il rispetto del divieto di discriminazione per quanto riguarda il lavoro a tempo determinato” (Trib. Milano, 2 agosto 2011, in http://www.astrid.eu). Detto divieto è sancito ai sensi dell’art. 6 D.Lgs. 368/2001 di recepimento della citata direttiva.

Tuttavia, di fronte alla Corte d’appello ambrosiana si è verificato un contrasto giurisprudenziale su tale punto apparentemente pacifico, con il revirement della summenzionata interpretazione. Nella prima decisione che si esamina, quella del 15 maggio 2012, i giudici ambrosiani d’appello hanno affermato che:

  • riconosciuta l’armonizzazione dell’ordinamento interno con la normativa sovranazionale,
  • esclusa l’abusività della reiterazione degli incarichi a termine,
  • verificata la conformità alla normativa di matrice comunitaria di tali contratti a termine consecutivamente intercorsi fra le parti,

si deve giungere ad una valutazione negativa con riguardo alla specifica domanda attinente al profilo del trattamento retributivo. Infatti, i giudici hanno valutato negativamente il riconoscimento delle pretese differenze retributive rispetto a quanto effettivamente percepito sulla base degli scatti di anzianità e delle fasce stipendiali che sono propri del lavoratore assunto a tempo indeterminato dall’Amministrazione scolastica, di pari livello e anzianità e che pure abbia svolto prestazioni lavorative asseritamente “comparabili”. Inoltre, la diversità di trattamento nelle “condizioni di impiego” e nella “indennità per anzianità di servizio”, seppur parziale, dei lavoratori a termine nel settore scolastico risulta sorretta da “ragioni oggettive”. Siffatta diversità sarebbe giustificata dalla “specialità del sistema” retributivo del personale assunto con contratto a tempo indeterminato, poiché esso è fissato sulla base di fasce stipendiali commisurate agli anni di servizio e ai conseguenti scatti di anzianità. Ciò si basa sul presupposto che il lavoratore risulti immesso nel ruolo organico dell’Amministrazione scolastica tanto all’esito non solo di un’apposita procedura concorsuale quanto a seguito del positivo superamento di un congruo periodo di prova, durante il quale sono presenti ulteriori specifici doveri, quali – ad esempio – quelli del trasferimento nei casi di eccedenza del personale e della disponibilità in taluni periodi estivi per attività formative e altro (Corte Appello Milano, 15 maggio 2012).

Poco più di un mese dopo dalla pubblicazione di tale decisione, un diverso collegio della Corte d’Appello milanese ha pronunciato la seconda sentenza in epigrafe, riaccordandosi alla giurisprudenza della Corte di Lussemburgo. Esso ha affermato che ai sensi dell’art.6 del D. Lgs 368/200 al lavoratore assunto con contratto a tempo determinato spetta “ogni altro trattamento in atto” per i lavoratori con contratto a tempo indeterminato comparabili, intendendosi per tali “quelli inquadrati nello stesso livello, in proporzione al periodo lavorativo prestato, e non obiettivamente incompatibile con la natura del contratto a termine”. Secondo questo collegio, la clausola 4 punto 1 dell’accordo dispone che, per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili “per il solo fatto di avere un contratto o un rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive” (Corte Appello Milano, 27 giugno 2012). Perciò, “una disparità di trattamento che riguardi le condizioni di impiego tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato non può essere giustificata mediante un criterio che, in modo generale ed astratto, si riferisca alla durata stessa dell’impiego. Ammettere che la mera natura temporanea di un rapporto di lavoro basti a giustificare una siffatta disparità di trattamento priverebbe del loro contenuto gli scopi della direttiva 70/99 e dell’accordo quadro” (Corte App. Milano, 27 giugno 2012).