Centrali a carbone: Greenpeace non diffama Enel

Pubblicato sul Quotidiano Ipsoa del 20 luglio 2012

Trib. Roma, 9 luglio 2012

 Abstract: La campagna di informazione ambientale effettuata da Greenpeace contro le centrali a carbone di Enel non è diffamatoria in quanto basata su dati scientifici non contestati da controparte e fondata sul diritto di critica, costituzionalmente garantito dalla libertà di manifestazione del pensiero.

Il provvedimento in epigrafe è stato emanato in risposta ad un ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. promosso dalla società Enel nei confronti dell’Associazione Greenpeace Italia affinchè venisse a questa ordinato di inibire, mediante rimozione, la diffusione di materiali ritenuti diffamatori consultabili online sia al sito web http://www.greenpeace.org/italy/it, sia su un ulteriore sito all’uopo dedicato: http://www.facciamolucesuenel.org. I materiali quali si chiedeva la rimozione sono un video datato 28 maggio 2012 e intitolato “La bolletta sporca”, un fac simile della bolletta Enel disponibile alla pagina intitolata “Enel KILLER DEL CLIMA – La sporca verità su Enel”, la diffusione della canzone “E’ nell’aria” e di altre espressioni ritenute lesive dell’onore e della reputazione della società pertanto gravemente diffamatorie.

La società ricorrente richiedeva la condanna della resistente ai sensi dell’art. 614 bis c.p.c al pagamento di 10.000,00€ per ogni giorno di inesecuzione degli obblighi e di 1.000,00€ per ciascuna violazione. Sotto il profilo del fumus boni iuris la società lamentava il superamento dei limiti consentiti dalla legge dal diritto di critica e di cronaca poiché in difetto di continenza delle espressioni utilizzate e di mancanza di verità in quanto le espressioni utilizzate, a parere della ricorrente, non erano supportate da alcun elemento obiettivo di informazione. Sotto il profilo del periculum in mora, la ricorrente si doleva dell’imminenza e irreparabilità del danno connesso al protrarsi della asserita diffamazione in considerazione della vasta eco suscitata dalla campagna informatoria non solo sull’opinione pubblica e sui consumatori, ma anche sugli investitori

La resistente Greenpeace si difendeva affermando in punto fumus boni iuris che i dati posti a fondamento della campagna di informazione ambientale sono stati tratti da una ricerca internazionale coordinata dal Centre for Research on Multinational Corporations di Amsterdam, la quale non è stata contestata dalla ricorrente, mentre sulla diffusione di tali dati, la ricorrente sosteneva che il diritto di critica consente l’utilizzo di modalità aspre e graffianti; mentre in punto periculum in mora, la resistente ricordava di aver iniziato le sue campagne informative sul tema già dal 2006.

Il giudice del procedimento ex 700 c.p.c. ha rigettato l’istanza di Enel poiché carente dei presupposti previsti dalla legge. Nello specifico sotto il profilo del fumus boni iuris, da un lato la campagna informativa di Greenpeace non è orientata a perseguire il diritto di cronaca quanto il diritto di critica, quale espressione della libertà di manifestazione del pensiero costituzionalmente garantita. A questo proposito osserva il giudice che “la critica, a differenza della cronaca (che è narrazione di un fatto) configura l’espressione di un giudizio, di un’opinione, ed in quanto tale non può essere rigorosamente obietiva, ma inevitabilmente soggettiva e corrispondente al punto di vista di chi la manifesta”.

Dall’altro lato il giudice prende in considerazione l’oggetto della campagna: che è di scontato interesse pubblico globale essendo connessa con riferimenti a “mutamenti climatici del pianeta, fonti energetiche più o meno inquinanti in termini di emissione di CO2 e possibili fonti alternative di energia, dannosità per l’ambiente e per la salute umana in genere delle centrali termoelettriche a carbone”. Sotto questo punto di vista non è contestabile la verità della notizia oggetto di critica nel suo nucleo essenziale e dall’altro la sua continenza formale e sostanziale. Infatti, la campagna non trascende in attacchi personali, immotivati e gratuiti nei confronti di Enel poiché le espressioni sono del tutto proporzionate in limiti accettabili “ancorchè incisive e pungenti”. Ulteriormente, tale campagna è supportata da ricerche documentate e già note all’ambiente scientifico europeo, non ultimo dall’Agenzia Europea per l’Ambiente.

L’insussistenza del fumus boni iuris si ripercuote anche sul periculum in mora, pertanto l’inibitoria richiesta viene rigettata, insieme ad essa anche le richieste risarcitorie, mentre Enel viene condannata a pagare le spese processuali del procedimento cautelare a Greenpeace liquidate in 2500,00€.

Dalla lettura del provvedimento emerge che in un tema importante dove si contrappongono le esigenze di approvvigionamento energetico e la necessaria tutela dell’ambiente e della salute pubblica delle generazioni attuali e future il dibattito pubblico non può essere intimorito, né soffocato.