Verità, diritto di critica, manifestazione di pensieri opinabili: quali sono i limiti?

Nel 2010 durante un noto programma televisivo venne trasmesso un servizio giornalistico contenente una prova comparativa fra diverse vetture, tra cui una prodotta da una nota casa automobilistica italiana, per una prova su pista per verificare quale tra queste vettore rispondesse al meglio alle sollecitazioni del guidatore. Successivamente alla trasmissione, la casa automobilistica citò in giudizio l’ente televisivo, il conduttore del programma e il giornalista autore del servizio chiedendo che fosse accertata la loro solidale responsabilità per il fatto illecito costituito dalla messa in onda del servizio contenente, a loro dire, informazioni non veritiere e denigratorie del proprio prodotto con la conseguente condanna al risarcimento del danno. Il Tribunale di Torino ha accolto le istanze attoree consentendo l’espletamento di una CTU “ingegneristico-economica” sulla base della quale il giudice di primo grado ha quantificato la liquidazione del danno provocato dell’asserità illiceità della sunnominata valutazione comparativa in cinque milioni di Euro a carico dell’autore del servizio e della Rai, mentre il conduttore del programma veniva assolto dalle pretese attoree. Il giudicante, inoltre, aveva ordinato la rimozione del servizio dal sito Internet della trasmissione televisiva.

Il soccombente ricorreva in appello contestando sia la ritenuta illiceità della sua condotta sia l’esplicita esclusione delle esimenti del diritto di critica e di cronaca nonché il raggiungimento della prova e del nesso causale attraverso l’espletamento della CTU.

I giudici d’appello hanno pienamente accolto le doglianze del giornalista affermando che il suo comportamento è stato lecito sulla base di diverse approfondite argomentazioni. Innanzitutto applicando in via diretta e verticale il dettato costituzionale: sul punto la Corte sabauda osserva che “la critica di un prodotto, purché basata su considerazioni obiettive e verificabili, anche se in ipotesi opinabili nei criteri adottati, è perfettamente lecita, discendendo tale inevitabile affermazione direttamente dall’art. 21 della Costituzione”. Infatti, è “perfettamente lecito (…) sottoporre il prodotto anche a prove anche comparative con prodotti della concorrenza, e formularne un giudizio basato non solo su dati numerici obiettivi, ma anche su sensazioni e impressioni” purché quanto affermato corrisponda alla verità dell’informazione “nei limiti in cui si tratti di dati obbiettivi e verificabili”. Pertanto, è sempre consentito l’esercizio del diritto di cronaca e di critica, dal momento che nel caso in esame il primo consiste nella narrazione di quanto accaduto nelle prove effettuate e dal riporto dei risultati strumentali, mentre il secondo riguarda la valutazione di tali dati e il riporto delle impressioni soggettive. Dal canto suo il produttore che offre il suo prodotto sul mercato “deve sottoporre il giudizio non solo del consumatore ma di chi intenda informarlo”. Ne consegue quindi che sulla base di siffatte considerazioni l’azione della fabbrica automobilistica è risultata totalmente infondata poiché “andava a richiedere una valutazione delle prestazioni astratte, diverse da quelle su pista che erano state oggetto della prova, indi addirittura i consumi”. Osserva a questo proposito il giudicante che nulla c’entrano “la confortevolezza dell’abitacolo e del posto guida, accessori, dotazioni di sicurezza, prezzo”. Sul punto il collegio d’appello sottolinea che “la CTU è stata demandata ed espletata, per gran parte, su argomenti totalmente inammissibili, perché concernenti scelte insindacabili da parte del giornalista, il cui giudice in proposito, come per il produttore non è il magistrato, ma il pubblico”. Ne consegue quindi che l’unico aspetto da prendere in considerazione è la veridicità ovvero la falsità delle affermazioni sulle automobili sottoposte alla valutazione comparativa del servizio televisivo oggetto del giudizio. Il giudice d’appello ricostruisce lo svolgimento del suddetto servizio specificandolo punto per punto.

Questa decisione è molto rilevante in tempi in cui il giornalismo di inchiesta sta assumendo sempre di più il ruolo di watchdog tanto della tutela dei consumatori quanto dell’operato degli amministratori pubblici secondo il modello del giornalismo di stampo anglosassone. Relativamente alla fattispecie in parola, i giudici d’appello affermano che l’obbligo di rettificare e completare l’informazione con specificazioni ritenute opportune dal produttore non è concepibile poiché il giudice “non può assumersi il compito di censore dell’informazione, e di attributore, a trasmissioni di generica informazione, di obblighi propri (che peraltro nemmeno in tali casi sono in tali termini ipotizzabili) della stampa specializzata”.

In conclusione, i giudici d’appello assolvono gli appellanti poiché le informazioni rese erano, semplicemente, vere.

Corte ‘Appello di Torino, III Sez. Civ., 20 ottobre 2013 (Pres. Silva, Rel. Della Fina)