Skype e chat prodotte nel processo: privacy del terzo penalmente tutelata

Pubblicato sul Quotidiano Ipsoa del 13 settembre 2013

Il caso
L’ordinanza del Giudice per le indagini di Milano in commento dispone la formulazione da parte del P. M. dell’imputazione per violazione degli artt. 615 ter c. p. e 616, 1°, 2° e u. c, c. p. a carico di un marito poiché costui si era introdotto abusivamente nel profilo personale della moglie al fine di produrre prove dell’infedeltà coniugale della coniuge. Infatti, l’ormai ex marito aveva depositato nel processo civile per la separazione coniugale la stampa delle schermate delle conversazioni via chat intercorse tra l’ex moglie con un terzo, nonché fotografie esplicitamente sessuali scambiate tra i due amanti.

Le motivazioni dell’ordinanza di formulazione della imputazione coatta
Nelle sue osservazioni il giudice si concentra più che sull’intimità del contenuto delle conversazioni, quanto sulla circostanza che per entrare nell’account della coniuge e copiare dette “chattate” l’indagato abbia utilizzato la password della moglie, probabilmente registrate in automatico dalla medesima, onde evitarne la riscrittura, ma abbassando così il livello di sicurezza del suo computer. Viene esplicitato in motivazione che la moglie non avesse mai autorizzato il marito a entrare nel suo account personale di Skype. Infatti, il giudicante afferma che altrimenti l’indagato avrebbe dovuto compiere un’azione ancora più grave, ma non riscontrata dalle indagini, cioè (far) installare uno spyware o “qualche altra tecnologia intrusiva” sul computer della moglie. Il giudice rileva che, depositando le citate conversazioni, l’indagato ha violato il diritto alla riservatezza sia della moglie sia del suo interlocutore, estraneo alla vicenda, la cui vita personale è stata esposta a tutte le persone che possono prendere visione dei fascicoli processuali. Inoltre, non sussiste alcuna giusta causa per la rivelazione delle conversazioni private, poiché la tutela dei propri diritti in ambito civilistico “non giustifica l’adozione di un mezzo delittuoso, del tutto sproporzionato rispetto al risultato da conseguire”. A questo proposito, il giudice cita a conforto della sua decisione un orientamento della Suprema Corte (precisamente la sentenza della Corte di Cassazione, 29 settembre 2011, n. 35383), il quale riguarda analoga violazione della corrispondenza, per aver prodotto in un giudizio di separazione, documentazione bancaria illecitamente sottratta in violazione dell’art. 616 c.p.

Impatto sul dibattito in tema di privacy
Seppure originato da un mero passaggio processuale, il provvedimento presenta alcuni elementi di interesse nel dibattito sulla tutela penalistica della privacy. Il giudice rileva come la chat sia una forma di corrispondenza telematica (tutelata dall’art. 616 u.c., c. p.) realizzata attraverso una serie di messaggi che possono essere ricevuti immediatamente e archiviabili nella memoria dell’accout ,al quale è possibile accedere attraverso la digitazione di password. Questo tipo di comunicazione telematica si distingue dalla conversazione telefonica, nella quale invece i due interlocutori sono sempre in diretta comunicazione tra loro. Si osserva che l’indagato avrebbe potuto dar prova della relazione extraconiugale della moglie attraverso gli altri strumenti procesuali, senza arrogarsi il diritto di “captare” la corrispondenza altrui. Ulteriormente, il giudice osserva che non sussistono i presupposti per l’integrazione del reato ex art. 640 ter c.p. in quanto l’indagato non ha modificato, né è intervenuto sui fluissi di dati, sulle informazioni o sui programmi, introducendo spyware o trojan o modificando i dati dell’account della moglie su Skype o fingendosi titolare del medesimo.

Ufficio GIP del Tribunale di Milano, ord. 17 aprile 2013, Giud. Est. Manzi