Il dibattito giurisprudenziale americano sulla legittimità del programma di intercettazioni globali “PRISM”

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 13 gennaio 2014

Nel giugno 2013, la rivelazione dell’esistenza di un programma di intercettazioni di comunicazioni telefoniche e telemantiche di massa, denominato PRISM (acronimo di Planning Tool for Resource Integration, Synchronization, and Management), da parte di un contrattista della National Security Agency (NSA), Edward Snowden, ha costretto l’opinione pubblica, specializzata e non, a confrontarsi nuovamente con il delicato tema dell’invasione della privacy per motivi di sicurezza interna USA contro le minacce terroristiche. Secondo quanto rivelato dalle fonti del Guardian e del Washington Post, rispetto al passato, il PRISM rivela un approccio globalizzato nella intercettazione delle comunicazioni, coinvolgendo anche importanti provider di servizi web, in particolare in materia di posta elettronica, chat, video, archiviazione dati, comunicazioni VoIP, trasferimento di files, video conferenze e così via. Ha fatto ulteriore scandalo la rivelazione che anche importanti capi di governo stranieri sono stati sottoposti al programma di sorveglianza, provocando da parte di costoro diverse richieste ufficiali di chiarimenti in via diplomatica.

Tale programma è stato pressoché immediatamente oggetto di contenzioso giudiziario di fronte alle corti federali americane per la violazione del Primo e del Quarto Emendamento, i quali tutelano rispettivamente la libertà di manifestazione del pensiero, di associazione e la riservatezza, nonché della medesima normativa del USA PATRIOT (acronimo di Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism) Act, che si ricorderà essere stato approvato appena dopo gli attacchi del 9/11 alle Twin Towers di New York nel 2001.

Il primo giudice a pronunciarsi nel merito è stata la United States District Court for the District of Columbia nel caso Klayman v. Obama affermando l’incostituzionalità dell’intero programma di intercettazioni di massa perché esso viola la ragionevole aspettativa di privacy garantita dal Quarto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Il giudice ha fondato la sua condanna per via dell’indiscriminata, arbitraria e sistematica violazione della riservatezza dei dati personali che virtualmente potrebbe colpire ogni singolo cittadino senza la previa autorizzazione giudiziaria. Il Justice Leon ha affermato che “l’autore della Costituzione, James Madison, sarebbe inorridito dal programma di sorveglianza della NSA”. Ulteriormente, il giudice ha affermato che l’utilizzo estensivo dei device elettronici e telematici che tracciano i movimenti e le azioni dei cittadini provocano una ragionevole maggiore aspettativa nella tutela della privacy, non minore, a causa dei cambiamenti culturali che hanno accompagnato siffatta trasformazione tecnologica.

Di parere opposto la United States District Court for the Southern District of New York, secondo cui siffatto programma è conforme alla Section 215 dell’USA PATRIOT Act e del Quarto Emendamento della Costituzione in quanto siffatto programma pone un concreto ed effettivo argine alle attività terroristiche negli Stati Uniti, seppure esso sia di proporzioni sconosciute in precedenza, il suo scopo è profondamente differente rispetto alle mere indagini criminali, poiché le minacce natura terroristica sono senza precedenti.

In ogni caso, la Foreign Intelligence Surveillance Court (FISC), la Corte che autorizza le operazioni e i programmi della National Security Agency, ha ribadito la legittimità dei programmi di intercettazione globale della NSA autorizzandone la prosecuzione.

Si segnala altresì un altro contenzioso in corso di fronte alla corte federale del Northern District of California in tema di raccolta dati e violazione della privacy di fronte alle corti federali. Si tratta del caso First Unitarian Church of Los Angeles v. NSA, dove si contesta l’autorizzazione concessa nel giugno 2013 sempre ai sensi della Section 215 dell’USA PATRIOT Act da parte della Foreign Intelligence Surveillance Court di tutte le chiamate, della localizzazione del telefono, della durata e dell’ora della chiamata e di ogni altra “informazione identificativa” di tutti i clienti Verizon per un periodo di tre mesi. Con questa causa si afferma che tale raccolta informativa viola tanto la libertà di pensiero, soprattutto la manifestazione di opinioni politiche, quanto quella di associazione protette del Primo Emendamento.