A chi spetta tutelare il consumatore su Internet?

pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 14 febbraio 2013

Il caso

Le seguenti riflessioni nascono dalla lettura dei provvedimenti nn. 24166 e 24167 dell’Autorità Garante per la concorrenza e il mercato pubblicati in data 24 gennaio 2013 ed inerenti all’oscuramento di due siti Internet dove venivano alienati beni contraffatti in modo tale da far credere al consumatore di stare acquistando prestigiosi prodotti di noti marchi della moda.

La circostanza che rende degno di interesse questi provvedimenti riguarda le modalità decisorie che hanno portato all’interdizione dell’accesso ai siti web controversi. Infatti, è stata l’AGCM, cioè una autorità amministrativa, a deliberare tale oscuramento, entro due giorni, con la collaborazione del nucleo speciale tutela mercati della Guardia di Finanza su segnalazione delle associazioni dei consumatori.

Entrambe le deliberazioni dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato impongono ai “titolari dei nomi a dominio” di cessare ogni attività diretta a diffondere i contenuti dei loro siti accessibili mediante richieste di connessione provenienti dal territorio italiano.

L’Autorità spiega di essere intervenuta ai fini di tutelare i consumatori ingannati che acquistano nella convinzione di rivolgersi a rivenditori ufficiali ovvero outlet, mentre si tratta di siti stranieri clonati che non forniscono alcuna garanzia di legge a tutela dell’acquirente, come invece previsto dal Codice del Consumo e dalle normative comunitarie di protezione del consumatore.

Seppure la protezione del consumatore e la lotta alla contraffazione siano elementi essenziali per la sicurezza e legalità dei traffici commerciali, anche online, non si può evitare di notare che quanto avvenuto rappresenta una grave violazione del principio del giudice naturale precostituito per legge.

Infatti, quanto l’Autorità amministrativa ha disposto rientra invece nelle competenze del giudice penale preposto alla repressione dei reati penali, come quelli configurabili nelle fattispecie sopradescritte.

Nello specifico si tratta della violazione degli artt. 473 (Contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno o di prodotti industriali), 474 (Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi), e 515 (Frode nell’esercizio del commercio) del codice penale. Pertanto, competente alle indagini è la polizia giudiziaria su delega dell’Autorità Giudiziaria.

L’“oscuramento” ovvero la “chiusura” o ancora la disposizione di qualsiasi “misura cautelare” inerente all’interzione dell’accesso al sito non configura altro che l’adozione di un sequestro preventivo, disciplinato dall’art. 321 c.p.p. ed erogabile esclusivamente dalla magistratura ordinaria. Sul punto è concorde copiosa giurisprudenza tanto di merito quanto di legittimità a partire già dal noto caso “Peppermint”, o più recentemente dall’altrettanto conosciuto caso “The Pirate Bay”.

I possibili impatti pratico-operativi

La possibile formalizzazione di una siffatta prassi di “attrazione” di giurisdizione da parte dell’autorità amministrativa a scapito di quella ordinaria pone dei problemi evidenti, soprattutto in considerazione della natura di Internet. Infatti, in questo modo si considererebbe il web come “altro” rispetto al mondo “reale”, come se gli utenti della Rete fossero titolari non di diritti soggettivi pieni, ma esclusivamente di interessi legittimi, quindi di posizioni affievolite nei confronti del potere pubblico.

Le conseguenze sarebbero ancora più gravi per quel che concerne la possibile emanazione di proveddimenti in materia di tutela della riservatezza, della privacy e della libertà di manifestazione del pensiero.

Ancora una volta è utile ribadire che la protezione degli interessi patrimoniali dei detentori di diritti di proprietà intellettuale (come in questo caso i marchi) non può prevalere, né deve andare a detrimento sul rispetto dei diritti fondamentali degli utenti della Rete, in questo caso in relazione al diritto di essere giudicati dal giudice naturale precostituito per legge, in ossequio al principio della separazione dei poteri dello Stato.

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