La riforma della filiazione e la ripartizione delle competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale dei Minorenni

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 29 novembre 2013

La vicenda che ha dato origine al provvedimento che si esamina riguarda un procedimento iniziato nel 2007 su impulso del Pubblico Ministero relativamente a un minore, figlio di una coppia di “etilisti” che a parere dell’autorità procedente “non erano sembrati in grado di adeguatamente accudire il minore”. In un primo momento il minore era stato affidato al Comune di residenza e successivamente collocato presso i nonni materni e poi presso il padre poiché la madre aveva iniziato un percorso di recupero in una Comunità residenziale, portato a buon fine, come confermato nel maggio 2013 dai servizi sociali medesimi. A questo proposito, il giudicante osserva che è la stessa madre a depositare, ai sensi del novellato testo dell’art. 38 disp. att. c.c., presso il Tribunale Ordinario un ricorso affinché fosse rivista, alla luce dei nuovi positivi eventi, la situazione di collocamento del figlio. Nel corso di quest’ultimo procedimento, nel 2011, siffatto giudice ha ordinato all’Ente affidatario di procedere a mantenere da un lato il rapporto con il padre e ad allargare, dall’altro lato, i rapporti con la madre. Tuttavia in questo quadro si inseriscono gli ulteriori procedimenti del Tribunale dei Minorenni aperti a tutela del minore aventi ad oggetto la verifica dei presupposti dell’adozione e la decadenza dei genitori dalla potestà ex. art. 330 c.c., tuttora pendenti avanti al giudice minorile. Nel frattempo, è entrata in vigore la legge 10 dicembre 2012 n. 219, modificativa altresì della ripartizione delle competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni.

In un quadro processuale complesso come questo, come si inserisce la riforma dell’art. 38 disp. att. c.c.?

Innanzitutto il giudicante osserva che l’intervenuta annotazione interpretativa, apposta ai margini di un’istanza di parte relativa alle modificazioni di condizioni provvisorie di affidamento del minore, non può assumere natura di provvedimento giurisdizionale con cui il Tribunale dei Minorenni abbia declinato la propria competenza. Essa risulta essere carente dei requisiti essenziali formali e tipici, nonostante il tenore della medesima annotazione reciti: “(“Visto, agli atti, trattandosi di istanza non più di competenza di questo Tribunale. Si comunichi…”)”.

Conseguentemente, il Tribunale ordinario ambrosiano decide di esaminare, in via preliminare, “l’ammissibilità del ricorso qui proposto “ex art. 155 c.c. ai sensi dell’art. 3 l. 219/2012” (come si evince dall’intestazione dello stesso)” alla luce del fatto che la Novella introdotta dalla legge 219/2012. In questo caso, il Giudicante afferma che la riformulazione dell’art. 38 disp. att. c.c. abbia disegnato “una diversa area di rispettiva competenza del T.M. e del T.O., a favore di quest’ultimo relativamente ai provvedimenti, tra gli altri, di cui all’art. 317 bis c.c., e abbia altresì previsto una nuova competenza per c.d. attrazione allorquando innanzi al giudice ordinario siano “in corso”, e cioè pendenti, varie tipologie di procedimenti, tra i quali i primi commentatori, nell’affatto chiara lettera della legge, hanno individuato come compresi quelli proposti ex art. 317 bis c.c. per l’affidamento e il mantenimento dei minori nati da coppia non coniugata”.

Stabilito che lo scopo del ricorso sia orientato a ottenere la modifica di un regime provvisorio stabilito da altro giudice (ovvero il Tribunale per i Minorenni), i giudici del Tribunale ordinario dichiarano la domanda inammissibile basandosi su un principio già riconosciuto dalla medesima Curia secondo cui non sussiste la competenza del Tribunale Ordinario nel caso in cui si chieda la verifica della persistenza o meno delle condizioni che giustificano l’affievolimento della potestà genitoriale. Tale istanza non instaura una controversia ex art. 317-bis c.c. in quanto non riguarda il rapporto tra padre e madre in ordine all’esercizio della genitorialità. Affermano i giudici ambrosiani che “La legge 10 dicembre 2012 n. 219, riscrivendo l’art. 38 disp. att. c.c., ha attribuito al Tribunale ordinario la competenza a pronunciare i provvedimenti limitativi della potestà genitoriale (art. 333 cod. civ.) esclusivamente nel caso in cui sia pendente, «tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’articolo 316 del codice civile»: in altri termini, l’azione ex art. 333 c.c. proposta in via autonoma non rientra nella competenza del Tribunale ordinario che nemmeno è competente per la declaratoria di cui all’art. 330 c.c., ipotizzabile sempre soltanto nel caso in cui penda un procedimento di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c.c (v. art. 38, comma I, disp. att. c.c.).” Ne consegue, “che il presupposto per la potestas decidendi del Tribunale Ordinario riguarda, quindi, la concentrazione processuale delle domande. La competenza del Tribunale per i Minorenni si estende anche al provvedimento di modifica o revoca delle limitazioni genitoriali, trovando la sua disciplina normativa in seno all’art. 333 comma II c.c., come richiamato anche in parte qua dall’art. 38 disp. att. c.c”.

La decisione in commento, dunque, riguarda il formarsi di un primo orientamento interpretativo di merito in uno specifico ambito normativo assai delicato, come la ripartizione delle competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni, modificato dalla recente riforma sulla filiazione.

Trib. Milano, sez. I civ., decreto 3 ottobre 2013 (Pres., est. Servetti)