Google tra responsabilità editoriale e diffamazione

pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 17 aprile 2013

Google è un editore?
La decisione emanata dalla Civil Division della England and Wales Court of Appeal Tamiz v. Google concerne il dibattito sulla configurabilità del ruolo editoriale di Google nella gestione dei commenti sulla piattaforma di blogging ad esso riconducibile “Blogspot”. La questione riguarda la causa intentata contro il gigante di Mountain View da un candidato conservatore di religione mussulmana alle elezioni locali. Costui lamentava la pubblicazione sul blog “London Muslim” di commenti ritenuti dal ricorrente diffamatori e inappropriati, che però hanno provocato la sua rinuncia alla competizione elettorale. La High Court, giudice di prime cure, aveva rigettato la sua istanza poiché secondo i principi del common law Google non poteva essere considerato un editore in quanto non vi è immediata conversione dello status di gestore della piattaforma in quello di un editore. Tuttavia, la sentenza è stata impugnata e parzialmente riformata. La Court of Appeal ha rigettato le richieste del ricorrente in merito al risarcimento del danno, in quanto esso è stato insignificante perchè i commenti ritenuti diffamatori vennero tempestivamente cancellati e quindi furono visibili da un numero assai ristretto di lettori. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto necessario stabilire un termine temporale entro il quale il fornitore del servizio debba cancellare i contenuti illeciti, cioè cinque settimane. Trascorso questo arco di tempo, il fornitore del servizio diventa responsabile al pari di un editore della continuazione della pubblicazione e quindi perseguibile per il contenuto diffamatorio. In questo modo, a parere del giudicante, verrebbero adeguatamente tutelati i valori protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani, principalmente la riservatezza e l’onorabilità dei soggetti che subiscono la diffamazione.

I suggerimenti di Google Suggest costituiscono diffamazione?
In diritto italiano quanto in quello comparato si dibatte sulla sussistenza della responsabilità per diffamazione in merito alle combinazioni poste in essere dal servizio “Google Suggest” predisposto dal noto motore di ricerca. In Italia la giurisprudenza si era già espressa sul punto affermando che in ordine al funzionamento del software Autocomplete, “le parole generate automaticamente nella stringa di ricerca allorquando si digitano (anche solo in parte) il nome e cognome del ricorrente altro non sono se non quelle statisticamente piu’ digitate sul motore di ricerca Google dalla comunità degli utenti” (Tribunale di Pinerolo, ordinanza, 30.4.12) Pertanto Google non era responsabile per diffamazione perchè tali “query” erano considerabili delle mere domande, seppure i risultati suggeriti dalla ricerca alludessero alle precedenti vicissitudini giudiziarie del ricorrente. Più recentemente, analoga questione, decisa dal Tribunale di Milano, aveva interessato un soggetto presidente di due enti no-profit a tutela dell’infanzia il cui nome, quando “googlato”, veniva associato a termini “lesivi e offensivi dell’onore” quali “truffa”, “truffatore”, “setta”, “plagio”. La corte milanese aderisce alla tesi sopra espressa specificando che: “che i termini visualizzati dagli utenti sulla stringa di ricerca attraverso la funzionalità Autocomplete (…) non costituiscono un archivio, né sono strutturati, organizzati o influenzati da Google che, tramite un software automatico, si limita ad analizzarne la popolarità e a rilasciarli sulla base di un algoritmo” (Trib. Milano, 25 marzo 2013). A questo proposito si ricorda che un algoritmo è una mera operazione matematica e consiste in un “qualunque schema o procedimento sistematico di calcolo” (Voce “Algoritmo”, Enciclopedia Treccani, consultata su http://www.treccani.it/enciclopedia/algoritmo/). Prosegue il giudicante nel puntualizzare che quelli della funzione “Autocomplete”, utilizzata dal servizio “Google Suggest”, sono dei servizi della c.d. attività di “caching” svolta da Google al fine di facilitare, “a loro richiesta, l’accesso ad altri destinatari di informazioni fornite da destinatari del servizio, senza che il prestatore del servizio, nella specie Google, sia responsabile del contenuto di tali informazioni”, ai sensi dell’art. 15 D. Lgs 9 aprile 2003 n. 70 “Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno” (Trib. Milano, 25 marzo 2013, cit.).
Questo orientamento è condiviso anche in diritto comparato. Per esempio, i giudici della Cour de Cassation francese hanno sostenuto, con lo stile stringato tipico delle sentenze d’Oltralpe, che la doglianza dei presunti diffamati manca dell’elemento fattuale poiché Google non è direttamente responsabile per il funzionamento del motore di ricerca, né per il sito google.fr, in quanto Google non è coinvolto nell’elaborazione degli elementi offensivi. (Cour de cassation, 1ère chambre civile, 19.2.13).

Brevi conclusioni
Il dibattito giurisprudenziale comparato sulla neutralità di Google quale piattaforma complessa di fornitura di servizi online è molto vivace. Il gigante di Mountain View offre una variegata gamma di possibilità di interazioni online: blogging, video (su questo punto è stata recentemente pubblicata dalla Corte di appello di Milano la sentenza di assoluzione dei tre dirigenti europei di Google per illecito trattamento dei dati personali nel noto caso c.d. Vividown v. Google), ricerca, aggregazione e condivisione di news e così via. I giudici delle corti nazionali non hanno ancora trovato un equilibrio nel bilanciamento dei diritti coinvolti in questo caso: da un lato la necessaria neutralità della Rete, suo elemento essenziale e caratterizzante, dall’altro la protezione dell’onorabilità e della riservatezza dei suoi stessi utenti. Dal canto suo un giudice sovranazionale come la Corte europea dei diritti umani ha preso posizione a favore della neutralità della Rete e della tutela della libertà di manifestazione del pensiero affermando che la pretesa dell’inserimento di programmi di filtraggio preventivo nella pubblicazione di contenuti online costituisce pratica censoria, pertanto contraria all’art. 10 CEDU (Corte europea dei diritti umani, 10.5.2011 Mosley contro Regno Unito di Gran Bretagna).

Tamiz v Google Inc [2013] EWCA Civ 68, 14 febbraio 2013
Tribunale di Milano, 23 marzo 2013
Cour de Cassation, 19 febbraio 2013.