Società multiculturale

Pubblicato sul Glossario dei diritti in divenire, Ediesse, Roma, 2013, pp. 271-277

Recentemente ha fatto molto scalpore la decisione di un giudice del tribunale penale di Torino di interdire l’accesso all’aula ad una interprete araba con il capo velato dallo hijab, cioè del foulard che copre i capelli, lasciando vedere il volto (tra i molti articoli della stampa quotidiana, F. Cravero e S. Martinenghi, “Si tolga il velo o esca dal Tribunale”. Il giudice contro l’interprete araba, La Repubblica, Torino, 15 novembre 2011). Questa vicenda ha scatenato accese polemiche. Molti hanno chiamato in causa l’assenza di specifiche norme che impediscano l’accesso al tribunale di donne con il capo coperto, ed in effetti non si hanno notizie di suore alle quali sia stato riservato analogo trattamento, altri rilevano che ancora in molte aule giudiziarie e di diversi edifici pubblici sia esposto il crocifisso, simbolo della religione cristiana, oggetto di copiosa giurisprudenza nazionale e sovranazionale: come dimenticare le decisioni Lautsi contro Italia della Corte europea dei diritti umani, nonostante il principio di laicità dello stato?

La tematica in parola è scivolosa e complessa e riguarda la coesistenza di tradizioni culturali e giuridiche diverse in conseguenza del crescente fenomeno migratorio che ha caratterizzato l’Europa posteriormente alla caduta del Muro di Berlino. In precedenza, infatti, le migrazioni delle popolazioni erano molto più contenute poiché la Cortina di Ferro ha bloccato le migrazioni. In realtà esse hanno sempre caratterizzato la storia umana, anche in conseguenza del colonialismo, della schiavitù ovvero delle ondate migratorie a cavallo tra XIX e XX secolo, causando la mobilità di milioni di persone da un continente all’altro, volontariamente ovvero coattivamente, portandosi appresso le proprie tradizioni, lingue, culture, religioni.

I fenomeni che concernono il multiculturalismo riguardano i settori più diversi della vita umana e presuppongono spesso, se non sempre, un bilanciamento di diritti fondamentali. Ad esempio, per quanto concerne la vestizione del velo da parte delle credenti islamiche si registrano in diversi Stati europei iniziative legislative che vietano alle donne di indossare il foulard che nasconde i capelli ovvero il velo integrale. In Francia la proibizione ha riguardato prima le scuole con la legge n. 2004-228 del 15 marzo 2004, “loi sur les signes religieux dans les écoles publiques”, poi gli spazi pubblici in generale con la legge n. 2010-1192 dell’11 ottobre 2010, “loi interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public”. In Belgio una analoga legge è in corso di approvazione in Parlamento.

Da parte dei legislatori siffatte normative vengono giustificate con il tentativo di affrancare la donna da una sottomissione culturale e di genere a tradizioni che in Occidente sono state superate e che paiono in contrasto con la tutela dei diritti fondamentali nonché con l’esigenza di ordine pubblico di riconoscere i volti delle persone che indossano tali indumenti. Tuttavia sarebbe stato opportuno chiedere alle donne che li vestono cosa ne pensassero. È davvero possibile presupporre una costrizione generalizzata? Oppure esse genuinamente desiderano indossare il velo autodeterminando il loro modo di porsi verso l’esterno? E cosa succede a quelle costrette a indossarlo: se si rifiutassero, rischierebbero la reclusione nel domicilio domestico? (P. Palermo, Islam e Shari’a: tra liberta’ e diritto alla diversita’ religiosa. Una sintesi sulle possibili prospettive europee di convergenza, in Forum di Quaderni Costituzionali, p. 4). E come collegare la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di professare una fede religiosa con il divieto di esibire in pubblico quello che da più parti è considerato un simbolo religioso? In altri termini, perchè il crocifisso si e il velo no? Come gestire il margine di apprezzamento riconosciuto dalla sentenza della Grande Chambre del 18 marzo 2011?

La necessità di valutare caso per caso il rispetto della volontà di ciascuna di coprirsi il velo rende lo strumento legislativo inadatto alla disciplina di questa materia così strettamente collegata al rispetto dei diritti individuali: se una persona desidera indossarlo deve poterlo fare, però la sua libertà deve essere garantita da ogni costrizione. E quindi? Lo strumento legislativo non può essere considerato valido in siffatte condizioni, perchè pone sullo stesso piano, a causa dei principi di generalità e astrattezza, situazioni che non sono assolute. Apparentemente le garanzie giurisdizionali sembrerebbero essere più adeguate: solo un giudice ha gli strumenti utili per verificare posteriormente e nel caso concreto se la persona è stata costretta ad adottare un certo comportamento contro la sua volontà, come indossare il velo. Tuttavia anche questa via presenta problemi di non facile soluzione, come la difficoltà di accedere alla giustizia, i costi, anche sociali, le barriere linguistiche e culturali.

