Enel vs Greenpeace: Legittimo utilizzare il marchio commerciale altrui per iniziative di critica ambientale

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 30 maggio 2013

Il caso:
Una nota compagnia erogratrice di energia elettrica e gas muove causa ad una associazione internazionale di tutela dell’ambiente per l’uso distorto del suo marchio riportato su una finta bolletta distribuita a mani, via Internet e attraverso il diffusissimo free press “Metro” nella realizzazione di una ampia campagna informativa diretta a contestare la provenienza dell’energia elettrica distribuita dalla compagnia proveniente da centrali a carbone. La causa in esame non è isolata, essendo quello in corso tra le parti un contenzioso radicato presse diverse corti italiane (tra i contenziosi già risolti si ricordano ad es: Trib. Roma, 6.7.2012, Trib. Venezia, 7.2.2011, mentre altri sono ancora pendenti). Le questioni poste dalla compagnia ricorrente al giudice riguardavano il presunto abuso del suo marchio commerciale inserito in una asserita “attività economica” della resistente violativa dell’art. 20 C. P. I. nonché la conseguente richiesta del divieto dell’uso del marchio aziendale senza “giusto motivo” nelle suddette campagne informative.

La motivazione
Il giudice milanese rigetta il ricorso della compagnia energetica sostenendo da un lato che l’attività posta in essere dall’associazione ambientalista non si possa configurare come economica, dall’altro che l’utilizzo del marchio non è abusivo quando connesso all’esercizio di diritti fondamentali ovvero quello di critica o di tutela della salute pubblica.
Sotto il primo profilo il giudicante ambrosiano rileva che l’attività statutaria dei resistenti di edizione di pubblicazioni, raccolta contributi e fondi per il proprio sostentamento, per la protezione della natura e per il disarmo nucleare siano del tutto estranei di per sé a qualsiasi ragione economica, né le campagne promozionali atte a perseguire tali scopi sono inquadrabili in una attività di produzione di beni o servizi che diano luogo all’introito di ricavi ovvero di profitti. Afferma il giudice che si tratta invece “di un’attività sostanzialmente informativa e di sollecitazione della pubblica opinione che solo indirettamente – e cioè a seguito della popolarità e del successo delle sue campagne – può produrre un aumento delle adesioni di nuovi soci o stimolare offerte di contributi”. Essendo questo un effetto indiretto, esso non implica la trasformazione dell’attività dell’associazione in una attività di natura economico – imprenditoriale, a meno che non si forzi l’estensione del criterio in modo indifferenziato a qualsiasi organizzazione associativa che per adempiere ai fini sociali debba incrementare le adesioni. Ulteriormente, l’utilizzo del marchio commerciale della ricorrente non risulta collegato ad un’attività svolta da un soggetto qualificabile come “operatore economico sul mercato”, come individuato dalla recente giurisprudenza della Corte di Giustizia, la quale afferma che “i diritti esclusivi conferiti dai marchi possono essere fatti valere solo nei confronti degli operatori economici. Infatti, affinché il titolare di un marchio possa vietare l’uso da parte di un terzo di un segno identico o simile a tale marchio, è necessario che tale uso abbia luogo nel commercio” (Causa C-324/09,L’Oréal, del 12.7.2011, §54).
Tuttavia la parte più interessante e innovativa della decisione concerne l’uso del marchio e dei segni distintivi della ricorrente nei materiali informativi della resistente. Non essendo riconosciuta quale economica l’attività posta in essere dalla resistente, cade altresì la sussistenza dell’applicabilità delle disposizioni del Codice della proprietà industriale, in particolare l’art. 20, lett. c). Siffatta norma disciplina la possibilità per il titolare del marchio rinomato di vietare l’uso del medesimo in caso in cui detto uso sia “senza giusto motivo”. Al contrario, la fattispecie in esame ricade in una doppia tutela di rango costituzionale: da un lato la difesa della libertà di manifestazione del pensiero, sancita dall’art. 21 della Carta fondamentale, entro la quale è possibile configurare il c.d. “diritto all’informazione ambientale”; dall’altro, attraverso la diffusione della conoscenza, la protezione della salute pubblica, bene garantito dall’art. 32 Cost. Pertanto, l’utilizzo dei suddetti marchi e segni distintivi è conforme ai correti presupposti del diritto di critica, mancando quindi qualsiasi effetto confusorio.

Impatto pratico – operativo
La decisione è innovativa, poiché non risultano precedenti editi relativi alla specifica fattispecie dell’utilizzo di un marchio commerciale di una azienda nota per attività di critica ovvero informativa. L’importanza di questa decisione si segnala per l’individuazione precisa dei beni di rango costituzionale la cui tutela prevale sulle ragioni della proprietà intellettuale, ovvero diritto di manifestare liberamente il pensiero, ivi compreso il diritto di critica, e il diritto all’informazione ambientale, la cui diffusione è strettamente collegata con la protezione della salute pubblica.

Tribunale di Milano, 6 maggio 2013 (Giudice: dott. Marangoni)

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