Responsabilità degli Internet service provider e neutralità della Rete: gli ultimi orientamenti internazionali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 14 febbraio 2014

In data 3 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni dell’assoluzione dei tre manager di Google, perseguiti penalmente per la violazione della privacy di un ragazzo disabile raffigurato mentre veniva maltrattato dai compagni di scuola in un video uploadato sul Google Video nel 2006. I giudici hanno ricostruito con precisione l’intero quadro normativo, europeo e nazionale, in materia di responsabilità dell’Internet Service Provider (ISP). A questo proposito gli ermellini hanno stabilito che non sussiste un obbligo di sorveglianza per i dati immessi da terzi in capo agli ISP, né sussiste in capo ai medesimo l’obbligo penalmente sanzionato di informare gli uploader dell’applicazione delle norme del Codice della Privacy.

In Spagna, il 31 gennaio 2014, la Corte d’Appello di Madrid ha confermato la sentenza di primo grado che affermava la non responsabilità di Youtube per la violazione del diritto d’autore da parte dei suoi utenti che caricassero materiali tratti da trasmissioni televisive delle quali l’attrice Telecinco fosse titolare dei diritti di proprietà intellettuale. Riferendosi alle decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea Google v Louis Vuitton (C-236/08 to C-238/08), la Corte d’appello madrilena ha affermato che la Direttiva 2000/31/CE in materia di commercio elettronico prevede che la normativa sulla responsabilità degli ISP debba essere applicata concretamente in relazione all’effettiva attività realizzata dagli operatori. In questo caso, alla luce della citata giurisprudenza della Corte di Giustizia, l’ISP, cioè YouTube, risulta essere un operatore che agisce in modo esclusivamente passivo in un ruolo di intermediario.

In Olanda, con una decisione del 28 gennaio 2014, la Corte d’Appello dell’Aia ha ribaltato la decisione della Corte inferiore che nel 2011 aveva imposto ai principali provider olandesi di bloccare l’accesso a The Pirate Bay, il noto motore di ricerca in grado di far accedere gli utenti a materiali condivisi, anche protetti dal diritto d’autore. La Corte d’Appello ha ritenuto il divieto fosse concretamente impossibile da rispettare in quanto gli utenti bypassano il divieto attraverso open proxy o siti clone. Ulteriormente, la sentenza afferma che siffatto divieto è una violazione ingiustificata del diritto costituzionalmente protetto alla libertà d’impresa. Infine, la Corte riconosce che i destinatari del divieto, cioè gli ISP non infrangano direttamente il diritto d’autore.

In Francia, il 3 gennaio 2014, il CNIL (Commission nationale de l’informatique et des libertés) ha emesso una pena pecuniaria di 150 000 € a carico di Google poiché la sua privacy policy attuata dal 1 ° marzo 2012 non risulta essere conforme alla normativa francese di protezione della riservatezza. Ulteriormente, il CNIL ha ordinato alla società di pubblicare un comunicato relativo a questa decisione sulla sua homepage Google.fr, entro otto giorni dalla notifica del provvedimento. Il Conseil d’Etat ha confermato siffatta decisione il 7 febbraio 2014.

Negli Stati Uniti, il 14 gennaio 2014 la United States Court of Appeals for the District of Columbia Circuit ha stabilito che la Federal Communication Commission ha ecceduto nel suo potere regolamentare in materia di neutralità della Rete poiché siffatta materia è di competenza legislativa federale.

La United States District Court Central District Of California Western Division ha affermato che il provider di servizi online può avvalersi del safe harbour (e quindi non essere considerato responsabile) nel caso in cui chiudendo l’account di un utente che abbia violato il copyright ometta di cancellare del tutto i contenuti relativi all’avvenuta violazione. La vicenda è di interesse perchè coinvolge un servizio che ebbe molto successo agli albori di Internet: Usenet. La Corte ha specificato che il Digital Millennium Copyright Act (17 USC 512) prevede la cessazione dell’account dei titolari di abbonamento al servizio, ma non la cancellazione dei loro contenuti.