È configurabile il risarcimento del danno da “disuguaglianza digitale”?

Pubblicato sul Quotidiano IPSOA del 21 settembre 2012

Giudice di Pace di Trieste, 6 settembre 2012

La fattispecie che si commenta concerne una situazione abbastanza comune nelle aule dei giudici di pace, ovvero la richiesta di risarcimento del danno per distacco della linea telefonica ovvero della connessione ADSL alla Rete Internet. Secondo una autorevole opinione condivisa da dottrina e giurisprudenza tali circostanze non configuererebbero violazione di diritti costituzionalmente protetti ovvero inviolabili della persona, pertanto la liquidazione del danno deve essere effettuata secondo stretti parametri interpretativi. A questo proposito, si cita la sentenza delle Sezioni Unite c.d. “di San Martino” (Cass. S. U. 11 novembre 2008, n. 26972), dove veniva affermato che il risarcimento di siffatte figure di danno aveva dato vita alla proliferazione delle c.d. liti bagatellari, “in cui il danno conseguenziale è futile o irrisorio, ovvero, pur essendo oggettivamente serio, è tuttavia, secondo la coscienza sociale, insignificante o irrilevante per il livello raggiunto”. In realtà, la causa decisa dal Giudice di Pace triestino dimostra che la tutela dei diritti inviolabili può percorrere sentieri sorprendenti, seppure nel rigoroso rispetto degli elementi di offensività e gravità richiamati dalla succitata giurisprudenza delle Sezioni Unite.

Nello specifico la titolare di una utenza per la connessione Internet lamenta il mancato funzionamento del servizio Internet di casa da metà agosto 2009 fino al 2 dicembre 2009, data di disdetta del contratto con la società fornitrice di connettività convenuta. L’aspetto interessante della causa concerne le motivazioni delle richieste di parte attrice. Avendo la titolare dell’abbomento ADSL tre figli studenti liceali, essa lamentava che l’esclusione dall’accesso alla Rete significava “trovarsi in una condizione di oggettiva disuguaglianza definita “disuguaglianza digitale”. Perciò, siffatta carenza configurava una violazione del diritto allo studio (ai sensi dell’art. 34 Cost) da un lato e l’impedimento a carico dell’attrice del pieno esercizio del suo diritto ad istruire i figli (ai sensi dell’art. 30 Cost.) dall’altro. Argomentazioni forti e condivisibili, soprattutto alla luce delle nuove riforme scolastiche che vedono la programmata introduzione di strumenti digitali e telematici, come tablet e laptop, nonché la fruizione di materiali digitali come ad esempio gli e-book. Ne conseguirebbe che il diritto di accesso alla Rete diventerebbe così un diritto costituzionalmente sensibile, con l’adesione fattuale alla proposta presentata da autorevole dottrina sull’introduzione nella Carta costituzionale di un nuovo art. 21 bis relativamente alla protezione costituzionale del diritto all’accesso a Internet.

Tuttavia il giudice di pace triestino non sembrerebbe essere sufficientemente attento a questo profilo di tutela. Egli, infatti, si concentra sulla censura della condotta della convenuta sotto un profilo contrattuale, ma non consumeristico. A parere del giudice, infatti, è sufficiente a ristorare il danno l’applicazione del principio generale contenuto nell’art. 1218 c.c. secondo cui le parti divengono responsabili del “puntuale e regolare adempimento delle reciproche obbligazioni che sono, per il gestore, la messa a disposizione ed il corretto funzionamento dei servizi concordati e, per l’utente, il pagamento delle bollette telefoniche”. Onde addivenire a questo risultato interpretativo il giudicante aderisce a un orientamento della giurisprudenza di legittimità, il quale sostiene che anche nel contesto del rapporto obbligatorio sia necessario il rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà previsti dall’art. 2 della Costituzione, che ha consentito “la costituzionalizzazione del canone generale di buona fede oggettiva e correttezza” (Cass. 23726/2007). Di conseguenza, anche se in modo differente, il gestore della linea telefonica deve risarcire, a titolo contrattuale ai sensi del combinato disposto degli artt. 1218 c.c. e 2 Cost., il danno provocato dal ritardo nella somministrazione del servizio senza potersi giovare di alcuna giustificazione.

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