Il problema dell’equilibrio tra garanzia dell’autodeterminazione e rispetto delle tradizioni altrui è delicatissimo quando concerne l’integrità fisica e psichica. Ci si riferisce al caso delle mutilazioni genitali, in particolare a quelle femminili, punite dalla legge italiana come reato dall’art. 583-bis. (Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili). Tali mutilazioni, classificate dall’Organizzazione mondiale della sanità in quattro gradi differenti di invasività, non hanno alcun scopo terapeutico, ma provocano serie conseguenze sulla salute e sul benessere di chi le subisce. Tuttavia è molto difficile per le autorità preposte, anche in Occidente, contrastarne la diffusione poiché esse sono di difficile emersione. Nel nostro Paese la lotta a siffatte pratiche è stata disciplinata con una apposita legge, la l. 9 gennaio 2006, n. 7, Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile. Questa normativa si articola su tre fronti: 1) informazione e sensibilizzazione rivolta agli immigrati, in particolare alle donne in gravidanza; 2) formazione rivolta agli insegnanti e alle strutture sanitarie; 3) repressione giudiziaria mediante l’introduzione di norme penali specifiche (A. Gentilomo, A. Piga, A. Kustermann, Mutilazioni genitali femminili: la riposta giudiziaria, Riv. it. medicina legale 2008, 13). Si segnalano anche interventi istituzionali che hanno provocato un acceso dibattito, come la proposta del Commissione di bioetica della Regione Toscana, che ha emanato un parere in materia di “Prevenzione delle mutilazioni genitali femminili: liceità, etica, deontologica e giuridica della partecipazione dei medici alla pratica di un rito alternativo” del 9 marzo 2004. In quella sede proponeva che una “sunna lievissima” (cioè una piccola incisione meramente simbolica sul clitoride della neonata atta a far uscire ritualmente alcune gocce di sangue) “potesse trovare accoglienza “in quanto atto compatibile con la legislazione italiana e con la deontologia degli operatori sanitari“, purché “intesa come parte integrante di un percorso volto al completo superamento di ogni forma di mutilazione e manipolazione dei genitali femminili” (A Gentilomo, A. Piga, A. Kustermann, op. cit.). Seppure paragonata alla circoncisione maschile, ampiamente tollerata anche nelle società occidentali (Comitato Nazionale di Bioetica, La circoncisione: profili bioetici, Roma, 1998, pp. 3 e ss.) la proposta di medicalizzare la sunna lievissima è stata rigettata in primis proprio dalle associazioni di donne immigrate, le quali si appellavano al Protocollo di Maputo, adottato dall’Unione Africana l’11 luglio 2003, che ha quale scopo la proibizione di ogni tipo di “trattamento medico o paramedico delle mutilazioni genitali femminili e di ogni altra pratica, al fine di sradicarle” (A. Gentilomo, A. Piga, A. Kustermann, op. cit. Per un ampio dibattito sul punto si veda: http://www.juragentium.unifi.it/forum/mg/sunna/). Anche il Comitato Nazionale di Bioetica si era espresso in siffatto senso, chiedendo il rigetto da parte del servizio sanitario di richieste “di procedere a mutilazioni o lesioni del corpo umano, con finalità non terapeutiche, ma rituali e/o religiose” (Comitato Nazionale di Bioetica, Problemi bioetici in una società multietnica, Roma, 1998, p. 6).

Di pari complessità nella gestione dei rapporti giuridici della società multiculturale è il tema della poligamia. Si pensa che esso sia afferente esclusivamente alla cultura islamica, ma la comparazione giuridica dimostra che non è così. Essa infatti è pratica collegata anche alle religioni del Libro, seppure sia pressoché scomparsa (Sul punto F. Rigotti, Poligamia e diritti, Jura Gentium, I (2005) 1, http://www.juragentium.unifi.it/topics/women/it/rigotti.htm). Recentemente la Corte Suprema del British Columbia ha rigettato l’istanza di incostituzionalità della specifica previsione del codice penale canadese avanzata da un gruppo di aderenti ad una setta fondamentalista di ispirazione cristiana i quali affermavano che tale proibizione violasse il diritto di professare la loro fede religiosa. I giudici canadesi hanno rigettato tale argomentazione affermando non solo che la monogamia è uno dei valori fondanti la civiltà giuridica occidentale, ma che la poligamia è altresì lesiva dei diritti umani delle donne, nei confronti delle quali la essa è da considerarsi una forma di violenza, e dei figli, poiché può provocare loro disturbi emotivi (British Columbia Supreme Court, 2011 BCSC 1588, 23 novembre 2011).É pacifico che nel nostro ordinamento tanto la poligamia quanto il ripudio sono contrari all’ordine pubblico, tuttavia questi fenomeni, seppur sommersi, esistono, ed è compito dell’ordinamento realizzare la parità coniugale costituzionalmente prevista rispetto alla supremazia patriarcale presente nella legge islamica, riferimento giuridico di molti immigrati (A. Galoppini, Il ripudio e la sua rilevanza nell’ordinamento italiano, Dir. Famiglia 2005, 03, 969; C. Campiglio, Matrimonio poligamico e ripudio nell’esperienza giuridica dell’Occidente europeo, in Riv. dir. int. priv. e proc., 1990, 906-907; F. Pastore, Famiglie immigrate e diritti occidentali: il diritto di famiglia musulmano in Francia e in Italia, in Riv. dir. int., 1993, 105 ss.).

