Facebook e messaggi diffamanti: danni “collaterali” circoscritti

Commento a Trib. Livorno, 31.12.12 pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 4 febbraio 2013

L’interesse precipuo di questo caso risiede nella sua fattispecie concreta e nella valutazione dell’ammontare del risarcimento del danno che non e’ elevata, seppure in astratto la diffusione degli elementi denigratori potenzialmente avrebbe potuto essere amplissima dato l’effetto ”virale” dei social network in generale e di Facebook in particolare.

Principio giuridico: Il delitto di diffamazione aggravata dall’avere creato l’offesa con un mezzo di pubblicità è integrato quando la comunicazione con più persone in uno spazio virtuale pubblico entra in relazione con un numero potenzialmente indeterminato di persone e quindi sia possibile la sua diffusione incontrollata.

Il caso

Il caso in esame concerne un esempio di fattispecie diffamatoria compiuta attraverso il social network più noto e utilizzato, Facebook. Una lavoratrice licenziata da un centro di bellezza postava sulla sua bacheca i seguenti messaggi: “Vi consiglio vivamente di non andare x chi lo conosce al Centro XXX perchè fa onco ai bai (in nota viene specificato che in livornese significa far vominare i vermi, n.d.a.), sono persone che non lavorano seriamente”. Ancora, l’autrice scrive: “sono dei pezzi di merda, è quello che si meritano…”. Infine, la ex dipendente attacca direttamente il titolare: “sei proprio un albanese di merda”.

Il giudice condanna la donna alla pena di €1000,00 di multa ai sensi dell’art. 535 c.p., comma 3, per diffamazione aggravata dall’utilizzo di qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ma concede i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna sul certificato del casellario giudiziale a richiesta dei privati. Per quanto concerne il risarcimento del danno richiesto dalla parte civile, il giudice lo liquida in €3000.

La decisione del giudice

Le questioni affrontate dal giudicante ineriscono:

1. la prova dell’attribuzione all’imputato di un messaggio scritto attraverso la Rete;

2. L’applicabilità della norma penale alla fattispecie concreta inerente a Facebook;

3. l’integrazione dell’offesa e, di conseguenza, 4. l’ammontare del risarcimento del danno subito.

Per quanto concerne il primo punto, il giudicante osserva che seppure sia possibile il “furto di identità” in Rete, “scrivendo sotto falso nome utilizzando indebitamente l’altrui profilo”, non è questo il caso. Infatti, da un lato è possibile rintracciare l’autore dei messaggi risalendo all’Internet Protocol del computer utilizzato, mentre dall’altro l’autrice dei messaggi dà prova di essere stata ben inserita nell’azienda dalla quale è stata licenziata attraverso le risposte ai commenti del suo status.

In merito al secondo punto, il giudicante analizza il funzionamento di Facebook, verificando come i diversi strumenti di condivisione diffondano, e quindi diano volutamente pubblicità, alle affermazioni denigratorie, sottolineando come l’effetto di condivisione sia voluto dal fatto che altri possano vedere le informazioni scambiate attraverso il sistema di “tagging”, di condivisione dei messaggi e delle foto. “Ciò di fatto sottrae dalla disponibilità dell’autore questo materiale che sopravvive alla sua stessa cancellazione dal social network”.

Sul terzo e sul quarto punto, risulta evidente come la denigrazione personale e professionale del querelante sia stata integrata dagli insulti ripetuti, anche in vernacolo, pertanto viene riconosciuto il risarcimento del danno morale.

I possibili impatti pratico-operativi

La sentenza in questione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale che stabilisce integrato il reato di diffamazione realizzata attraverso “qualsiasi altro mezzo di offesa” (Trib. Monza, 2 ottobre 2010; Trib. Aosta, 17 maggio 2012) . Tuttavia l’interesse precipuo di questo caso risiede nella sua fattispecie concreta e nella valutazione dell’ammontare del risarcimento del danno che non è elevata perchè, seppure in astratto la diffusione degli elementi denigratori potenzialmente avrebbe potuto essere amplissima, in realtà essa si è limitata allo stretto circolo degli “amici Facebook” della querelata.