Le pagine Facebook utilizzate come mezzi di prova in giudizio

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 15 marzo 2013

Google

Nei giorni scorsi la Corte d’Appello di Milano ha pubblicato la sentenza con la quale ha assolto i responsabili d’area di Google Italy e di Google Europe dalle imputazioni penali ascritte poiché la categoria dell’hoster attivo, utilizzata dal giudice di prime cure nelle sue argomentazioni, non è prevista da alcuna norma italiana ovvero comunitaria, né è possibile procedere ad una opera preventiva di filtraggio dei contenuti pubblicati in Rete dagli utenti.

Facebook

Sentenza 28/02/2013 – Supreme Court of Newfoundland and Labrador, R. v. Neville, 2013 NLTD(G) 29
Sentenza 21/01/2013 – Audiencia Provincial Madrid, 191/2013
Sentenza 22/02/2013 – VG Karlsruhe, 2 K 458/13

La giurisprudenza comparata si è espressa in alcuni interessanti casi relativamente alla utilizzabilità nel corso di un procedimento giudiziario di post, status e materiali pubblicati su Facebook. L’orientamento in materia dei diversi giudici nazionali appare pressochè unanime. A questo proposito si segnalano una decisione neozelandese relativa alla concessione di una licenza commerciale ad un locale per adulti relativamente all’ottemperanza nel medesimo esercizio della disciplina sulla somministrazione di bevande alcooliche. Gli status e i commenti Facebook di uno dei soci del locale sono stati utilizzati per motivare la revoca della licenza.

La Corte Suprema di Terranova (Canada) ha invece succintamente motivato l’ammissibilità della “provocazione” quale elemento di valutazione dell’elemento soggettivo, da doloso a colposo, in caso di omicidio proprio per la valutazione di precedenti episodi intercorsi tra la vittima e la persona accusata del reato raccontati in post e commenti su Facebook.

La Corte Suprema della Virginia (USA) si è occupata dell’alterazione della pagina Facebook di un soggetto implicato in un processo per sinistro stradale in cui ha perso la vita un passeggero, nello specifico la moglie del titolare del profilo Facebook. L’imputato aveva scambiato attraverso Facebook un messaggio con l’avvocato della compagnia assicurativa. Attraverso questo “contatto” il legale aveva avuto accesso al profilo Facebook della controparte e quindi aveva salvato immagini e post nei quali si ricostruiva il fatto che prima del mortale sinistro, l’imputato avesse assunto bevande alcooliche. Accortosi di quanto accaduto il legale dell’imputato aveva istruito il cliente di cancellare i materiali postati online. L’imputato eseguì e altresì firmò una dichiarazione giurata secondo la quale alla data dell’incidente egli non aveva la disponibilità di alcun profilo Facebook. Tuttavia durante il processo emerse siffatta incongruenza e l’imputato testimoniò che in realtà non aveva mai disattivato il suo account. In seguito a questa dichiarazione, l’intero profilo dell’imputato venne sottoposto all’esame degli esperti per verificarne le manomissioni. Nella motivazione della decisione di rimettere il caso alla giuria popolare, il giudice sottolinea la perdita di credibilità dell’imputato a seguito del suo contraddittorio e infedele comportamento.

Il caso risolto dai giudici inglesi della High Court of Justice di Londra riguarda una truffa perpetrata ai danni di una nota società di scommesse dal 2005 al 2008. Nell’opinion scritta dal Justice Stadlen, si dimostra la sussistenza della conoscenza comune tra i vari ideatori della truffa. A questo punto ci si potrebbe chiedere se la sola “amicizia” su Facebook possa venire interpretata come una “reale conoscenza” tra il possessore di un account e i suoi contatti sul social network.

Si possono segnalare altri casi inerenti Facebook. Ad esempio la decisione del Verwaltungsgericht di Karlsruhe relativamente all’autorizzazione di una marcia di un gruppo politico neonazista e al contemporaneo svolgimento di una manifestazione di protesta contro detto gruppo. Seppure non sia la prima volta che si presentano analoghe circostanze nella Germania riunificata, va osservato che nella stesura della sentenza il giudice amministrativo si riferisce all’ampia protesta popolare contro lo svolgimento della marcia neonazista anche grazie alle adesioni raccolte sull’evento Facebook istituito all’uopo.

Infine, il giudice spagnolo della Audiencia Provincial di Madrid rigetta un ricorso per violazione della privacy provocata dalla divulgazione di materiale pubblicato su Facebook e Twitter perchè afferma testualmente che “non si accede a Facebook o a Twitter per preservare l’intimità né per produrre su quelle pagine riflessioni di massimo livello intellettuale. È così notorio che (il rigetto della domanda) non richiede ulteriori spiegazioni”.

Impatto sulla giurisdizione nazionale

Seppure in Italia la produzione in giudizio di materiali pubblicati sui social network parrebbe limitarsi ai casi in materia di separazione personale dei coniugi (in particolare si veda la sentenza Trib. Milano Sez. IX, 25 giugno 2012) va osservato che in diritto comparato Facebook viene utilizzato per provare le fattispecie più diverse. Infatti, la scrittura di post e la pubblicazione di materiali sui social network risponde a quel bisogno sociale di partecipazione ad un gruppo che induce il singolo ad abbassare le proprie barriere “difensive”, pertanto è presumibile che quanto pubblicato online risponda al vero o per lo meno sia “verosimile”. Ne conseguirebbe che tali materiali, sotto un profilo processuale, sarebbero utilizzabili ai fini del raggiungimento del pieno convincimento del giudice, oltre che per rendere più coerente la motivazione della sentenza con il suo dispositivo.

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