Google v. Vividown: la decisione d’appello e il dibattito internazionale sulla tutela della privacy

Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 4 marzo 2013

Il caso
La vicenda è internazionalmente nota e riguardava il giudizio penale che ha coinvolto tre alti dirigenti di Google Italy e Google Europe per la pubblicazione online di un video di scherno di un giovane disabile filmato duranto l’orario scolastico in una scuola torinese, durante il quale altresì veniva esplicitamente irrisa una nota associazione a tutela delle persone portatrici di handicap.
La condanna in primo grado dei tre manager aveva scosso l’opinione pubblica internazionale specializzata nei temi relativi alla governance di Internet perchè, attraverso la comminazione di sanzioni penali, si vedeva minacciare da un lato la neutralità della Rete e delle piattaforme che la compongono, dall’altro una grave limitazione della libertà di Internet. Con la decisione in commento la Corte d’Appello di Milano ha condivisibilmente riformato la sentenza di prime cure cancellando la condanna penale dei tre responsabili d’area di Google.

Le motivazioni del giudice
Innanzitutto i giudici d’appello hanno confermato la sussistenza della giurisdizione italiana e la competenza del Foro milanese per quel che concerne il radicamento della causa poiché da un lato Google possiede una propria sede italiana, mentre dall’altro gli effetti pregiudizievoli del reato si sono manifestati in Italia.
Secondariamente, per quanto concerne il capo di imputazione relativo alla violazione degli artt. 110, 40, 595, 1 e 3 co., c.p. i giudici ambrosiani osservano che ai sensi del diritto vigente non esiste un obbligo di impedire eventi offensivi a carico d’altri, né Google rivestiva alcuna posizione di Garanzia poiché nel periodo dell’avvenuto contestato reato (ovvero il tempo in cui il video è rimasto visibile su Google Video, cioè dall’8 settembre 2006 al 7 novembre 2006) non era previsto un obbligo giuridico di impedire l’evento, né l’utilizzazione di c.d. programmi di filtraggio e di controllo sui contenuti generati dagli utenti e immessi in Rete; come del resto non sussiste ora. Ulteriormente, a carico degli imputati mancava l’elemento soggettivo necessario ai fini dell’integrazione del reato, ovvero il dolo.
I giudici d’appello milanesi altresì affermano che la categoria dell”hoster attivo”, utilizzata dal giudicante di prime cure nelle sue argomentazioni motivazionali, non è prevista da alcuna norma di legge italiana ovvero comunitaria, anche se viene rilevato in sentenza che le attività poste in essere da Google e da altre analoghe piattaforme hanno assunto una natura differente rispetto a quella prevista dal legislatore comunitario nelle direttive in materia Per quanto ora siano tecnicamente possibili le attività di filtraggio, rimozione, selezione, raccolta, indicizzazione del materiale, anche ai fini di raccolta pubblicitaria, va osservato che l’eventuale assunzione di tali incombenti non può essere imposta ai fini di obbedienza al mero “buon senso”, poiché seppure il prestatore di servizi sia in grado di effettuare un servizio di “hosting attivo”, va esclusa la possibilità di procedere ad una verifica preventiva efficace di tutto il materiale uploadato dagli utenti.
A carico del prestatore di servizi permane, invece, l’obbligo di informare l’interessato ai sensi dell’art. 13 del Codice della Privacy, mentre tale obbligo non si estende al dovere di informazione sulla violazione dei diritti di terzi, neppure previsto dall’art. 167 del medesimo codice, mentre l’art. 161 prevede in caso di trattamento illecito dei dati una sanzione amministrativa. In motivazione i giudici d’appello chiariscono altresì che il titolare del trattamento dei dati sensibili relativi alla salute del ragazzo ripreso nel video non è Google, ma il soggetto che ha caricato sulla piattaforma il video. Sul punto il giudice specifica che la valutazione della presenza di dati sensibili nel video non può essere fatta attraverso un procedimento informatico, ma solo attraverso un giudizio semantico. A questo proposito, la lettura combinata delle disposizioni del Codice della Privacy insieme a quelle della direttiva 70/2003 chiarisce da un lato che non esiste alcun obbligo di controllo preventivo da parte del fornitore di servizi; mentre dall’altro ribadisce che la valutazione dell’illeiceità del contenuto diffuso attraverso la Rete è di competenza del titolare dei dati, non di Google.

L’impatto della decisione sul dibattito nazionale e internazionale
Come già accennato la condanna in primo grado dei manager referenti d’area di Google ebbe una vasta eco internazionale e la sentenza in commento è stata considerata come la correzione di un grave errore, ma non bisogna dimenticare che in diritto comparato esiste un dibattito molto vivace relativo alla possibilità di apposizione di un filtro preventivo alla pubblicazione di immagini o di notizie riservate, specie relative alla privacy dei personaggi c.d. “ricchi e famosi”. Capofila di codesta pretesa è un personaggio molto noto del jet set internazionale, ovvero Max Mosley, l’ex presidente della Fédération Internationale de l’Automobile che qualche anno fa subì la diffusione online da parte di un tabloid inglese di un video che lo ritraeva protagonista di un’orgia a sfondo nazista. Il video fu cliccato da milioni di persone ed è tuttora visibile online. Ottenuto un risarcimento in denaro con una importante sentenza emanata dalla High Court of Justice di Londra, Mosley non si ritenne comunque soddisfatto, poiché pretendeva la cancellazione totale del video [Mosley v. News Group Newspapers Ltd., [2008] EWHC (QB) 1777. In dottrina, (J. E. Stanley, Max Mosley and the English Right to Privacy, 2012, http://ssrn.com/abstract=2009403%5D. Pertanto, egli adì la Corte europea dei diritti umani per far condannare il Regno Unito di Gran Bretagna proprio per non aver predisposto uno strumento di controllo preventivo sui materiali pubblicati online che ledano la privacy, tuttavia la Corte ha rigettato questa istanza perchè censoria (Corte europea dei diritti umani, 15 settembre 2001, Max Mosley v. Regno Unito di Gran Bretagna, App. n. 48009/08). Ciò nonostante l’importante personaggio prosegue nella sua lotta citando Google presso le giurisdizioni nazionali affinchè venga obbligato rimuovere le immagini lesive della sua privacy (I. Hülsen, Max Mosley Sues Google in Landmark Battle over Digital Rights, Spiegel On Line, 31.8.12). In ogni caso, la decisione in commento ha una rilevanza e impatto sovranazionale, segnando un importante punto a favore della neutralità del fornitore di servizi e contro l’installazione di programmi di filtraggi preventivi.