Diagnosi preimpianto, aborto terapeutico, rispetto della vita privata e familiare: per la Corte di Strasburgo Italia “incoerente”

pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 29 agosto 2012

La vicenda riguarda le vicissitudini di una coppia di trentenni coniugata che ha già generato un figlio affetto da una grave malattia genetica, la fibrosi cistica, scoprendo così al momento della nascita del primogenito di essere entrambi portatori sani della patologia. Considerata la gravità della situazione, e altresì intendendo pianificare una nuova gravidanza, i genitori hanno instato per l’accesso alla procedura di procreazione medicalmente assistita al fine di poter effettuare una diagnosi preimpianto dell’embrione invece di procedere all’aborto terapeutico nel caso in cui il feto fosse stato affetto dalla succitata patologia. A questo proposito, la legge 19 febbraio 2004 n. 40, rubricata “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, consente l’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale solo alle coppie eterosessuali coniugate o conviventi che siano infertili o sterili, mentre proibisce a tutti gli altri aspiranti genitori la possibilità di accedere alle tecniche diagnostiche preimpianto sugli embrioni. Tuttavia, il Decreto Ministeriale 11 aprile 2008 aveva aperto una piccola breccia in questo massiccio muro consentendo l’accesso alla tecnica diagnostica a quelle coppie ove l’aspirante padre fosse affetto da malattie trasmissibili sessualmente come l’HIV ovvero l’epatite B.

Prima di enucleare le motivazioni della decisione, la Corte effettua una accurata ricostruzione normativa nazionale, convenzionale, comunitaria e comparata sulla disciplina in materia. Essa si può riassumere osservando che pertinente al caso in esame vige nel contesto europeo, seppure non ratificata dall’Italia, la Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina, la quale specifica che il test predittivo di malattia genetica non può essere interdetto in caso di necessità di indagine su possibile anomalia genetica che possa colpire il nascituro. Del pari, la Corte ha tenuto conto del Documento del Comitato di bioetica del Consiglio d’Europa sulla diagnosi preimpianto del 22 novembre 2010 ((CDBI/INF (2010) 6). Sotto il profilo del diritto comunitario, la Corte rammenta la disciplina stabilita dalla Direttiva 2004/23/CE, implementata nell’ordinamento italiano con il Decreto Legislativo 6 novembre 2007, n. 191, in materia di definizione delle norme di qualità e di sicurezza per la donazione, l’approvvigionamento, il controllo, la lavorazione, la conservazione, lo stoccaggio e la distribuzione di tessuti e cellule umani, nonché il Rapporto della Commissione europea sulla diagnosi preimpianto pubblicato nel 2007 (EUR 22764 EN) ed infine il Rapporto del Parlamento europeo del 23 aprile 2009 sulla stessa materia. Dall’indagine comparatistica emerge che la diagnosi preimpianto è ammessa in molti ordinamenti europei, tra i quali: Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Ceca, Regno Unito di Gran Bretagna, Russia, Serbia, Slovenia e Svezia.

La motivazione della condanna della Corte di Strasburgo si è concentrata soprattutto sulla verifica della valutazione del margine di apprezzamento al caso in esame in relazione all’applicazione della seconda parte dell’art. 8 CEDU, la quale stabilisce che non può esservi ingerenza della pubblica autorità nell’esercizio del diritto al rispetto alla vita privata e familiare «se non in quanto tale ingerenza sia prevista dalla legge e in quanto costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, il benessere economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà altrui ».

Il Governo Italiano ha giustificato tale ingerenza focalizzandosi su alcuni punti rilevanti.

  • innanzitutto che non esista il diritto ad avere un figlio sano, nè questo diritto è protetto dalla CEDU ;
  • che sia necessario tutelare le libertà e la dignità del medico ovvero di colui che esercita la professione sanitaria ;
  • che sia necessario impedire la realizzazione di una « deriva eugenetica » attraverso la selezione genetica degli embrioni.

Dal loro canto, i ricorrenti hanno invocato la protezione del loro diritto all’autodeterminazione se diventare o meno genitori.

Di fronte a siffatte posizioni, la Corte ha richiamato la propria giurisprudenza che ha costantemente affermato la protezione garantita dall’art. 8 CEDU sia all’autodeterminazione, sia al diritto a diventare « genitori » (Evans contro Regno Unito), nello specifico « genitori genetici » (Dickson contro Regno Unito). Come già nei casi Vo contro Francia e S. H. et. al. contro Austria la Corte rifiuta di definire cosa sia un embrione, pertanto non è possibile assimilare la situazione di un bambino a quella di un embrione ovvero di un feto malato, nè è possibile trascurare di prendere in considerazione la protezione dei diritti della madre, in particolare il suo diritto alla salute. In questo punto risiede l’incoerenza del sistema italiano, che proibisce la diagnosi preimpianto sull’embrione per una certa malattia, ma successivamente consente l’aborto terapeutico qualora il feto soffrisse di quella stessa patologia. Tutto ciò ha evidenti e inaccettabili conseguenze sulla salute della madre, perciò lo Stato italiano è stato condannato a versare alla coppia 15.000€ di danni morali, oltre alle spese per un importo di 2.500€.

La Corte, infine, evidenzia le differenze tra la fattispecie in esame e il citato caso S. H., dove la procedura di fecondazione artificiale concerneva la fecondazione eterologa, pratica molto discussa in tutta Europa, giustificando quindi la previsione di un margine di apprezzamento a favore degli stati nazionali molto ampio. Invece, nel caso giudicato da Strasburgo, si tratta di fecondazione omologa, mentre il dibattito sulla diagnosi preimpianto, seppure argomento delicato, trova nel panorama europeo maggiore condivisione.