YouTube, diffamazione, violazione del copyright e rimozione di video online

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 20 maggio 2014

Sorto nel 2007 negli Stati Uniti, il contenzioso che ha visto contrapposte Viacom International, una compagnia statunitense di primaria importanza nel mondo della comunicazione cinematografica e televisiva a YouTube ha per oggetto la verifica alla luce del Digital Millennium Compyright Act (DMCA) la possibile violazione del copyright da parte di YouTube. Secondo i ricorrenti questa cosentirebbe, anche grazie alla facilità d’uso della loro piattaforma, la visione di stralci significativi di materiali protetti dal diritto d’autore esclusivo quali film, telefilm, concerti, trasmissioni televisive e alla diffusione dei medesimo con il sistema di condivisione degli URL e dei codici dei video. La richiesta risarcitoria di Viacom comprendeva anche i c.d. punitive damages e ammontava a un miliardo di dollari. Il contenzioso ha visto rigettare e poi riassumere le richieste dei querelanti. Con la decisione della Corte distrettuale del Second Circuit del 18 aprile scorso YouTube si è vista nuovamente riconoscere la sua neutralità poiché non è stato provato che essa induca i suoi utenti a caricare video in violazione del copyright. Tuttavia la sentenza risulta già essere stata appellata (fonte: https://www.docketalarm.com/cases/New_York_Southern_District_Court/1—07-cv-02103/Viacom_International_Inc_et_al_v_Youtube_Inc_et_al/).
In Francia, i giudici del Tribunal de Grande Instance di Parigi hanno affermato che in quanto service provider, Google e YouTube non sono tenuti a rimuovere direttamente i contenuti segnalati da H&M, la nota industria di abbigliamento svedese. Seppure l’azienda abbia considerato diffamatorio l’utilizzo del suo marchio contraffatto nei video caricati sulla piattaforma, i giudici parigini hanno ribadito che solo una decisione giudiziaria può determinare l’asserita violazione dei diritti e pertanto ordinare la rimozione dei materiali illeciti. Nello specifico il giudicante ha sottolineato che siffatta decisione può essere presa anche sulla base di una valutazione sulla probabilità dell’integrazione della infrazione, tuttavia esclusa nel caso esaminato.
Invece, la giurisprudenza del Brasile ordina piuttosto sovente a YouTube e a Google di rimuovere dalla loro piattaforma video nel caso in cui vi sia “evidente pericolo di danno irreparabile” a carico dei ricorrenti qualora immagini e testi relativi al video pubblicato rimangano online. La peculiarità riguarda l’applicazione di danni punitivi per l’ammontare di US $ 300,00 per ogni giorno di inadempimento all’ordine di rimozione, limitato a venti giorni, che soddisferebbe il principio di proporzionalità”, indipendentemente dall’arricchimento senza causa del destinatario.
La vicenda che ha scaturito il contenzioso di fronte ai giudici dell’Ontario, Canada, concerne il trasferimento di un’attività commerciale dedita alla vendita di materiali pornografici e la ristrutturazione di un locale commerciale destinato ad ospitarla. La vertenza sorge nel momento in cui i titolari dell’azienda decidono di uploadare due video su YouTube dove raccontano le difficoltà burocratiche legate all’autorizzazione della ristrutturazione del negozio e alla vendita dei materiali, posto che la nuova sede si trova in una via molto più centrale rispetto ai locali precedentemente occupati. I video vengono visualizzati e commentati anche dai clienti del negozio. Si realizza quindi una contrapposizione tra i titolari dell’azienda che si vedono “molestati” dalle continue richieste di approfondimenti e nuovi documenti da parte dei pubblici funzionari e questi ultimi che si vedono diffamati nei video e nei commenti. Nonostante una richiesta extragiudiziale di rimozione dei materiali uploadati, YouTube non viene citato in giudizio, né per la cancellazione dei video, né per la richiesta danni per la diffusione dei materiali, poiché i video non violano la policy di YouTube; tuttavia i video caricati sulla piattaforma costituiscono oggetto di prova acquisito al giudizio. La domanda degli attori, cioè dei pubblici funzionari, si limita quindi alla richiesta di risarcimento del danno agli autori del video, cioè i titolari dell’azienda, per i commenti diffamatori postati da terzi. I giudice canadese rigetta l’istanza perchè i ricorrenti non hanno provato né di aver subito un danno, né che il loro lavoro fosse stato messo in pericolo dai commenti ritenuti diffamatori. Interessante notare che il giudice ha effettuato una valutazione di natura quantistica sul numero di visioni e di commenti ricevuti da entrambi i video, circa 2000, in relazione con quelli ottenuti nel caso precedente “Busseri” (Busseri v. John Doe, 2012 ONSC 5385 (CanLII), il cui video oggetto di giudizio aveva ottenuto 500.000 visualizzazioni e quindi un effetto distorsivo della reputazione molto più devastante, al punto da essere qualificato come “irreparabile”.

Recenti questioni nell’ordinamento nazionale
La giurisprudenza italiana, recentemente sembrerebbe aver effettuato un discutibile revirement, avendo stabilito dal responsabilità del gestore di un sito informatico, compreso quindi un account, per commenti postati da terzi su siti Internet. Scrive il giudice: “la disponibilità dell’amministrazione del sito Internet rende responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvati dal *dominus*), sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal *dominus*)”. Oltre all’evidente, e grave, errore di aver analogamente esteso in malam partem la disciplina della stampa a Internet, il giudicante discetta sulla volontà storica del Legislatore ricostruibile dai lavori preparatori della legge sulla stampa, risalente al 1948. Anche qui il giudice cade in errore, perchè l’interpretazione delle fonti deve essere effettuata attraverso un criterio evolutivo, non storico. Sulla base di questo equivoco, il giudicante assimila al concetto di stampa “qualsiasi riproduzione ottenuta non con mezzi meccanico-fisici o chimici bensì meccanici o chimico-fisici”, estendendo all’editoria via Internet le norme scritte per quella su carta, perchè “a bene vedere l’informatica e la telematica altro non sono che applicazione combinata di mezzi (di variazioni di stato) meccanici, fisici, chimici”. Infine, tale erudita, ma errata, ricostruzione però manca di cogliere l’aspetto innovativo della interazione della pubblicazione di materiali (video, commenti, articoli e così via) attraverso Internet: la questione dirimente non riguarda il supporto tecnologico della pubblicazione, fisico o chimico, ma l’interazione sociale tra utenti, strettamente connessa con la libertà di manifestazione del pensiero, costituzionalmente tutelata, e ancora collegata ai principi di stretta legalità e responsabilità civile e penale, come ben evidenziato dal giudice canadese.

U.S. District Court for the Southern District of New York, Viacom International v. YouTube, 18.4.2013
Tribunal de grande instance de Paris Ordonnance de référé, 4.3.2013
Estado Do Rio Grande Do Sul, Poder Judiciário, Tribunal De Justiça, 13.12.2012.
Ontario Supreme Court of Justice, Asselin v. McDougall, 2013 ONSC 1716 (CanLII)
Trib. Varese, 8 aprile 2013

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