Caccia, sviluppo urbanistico e protezione delle specie animali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 5 aprile 2013

Il dibattito sulla protezione della biodiversità, in particolare in relazione alla protezione delle specie in pericolo di estinzione, è uno dei più interessanti della giurisprudenza comparata.

Negli Stati Uniti la materia è disciplinata dal Endangered Species Act (d’ora in poi “ESA”), approvato nel 1973, “al fine di fornire un mezzo di protezione degli ecosistemi affinchè le specie in pericolo ovvero minacciate di estinzione potessero essere conservate attraverso specifici programmi di conservazione”.

L’ESA definisce il concetto di “specie in pericolo” relativamente a ogni specie che la cui razza possa estinguersi in tutto o in gran parte in un certo ambiente, mentre “specie minacciata” concerne ogni specie la cui estinzione totale ovvero in gran parte sia probabile in futuro. La medesima legge prevede l’istituzione di una lista ove siano iscritte tanto le specie in pericolo di estinzione quanto quelle minacciate di estinzione.

L’iscrizione delle specie animali in dette liste è spesso oggetto di contenzioso, in particolare per quel che concerne gli orsi polari e le balene, per via delle possibili conseguenze relative a provvedimenti di natura più restrittiva nella protezione del loro habitat dallo sfruttamento di risorse naturali quali gas e petrolio nel Mare Artico, anche in conseguenza del surriscaldamento globale e della minaccia di scioglimento dei ghiacci che rappresentano l’ambiente vitale per questi animali.

Per quel che concerne l’orso polare, è stato stimato che la popolazione complessiva è composta tra i 20.000 i 25.000 esemplari e il cui habitat artico che comprende anche l’ Alaska inerisce la giurisdizione statunitense, pertanto il contenzioso di fronte ai giudici federali riguarda l’iscrizione nella lista delle specie in pericolo di estinzione piuttosto che minacciate di estinzione.

I giudici della US Court of Appeals for the District of Columbia Circuit hanno affermato che l’orso bianco non debba essere iscritto nella lista delle specie in pericolo di estinzione, ma in quella delle specie minacciate di estinzione, confermando così la decisione di primo grado. Siffatta decisione consente quindi un minor rigore nella protezione ambientale.

Altra decisione rilevante in questo ambito riguarda la lotta alle c.d. spedizioni di studio scientifico realizzate attraverso la caccia alle balene.

Questo specifico contenzioso, risolto dalla US Court of Appeals for the Ninth Circuit, ha visto fronteggiarsi gli attivisti del gruppo “Sea Shepherd Conservation Society” contro l’Istituto giapponese di ricerca sui cetacei. Secondo i giudici americani gli attivisti contrari alla caccia delle balene hanno posto in essere delle attività di stampo terroristico, assimilabili alla pirateria marina, contro le baleniere giapponesi, le quali sostenevano che la loro attività fosse permessa dall’art. 8 della Convenzione internazionale di regolamentazione della caccia alle balene, ai sensi della quale lo Stato giapponese aveva emanato una concessione a favore dell’istituto di ricerca sui cetacei.

Secondo l’estensore della sentenza, i materiali ritrovati sulle navi degli attivisti erano atti ad offendere a porre in essere atti di pirateria.

Anche in Nuova Zelanda i giudici si sono pronunciati in materia caccia di animali selvatici, nel caso specifico di una colonia di foche. L’autorità giudiziaria ha rinviato l’imputato a giudizio penale per violazione delle norme di tutela delle specie protette.

Nella dottrina internazionale il tema è molto dibattuto, tuttavia la dottrina maggioritaria (sul punto si veda M. Bowman, “Normalizing” the International Convention for the Regulation of Whaling, 29 Mich. J. Int’l L. 293, (2008), p. 366 e ss.) afferma che la protezione delle specie animali debba prevalere nel bilanciamento con i diritti culturali quando si tratta di salvaguardare una specie dall’estinzione e quindi da un danno irreversibile.

Di recente, nel Regno Unito la giurisprudenza si è occupata del bilanciamento tra protezione di una particolare specie di uccelli in pericolo e lo sviluppo di un’area di interesse urbanistico.

Applicando la Conservation of Habitats and Species Regulations 2010 SI 2010 No 490 (“the Habitats Regulations 2010”), ora emendata nello Habitats Regulation 2012 SI 2012 No 1927, di implementazione della Direttiva Europea 2009/147/CE, la Corte inglese ha rigettato l’istanza di fermare il piano urbanistico per due ragioni principali: da un lato non è stata sufficientemente provata in giudizio la minaccia alla specie protetta perpetrata dal progetto urbanistico; dall’altro i provvedimenti a garanzia della salvaguardia dell’habitat degli uccelli sono stati considerati congrui secondo le normative in vigore.

In Sudafrica, invece, i giudici si sono occupati dell’utilizzo di alcune scimmie all’interno di un “lodge”, cioè di un parco privato dove viene offerto il servizio turistico di safari all’interno di una proprietà. I giudici hanno rilevato irregolarità nella detenzione di tali animali e ne hanno predisposto il loro ritorno alla vita selvatica.

Caccia e protezione delle specie animali nel dibattito italiano

In Italia il dibattito sull’abolizione della caccia è tuttora uno dei più vivaci perchè esso concerne la contrapposizione di interessi molto diversi tra loro il cui equilibrio è di difficile raggiuntimento come dimostrato dal recente caso del referendum regionale abrogativo delle legge piemontese sulla caccia. Si tratta di una vicenda nata nel 1987 con la raccolta delle firme da parte del comitato promotore e conclusasi nel 2012 con la dichiarazione di improcedibilità del referendum medesimo a fronte dell’abrogazione delle disposizioni di legge oggetto del quesito referendario da parte del Consiglio regionale piemontese.

L’abrogazione totale della legge regionale sulla caccia comporta l’applicazione della legge statale quadro che è particolarmente permissiva rispetto al quadro che sarebbe potuto risultare successivamente al referendum (in dottrina, D. Bauduin, L’inottemperanza della Regione può bloccare la consultazione popolare?

Il caso del referendum sulla caccia

Gli interessi contrapposti in gioco vedono da un lato i fautori della caccia che in nome di tradizioni, anche culinarie rivendicano il loro diritto a esecitare quello che viene definito uno “sport” dalle origini nobili e antiche, mentre dall’altro si ritrovano coloro che chiedono protezione degli animali, soprattutto alla luce delle dichiarazioni internazionali più recenti, come il Trattato di Lisbona, che hanno attribuito agli animali lo status di “esseri senzienti”, pertanto non più assimilabili al concetto civilistico di “cosa” (In giurisprudenza si veda Trib. Varese, decr. 13 marzo 2013).