Patti di famiglia: “se-come-quando” far partecipare l’interdetto

Pubblicato sul Quotidiano Ipsoa del 2 ottobre 2012

Tribunale di Reggio Emilia, 19.07.2012

L’istituto del patto di famiglia è stato introdotto nel codice civile con la legge 14 febbraio 2005, n. 55 che ha inserito nel corpus codicistico gli artt. 768 bis e ss. Esso è definito il contratto con il quale l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, ed il titolare di partecipazioni societarie trasferisce in tutto o in parte le proprie quote a uno o più discendenti. Si tratta di uno strumento giuridico che l’ordinamento mette a disposizione dell’imprenditore ovvero del titolare di quote societarie per salvaguardare la continuità nella gestione dell’impresa da un lato, riuscendo a preservare l’integrità nonché la funzionalità dell’azienda dall’altro; evitando così il ricorso alla donazione, a causa dei limiti ad essa riferibili quali le azioni di riduzione e di collazione. La dottrina ha osservato che si tratta in concreto di una successione anticipata a titolo particolare avente come esclusivo oggetto l’azienda. Il patto di famiglia si realizza con la conclusione di un contratto dove devono partecipare tutti coloro che sarebbero i legittimari qualora la successione si aprisse in quel preciso istante.
Il caso in esame riguarda il trasferimento della nuda proprietà di una quota sociale del titolare d’azienda in capo al figlio, fratello dell’interdetto, del quale il titolare trasferente è altresì tutore. Il genitore tratterebbe l’usufrutto della medesima quota e ne trasferirebbe la sola nuda proprietà. Si tratterebbe quindi di una assegnazione a legittimari non assegnatari, tra i quali vi sarebbe anche l’interdetto.
A questo proposito, il giudice tutelare innanzitutto stabilisce che, trattandosi di un’operazione di straordinaria amministrazione, essa deve essere sottoposta ad autorizzazione del Tribunale ex art. 375 c.c., che provvederà su parere del Giudice tutelare, ed inoltre con la nomina di un curatore speciale, considerato il conflitto di interessi a carico del tutore, poiché egli trasferisce la quota sociale e altresì è tutore dell’interdetto.
Ulteriore spunto di interesse del caso in esame concerne la modalità di calcolo del valore della quota trasferita, infatti il valore della quota di riserva (1/4) di spettanza dell’interdetto è correttamente calcolata non sul valore della nuda proprietà, ma sul valore della proprietà piena della citata quota societaria. Tuttavia, il Giudice osserva che in astratto il minore valore “dei beni e delle somme attribuite all’interdetto rispetto al valore della quota deve ritenersi di fatto compensato, da un lato, dalla circostanza che il patto di famiglia avrà per oggetto non già l’intera quota di proprietà (del trasferente), ma solo la nuda proprietà della stessa – trattenendo l’imprenditore l’usufrutto sulla propria quota – e, dall’altro, dalla volatilità del valore della quota sociale, la quale ben potrebbe, al momento dell’apertura della successione, avere un valore inferiore a quello attuale”. Pertanto, secondo il giudice tutelare, in astratto, la partecipazione dell’interdetto al patto di famiglia è di indubbia utilità e di sicuro interesse, poiché consiste nella possibilità di ottenere la immediata disponibilità esclusiva di una somma di denaro dal valore certo e immediato rispetto alla mera aspettativa successoria avente ad oggetto un bene, la partecipazione alla quota aziendale, dal valore incerto e mutevole a seconda delle circostanze del mercato.