Figli naturali, i problemi aperti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 29 novembre 2012

In data 27 novembre 2012 il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva il disegno di legge unificato C 3915 – S 2805 della XVI Legislatura, inerente “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”. Il differente trattamento che il codice del 1942 riservava ai figli naturali rispetto a quelli legittimi trova le sue radici storiche nel diritto romano dove si distinguevano i filii iusti o legitimi dai naturales o vulgo concepti.

Tale distinzione è riuscita a sopravvivere alla Rivoluzione francese trasmettendosi nel Code Napoléon, nei codici preunitari e nel codice civile italiano del 1865, che di quello francese era una traduzione pressoché letterale.

Nonostante il dettato costituzionale previsto dall’art. 30, il quale al primo comma prevede che “E’ dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”, tale distinzione è rimasta superstite anche alla riforma del diritto di famiglia del 1975 che ha scardinato la tradizionale visione giuridica e sociale del diritto di famiglia e del residuato storico della potestà del pater familias quale perno della vita famigliare.

Con il nuovo testo dell’art. 315, riferito allo “Stato giuridico della filiazione” il quale asserisce che “Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”, viene abolita la distinzione tra “figli legittimi” e “figli naturali” utilizzando ovunque il solo termine “figli”.

Per quanto concerne i figli nati da un rapporto incestuoso, il nuovo testo dell’art. 251 stabilisce che il riconoscimento deve essere previamente autorizzato dal giudice avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessità di evitare al medesimo qualsiasi pregiudizio.

Il nuovo testo dell’art. 74 c.c. relativo alla “Parentela” dispone che “la parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo. Il vincolo di parentela non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di età, di cui agli articoli 291 e seguenti”.

Anche il testo dell’art. 250 c.c. (“Riconoscimento”) subisce modifiche nel senso che”(I)l figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente”.

Oltre ad abbassare il limite di età dell’ascolto del minore da sedici a quattordici anni, la novella interviene anche sul quarto comma dell’art. 250 c.c. modificandone il testo come segue:

“Il consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il consenso dell’altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso all’altro genitore.

Se non viene proposta opposizione entro trenta giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice, assunta ogni opportuna informazione, dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore, ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che l’opposizione non sia palesemente fondata.

Con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell’articolo 315-bis e al suo cognome ai sensi dell’articolo 262”.

Di grande importanza è la modifica che viene apportata all’art. 258 c.c. nel senso che

“(I)l riconoscimento produce effetti riguardo al genitore da cui fu fatto e riguardo ai parenti di esso”.

Tale intervento ha rilevanti conseguenze soprattutto iure hereditatis. Il nuovo testo dell’art. 262, 2°co., c.c. consente al figlio naturale di “assumere il cognome del padre aggiungendolo a quello della madre”, in questo modo il cognome materno non verrà più cancellato.

Il nuovo art. 315 prevederebbe che tutti i figli hanno il medesimo status giuridico, mentre l’art. 2 contiene la delega al Governo per la dettagliata revisione delle diposizioni vigenti in materia di filiazione naturale, che contrastino con siffatto nuovo status giuridico. Altrettanto significativa è l’introduzione dell’art. 315 bis concernente “I diritti e doveri del figlio”, ovvero: “(I)l figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Si tratta di un importante principio inserito alla luce delle emergenze sociali provocate dalla prolungata permanenza dei figli maggiorenni all’interno della famiglia di origine. Viene altresì inserito l’art. 448 bis in materia di “Cessazione per decadenza dell’avente diritto dalla potestà sui figli”, secondo cui

“(I)l figlio, anche adottivo, e, in sua mancanza, i discendenti prossimi non sono tenuti all’adempimento dell’obbligo di prestare gli alimenti al genitore nei confronti del quale è stata pronunciata la decadenza dalla potestà e, per i fatti che non integrano i casi di indegnità di cui all’articolo 463, possono escluderlo dalla successione”.

L’art. 3 della nuova legge predispone la

“(M)odifica dell’art. 38 delle disposizioni per l’attuazione del codice civile e disposizioni a garanzia dei diritti dei figli agli alimenti e al mantenimento”.

L’art. 4 stabilisce che le norme previste dall’art. 3 in questione si applicheranno ai soli procedimenti instaurati dopo l’entrata in vigore della legge, mentre l’art. 5 dispone le modifiche alle norme regolamentari in materia di stato civile al fine di rendere armonico e organico il nuovo impianto legislativo.

Si nota che, nonostante il recente intervento della giurisprudenza di legittimità in materia (Cass. 20 novembre 2012, n. 20385) il medesimo articolo afferma che il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso e che si possono imporre non più di tre nomi che, se separati da una virgola, soltanto il primo può venire riportato nei certificati. Come sovente accade, l’ultimo articolo, il 6, contiene una “clausola di invarianza finanziaria”, ovvero che

“(D)all’attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Nonostante il grande passo di civiltà apportato con la cancellazione apparentemente definitiva della distinzione tra figli permangono alcune incongruenze sulle quali il legislatore ancora non è intervenuto ovvero ha deciso in senso comunque conservatore.

Nel primo caso si segnalano la permanenza della distinzione di competenze tra Tribunale dei Minorenni e Tribunale ordinario, la quale, se vi fosse perfetta equiparazione tra gli status, a rigor di logica, cesserebbe necessariamente.

Inoltre si segnala la residuale discriminazione a discapito delle donne coniugate nella trasmissione del cognome ai figli.

Sul punto si ricorda, infatti, che siffatta impossibilità concretizza due discriminazioni diverse: da un lato nei confronti delle madri che, non coniugate, vedono aggiungere al proprio cognome quello del padre che ha riconosciuto il figlio successivamente alla madre; dall’altro nei confronti del loro coniuge che comunque trasmette il cognome.

Nel secondo caso emerge evidente il disposto dell’art. 2 (rubricato “Delega al Governo per la revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione), che tra i principi e criteri direttivi, alla lettera a) fa “salvo l’utilizzo delle denominazioni di “figli nati nel matrimonio” o di “figli nati fuori del matrimonio” quando si tratta di disposizioni a essi specificamente relative”.

Ci si chiede dunque come possa sopravvivere una discrepanza tale tra figli “nati nel matrimonio” e “nati fuori dal matrimonio” qualora l’equiparazione degli status fosse davvero effettiva.

2 thoughts on “Figli naturali, i problemi aperti

  1. Grazie dell’articolo ma AAARGH HAI SCRITTO “OVVERO”! Ovvero la parola che non si sa mai se significhi cioé ovvero oppure. #miacrociatapersonalecontrolusodiovvero

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