Nuova veste della rassegna mensile della giurisprudenza in materia di Internet

Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 19 febbraio 2013

SOCIAL NETWORK, LA TUTELA PENALE DEGLI UTENTI DIPENDE DA QUANTI “AMICI” HANNO?

Facebook

Casi:

Inerente all’oggetto della rassegna di questo mese è il provvedimento del GIP di Livorno (emanato il 31 dicembre 2012) che non solo condanna una utente di facebook per aver postato commenti diffamatori dell’ex datore di lavoro, ma riconosce al diffamato un congruo risarcimento del danno per la violazione dell’onorabilità subita. La valutazione, tuttavia, viene ponderata dal fatto che la cerchia di persone raggiungibili dalle asserzioni diffamatorie è piuttosto limitata, ovvero il numero degli amici della querelata.

Nel Regno Unito di Gran Bretagna si è giudicato un caso simile [2013] EWHC 24 (Ch) del 17.1.13, ma con effetti diversi sotto il profilo della privacy. Un personaggio, noto alle cronache soprattutto per essere il marito di una famosa attrice inglese, si è scatenato ad una festa privata denundandosi parzialmente. Le foto sono state pubblicate a sua insaputa su Facebook sul profilo di un invitato che aveva 1500 amici e da qui sono finite sui tavoli della redazione di un noto tabloid inglese. Il personaggio raffigurato ha ottenuto una interim injuction dai giudici inglesi interdittiva delle pubblicazione delle foto sul tabloid. I giudici hanno motivato affermando che in casi come questo prevale l’aspettativa di privacy garantita dall’art. 8 CEDU rispetto alla libertà di stampa e di manifestazione del pensiero prevista dall’art. 10 CEDU. Questa decisione segue la corrente più rigorosa della giurisprudenza inglese nella tutela della privacy il cui indirizzo di maggiore severità è stato inaugurato con la decisione Mosley v News Group Newspapers Ltd [2008] EWHC 687 (QB).

Negli Stati Uniti è stato considerato giusto ed equo il licenziamento di un soggetto supervisore di servizi medici, nonché operativo presso il New York Fire Department, il quale aveva pubblicato sul suo profilo Facebook lo screenshot del video del suo computer visualizzante informazioni personali di una donna che aveva chiamato il numero 911 per una emergenza ginecologica (Palleschi v. Cassano, — N.Y.S.2d — 31.1.13). I dati sensibili diffusi erano il nome della chiamante, il suo indirizzo e il numero telefonico. Il giudice ha rigettato l’impugnazione del licenziamento affermando che, vista la gravità della condotta contestata, il provvedimento non “scioccava il senso di giustizia”.

In Canada, invece, i materiali postati su Facebook sono stati oggetto di una disclosure in un caso separazione di genitori e conseguente affidamento delle figlie minori, la più grande figlia solo della donna, mentre la più piccola è nata dalla relazione della coppia (2013 BCPC 0019, V. v. N., 4.2.13). È prassi ormai accertata nelle corti di common law accogliere le istanze delle parti di avvalersi dei materiali pubblicati dalle parti su Facebook per raccogliere prove sulla condotta dei genitori al fine di valutare quale sia il genitore idoneo ad occuparsi dei figli.

Twitter

Casi:

In Francia il Tribunal de Grande Instance de Paris (24.1.13) ha deciso uno dei casi più discussi e delicati degli ultimi tempi in materia di “hate speech”, ovvero incitamento all’odio, nello specifico odio razziale ovvero antisemita. La causa è stata instaurata dall’Union des étudiants juifs de France (UEJF) alla quale si sono aggiunti altre associazioni di lotta al razzismo e all’antisemitismo. La doglianza dei ricorrenti riguardava l’utilizzo di alcuni hastag altamente offensivi e criminali. I ricorrenti non solo chiedevano la rimozione del materiale offensivo, ma la rivelazione dell’identità degli autori di tali tweet nonché la predisposizione di uno strumento di segnalazione della pubblicazione di commenti costituenti reato. Nonostante le resistenze di Twitter, soprattutto in punto in difetto di giurisdizione del giudice francese rigettate dal TGI parigino, il social network veniva obbligato a rivelare i dati degli account degli autori dei messaggi di incitamento all’odio antisemita e omofobo nonché intimato a predisporre uno strumento che segnali la pubblicazione di testi illeciti.

Negli Stati Uniti il giudice della Southern District of New York ha affermato che il copyright delle foto su Twitter va riconosciuto al loro effettivo autore, nonostante le condizioni di contratto per l’apertura dell’account su Twitter riservino al social network l’attribuzione dei diritti. Il caso riguardava le foto scattate da un fotogiornalista del terremoto di Haiti, pubblicate da questi su Twitter, condivise da un’agenzia di stampa e poi acquistate da un noto giornale statunitense. L’autore aveva chiesto che fosse riconosciuto la paternità della propria opera e i conseguenti diritti e di fronte al diniego ha agito in giudizio ottenendo soddisfazione.

Impatto giuridico

Seppure l’impatto immediato di queste decisioni sul sistema italiano non sia né cogente, né immediato esse si inseriscono in un dibattito giurisprudenziale che supera i confini dei singoli Stati seguendo la caratteristica principale tanto della Rete quanto dei social network, cioè l’a-territorialità. Esse dimostrano come su alcune materie, quali la condanna dell’hate speech, della diffamazione, della tutela della privacy, la giurisprudenza comparata si stia orientando in una direzione univoca, cioè il tentativo di porre dei limiti attraverso il bilanciamento dei diritti fondamentali.

Provvedimenti giudiziari:

Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, 24 gennaio 2013, nn. 24167 e 24166

Trib. Livorno, Ufficio GIP, 31.12.12

Rocknroll v News Group Newspapers Ltd [2013] EWHC 24 (Ch) (17 January 2013)

Palleschi v. Cassano, — N.Y.S.2d — 31.1.13

2013 BCPC 0019, V. v. N., 4.2.13

Tribunal de grande instance de Paris Ordonnance de référé 24 janvier 2013

Agence France Presse v. Daniel Morel, USDCSDNY, 14.1.13