Chiariti gli equivoci risarcitori sulla responsabilità dello Stato per il danno da reato?

Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 10 gennaio 2014

Il caso deciso dal Tribunale di Trieste riguarda una cittadina italiana che ha convocato di fronte a quel giudice la Presidenza del Consiglio dei Ministri per la mancata ovvero non corretta implementazione nell’ordinamento interno della direttiva CE/2004/80, pertanto chiedeva allo Stato l’integrale risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale causati dallo stupro da cittadino straniero, condannato in altro processo, irreperibile e nullatenente, e liquidati in quell’occasione in 200.000 €. La domanda della ricorrente nei confronti dello Stato sul mancato recepimento della citata direttiva si fondava su precedente, ma isolata, giurisprudenza di merito (Corte d’appello di Torino, sentenza n. 106, del 23 gennaio 2012, citata per esteso nell’atto introduttivo di questo contenzioso), la quale affermava che: “La Repubblica italiana, non avendo correttamente trasporto la dir.2004/80/CE, nella parte in cui impone a carico degli Stati membri l’obbligo di prevedere un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, è tenuta a riconoscere, secondo le forme della responsabilità di natura indennitaria per attività non antigiuridica, un indennizzo – da determinare in via equitativa ai sensi degli artt. 2056 -1226 c.c. – inferiore al pieno risarcimento del danno patito e tale da compensare parzialmente il pregiudizio sofferto”.

 

Di fronte a questa interpretazione del tenore della Direttiva, la dottrina ha rilevato che sarebbe stato quanto meno opportuno sollevare questione pregiudiziale di fronte alla Corte di Giustizia (R. Conti, Vittime di reato violento intenzionale e responsabilità dello Stato, Corr. Giur., 2012, 668) in merito alla vaghezza delle determinazioni della direttiva da implementare, in relazione, soprattutto al fatto che l’elemento di alienità. Secondo il giudice di merito esso è inquadrabile in una situazione c.d. “transfrontaliera”, che nel caso di riferimento torinese riguardava la cittadinanza rumena della vittima, comunque residente in Italia.

 

Tuttavia, nel caso triestino in esame, in cui parte attrice si fa esplicitamente al citato precedente sabaudo, l’elemento “transfrontaliero” manca del tutto, essendo la ricorrente cittadina italiana, residente in Italia, vittima di un reato sul suolo italiano.

 

Su questo specifico elemento si fondano le difese dell’Avvocatura dello Stato, cui il giudicante aderisce in pieno, secondo cui la direttiva regola espressamente solo situazioni transfrontaliere “sulla base di una specifica opzione del legislatore UE che emerge con nettezza dall’esame dei lavori preparatori. Si tratta di un regime di cooperazione orientato a facilitare alle vittime di reato l’accesso all’indennizzo nelle ipotesi cross-border”.

 

Tale elemento emergerebbe solo ed esclusivamente nei casi in cui la vittima di reato non sia né cittadina, né residente nel Paese dove l’evento criminoso si è realizzato. Pertanto sarebbe da rigettare tanto la ricostruzione proposta dall’attrice vittima del caso triestino, quanto quella torinese che, riconosciuta in primo grado e confermata in appello, ha dato origine all’orientamento giurisprudenziale risarcitorio contestato.

 

A conforto di questa tesi parrebbe esserci anche l’orientamento manifestato dalla Corte di Giustizia, nella causa C-79/11, 12 luglio 2012, afferma che “come risulta segnatamente dal suo articolo 1, (la Direttiva 2004/80 è diretta a rendere più agevole per le vittime della criminalità intenzionale violenta l’accesso al risarcimento nelle situazioni transfrontaliere”, mentre nel caso deciso dalla Corte di Lussemburgo, la fattispecie oggetto di causa concerneva “reati commessi colposamente, e, per di più, in un contesto puramente nazionale”.

 

Infine, il giudice osserva che totale difetto della transnazionalità impedisce di affrontare le ulteriori asserzioni di parte attrice poiché “non spetta infatti al giudice farsi carico dei problemi del funzionamento del sistema delle fonti e del coordinamento delle legislazioni dei vari Paesi”. Secondo il giudice tantomeno avrebbe senso questionare in sentenza sul mancato recepimento della direttiva nonché sul diverso trattamento riservato al Cittadino UE non italiano ma residente in Italia rispetto al cittadino italiano residente in Italia, poiché in caso di vittime di reato violento subito in Italia, il risultato sarebbe uguale, indipendentemente dalla cittadinanza della vittima.

 

Infine, il giudice compensa le spese motivando sul punto sia la novità della domanda, sia sul non condivisibile corso della giurisprudenza di merito che ha persuaso parte attrice ad agire in giudizio.

 

Tribunale di Trieste, 5 dicembre 2013, est. Dott. A. Picciotto.