A questo punto si può notare come molte delle questioni relative alla tutela dei diritti fondamentali nella società multiculturale riguardano la protezione della figura femminile e al suo ruolo all’interno della famiglia e della società in tutte le situazioni che la vedono protagonista nelle sue scelte di vita. Si contrappongono da un lato la valorizzazione della donna nella società occidentale in apparenza così libera di realizzare se stessa e di vivere nel modo che lei ritenuto più adeguato; dall’altro la coesistenza di realtà femminili ancora legate a tradizioni culturali dove questo passaggio sembrerebbe ancora non essere avvenuto. Al contrario, lo sradicamento conseguente alla migrazione in Occidente provoca un più forte, assoluto attaccamento alle origini. In questo contesto si hanno notizie di maltrattamenti e punizioni, fino al gesto più estremo come l’omicidio, da parte di figure maschili, come il padre o il marito, nei confronti delle figlie e delle mogli che tentano di affrancarsi rifiutando un matrimonio combinato oppure cercando di inserirsi nella società occidentale. La cronaca ha riportato diversi casi, che sono ancora nella memoria di tutti (M. Peggio, Gli nasce una femmina, ripudia la moglie, La Stampa, 26 novembre 2011; A. Beccaria, Le impongono il matrimonio, minorenne pachistana tenta il suicidio, Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2011; Rifiuta il matrimonio combinato. Lite in famiglia, padre uccide la moglie, Corriere della Sera, 3 ottobre 2010; N. Vallini, Uccisa perchè non voleva sposare un cugino, Corriere della sera, 14 agosto 2006). A questo proposito, si vuole evidenziare un diverso elemento caratterizzante la società multiculturale, con il rischio di ulteriore frammentazione dell’unitarietà dell’ordinamento giuridico, ovvero la creazione all’interno delle comunità immigrate, ove si stabiliscono nuclei famigliari che si regolamentano seguendo la Sharia, di tribunali islamici che si occupano soprattutto di diritto delle persone e della famiglia (P. Palermo, op. cit., p. 8). L’esperienza di altri Paesi europei, come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, dimostra come sia questo il vero banco di prova della tutela dei diritti fondamentali della persona.

Qual è il ruolo che può rivestire la società occidentale nel favorire l’integrazione? È un compito collettivo, delle politiche sociali, oppure dei singoli membri della società? Come superare la diffidenza, se non l’ostilità presente nella società, anche a causa di populismi politici di facile presa sul tema dell’immigrazione?

Onde dimostrare che il tema è profondamente presente nella società multiculturale odierna si possono riproporre le medesime domande per quanto concerne la richiesta di un luogo ove pregare da parte di studentesse universitarie (O. Giustetti, Università, studentessa musulmana chiede uno spazio per la preghiera, Torino, La Repubblica, 21 novembre 2011; “Mussulmana non può pregare in ateneo. E una prof le concede il proprio ufficio, Milano, La Repubblica, 24 novembre 2011, ), ovvero nei luoghi di lavoro per la gestione della produzione e del tempo durante i periodi del Ramadan, anche con un’attenta gestione dei turni (C. Gamba, Ramadan nel contratto di lavoro, Sole24Ore, 25 agosto 2009).

Vi sono poi pratiche che sono comuni a religioni ovvero tradizioni culturali differenti, come la macellazione rituale. È possibile coniugare questi riti di ispirazione religiosa, specie ebraica ed islamica, con la nuova sensibilità moderna nei confronti della sofferenza animale? Alcune istituzioni, come Consiglio Nazionale di Bioetica, hanno cercato di dare risposte suggerendo il preventivo stordimento dell’animale (Consiglio Nazionale di Bioetica, Macellazioni rituali e sofferenza animale, Roma, 2003, p. 14).

L’analisi delle diverse problematiche inerenti al bilanciamento dei diritti nella società multiculturale è assai più complesso del sintetico panorama che si è presentato in queste poche righe, le quali hanno un unico scopo, ovvero quello di proporre alcuni spunti di riflessione sulla realtà sociale che ci circonda.