Gli occhi della giraffa

Danimarca, Zoo di Copenhagen. Questa giraffa è stata eliminata non si capisce bene se perchè “frutto di incesto” (nella promiscuità degli zoo, gli animali parrebbero non avere molta scelta con quali esemplari accoppiarsi) o perchè era in sovrannumero, e quindi un costo per il suo mantenimento, nonostante alcuni enti omologhi si fossero offerti di ospitare l’animale condannato.

L’esemplare è stato ucciso con un colpo di fucile dietro un orecchio e squartato di fronte a grandi e piccini. Successivamente le sue carni sono state date in pasto ai leoni ospitati in quello stesso zoo. (per chi vuole, qui rassegna fotografica tratta da Google Images, si tratta di immagini forti. Qui la notizia sul sito del Guardian dal quale è stata tratta la foto previa ricerca su Google Images).

Il disgusto è stato mondiale e le proteste di conseguenza.

Io mi chiedo: perchè ci siamo tutti indignati tanto? me compresa. Perchè gli occhi gentili e fiduciosi della giraffa mi hanno intenerito? Gli occhi delle giraffe sono quanto di più espressivo e gentile si possa vedere in natura e non perdono la loro espressività neppure dietro le sbarre di un “habitat” di uno zoo.

Quest’episodio così raccapricciante e cruento ha evidenziato bene diverse contraddizioni forti presenti nell’opinione pubblica.

Siamo davvero così assuefatti di fronte carneficine delle guerre civili in Siria, nel Sud Sudan, nella Repubblica centraficana? O sono solo più “lontane” e non possiamo vedere gli occhi delle vittime?

Si vogliono proteggere i bambini da pericoli veri o presunti e poi si consente loro di vedere uno spettacolo di violenza gratuita.

Ci si indigna per l’esecuzione di un animale, ma ci si dimentica (o meglio la maggioranza dell’opinione pubblica, in effetti esistono molti gruppi animalisti piuttosto agguerriti che mantengono viva la lotta) dello sfruttamento consumistico degli animali da latte, carne, uova.

Infatti, nel passato vi era un rapporto diretto tra uomo e animale da allevamento. L’allevatore considerava il momento dell’uccisione dell’animale essenziale per la sopravvivenza sua e della sua famiglia.

Il ciclo produttivo industriale ha equiparato l’animale a oggetto di consumo, perdendo la solennità di un atto non banale, che non può essere compiuto senza riflettere sul fatto che esso significa dare la morte ad un essere vivente.

Quando acquistiamo delle confezioni di ali o di cosce di pollo al supermercato, per esempio, quanti di noi si ricordano che questi animali sono bipedi e hanno due ali, invece che sei o otto arti, tanti quanti sono presenti nell’involucro pesato e prezzato e magari pure in offerta? E lo stesso può dirsi di tutti i pezzi di carne che si trovano esposti nelle lunghe schierre di frigoriferi dei centri commerciali. Cosa c’è di più innaturale di questo modo di produzione e consumo?

Basta esserne almeno consapevoli.