Diritti degli animali

Pubblicato in D. Bauduin, E. Falletti, Glossario dei diritti in divenire, Ediesse, Roma, 2013

Il dibattito sui diritti degli animali è uno dei più vivaci e sfaccettati nel mondo giuridico moderno. Tra i molti ambiti di discussione si segnalano l’utilizzo di specie animali nella sperimentazione scientifica e farmacologica, le condizioni di vita degli animali da allevamento, l’impiego di animali nei riti religiosi ovvero nelle tradizioni culturali.

 

La scienza ammette la sperimentazione sugli animali perchè essa consentirebbe di “indagare e scoprire come il corpo funziona, come la malattia si instaura in un organismo e interessa un intero sistema vivente, come si possono trovare i mezzi chimici, fisici e chirurgici per prevenire, controllare e guarire malattie e sindromi”1. Essa viene giustificata dal fatto che vi è una somiglianza, anche se contestata da alcuni, tra le strutture fondamentali (organi e sistemi) e delle funzioni (nutrizionali, riproduttive, respiratorie, sensoriali) tra l’organismo animale e quello umano2.

 

Si tratta di una pratica antichissima, probabilmente iniziata con la domesticazione dei cani, ma della quale si ha la prima documentazione certa risalente alla civiltà assiro-babilonese nel 2000 a. C3. Essa era conosciuta nell’antichità classica4, mentre non si hanno fonti specifiche fino oltre il Medioevo. In tempi meno recenti, la sperimentazione animale è stata accettata e giustificata a causa della lunga condanna della dissezione di cadaveri5, mentre in epoca più recente è diventata un elemento essenziale della sperimentazione scientifica, richiamata anche dalla Dichiarazione di Helsinki del 19646 e praticata su larga scala per testare soprattutto farmaci e prodotti tossicologici nonchè di natura non strettamente curativa quali i cosmetici.

 

La sperimentazione animale è considerata dalla maggioranza della dottrina specializzata essenziale per lo sviluppo della conoscenza; essa si divide in tre categorie principali: sperimentazione didattica, sperimentazione di base e sperimentazione applicata. Il primo tipo, conosciuta anche come “vivisezione” concerne la dissezione in laboratorio, di un animale ancora vivo ovvero ucciso allo scopo7. La sperimentazione di base e quella applicata riguardano l’ambito dei test tossicologici. In sintesi, le fasi sperimentali si possono ricostruire come segue8: a) sperimentazione di effetti farmcologici essenziali su almeno due specie animali, delle quali una non roditore; b) somministrazione di prove di tossicità ripetute in tali specie con almeno due livelli di dose, inferiori al livello relativo alla tossicità acuta, ma in grado di determinare, nella ripetizione delle somministrazioni, livelli di tossicità in un certo numero di animali; c) dopo le prove a) e b) effettuazione di indagini di tossicità in vitro e, risultate queste negative, somministrazione in volontari umani sani di una dose di 1/10 ovvero 1/5 della dose capace di determinare attività terapeutica nell’animale in condizioni e patologie analoghe, tanto per l’animale, quanto per il volontario (es: ipertensione); d) effettuazione di studi di durata prolungata negli animali successivamente alle prove con i volontari umani.

 

Lo sfruttamento intensivo della sperimentazione su numerose specie e grandi quantità di animali ha suscitato un dibattito molto vivace tra coloro che la rifiutano e coloro che l’appoggiano9. A partire già da Jeremy Bentham, il quale si chiedeva non se gli animali fossero in grado di comprendere ma se fossero in grado di soffrire10. Tale concezione, conosciuta come “animalismo utilitarista” è stata ripresa successivamente per argomentare la fondatezza della condanna morale dell’utilizzo indiscriminato degli animali nella sperimentazione scientifica. Questa si fonda sulla tutela dell’interesse, se non del diritto, degli animali a non soffrire, che a sua volta corrisponde al correlato obbligo dell’uomo a non farli soffrire11. La sperimentazione sarebbe giustificata solo in presenza di un bilanciamento tra sofferenza causata e beneficio tratto dal risultato sperimentale utile poichè la sofferenza va il più possibile evitata e la sperimentazione animale graduatamente ridotta fino alla auspicabile scomparsa di questa pratica. Più radicale nel rifiutare l’utilizzo di animali nella sperimentazione scientica è quella posizione che riconosce agli animali i diritti naturali innati, soprattutto il diritto alla vita. Ne consegue quindi che la sperimentazione non è mai una pratica accettabile, neanche se da essa si possono trarre dei benefici che possano bilanciare le sofferenze12. Vi sono poi altre voci contrarie alla sperimentazione animale, le quali negano radicalmente utilità alla medesima a causa della differente fisiologia tra le specie animali utilizzate negli esperimenti e la specie umana oltre al fatto che la sofferenza inferta agli animali nei laboratori possa invalidare i risultati della ricerca13. L’ulteriore sviluppo dell’ingegneria genetica pone nuove questioni etiche, scientifiche e giuridiche su questo punto: si fa riferimento alla sperimentazione su animali geneticamente modificati in modo da presentare affinità maggiori con la fisiologia umana e superare i citati inconvenienti.

 

I fautori della sperimentazione animale, in maggior parte provenienti dal mondo scientifico, indicano la mediazione tra avanzamento della conoscenza e tutela dell’animale quale strumento di bilanciamento efficiente degli interessi in gioco14. Il risultato di questa mediazione dovrebbe portare alla realizzazione del “benessere animale” applicato alle condizioni sperimentali. L’animale, quindi, dovrebbe essere sempre trattato in condizioni di assenza di “stress, dolore, angoscia, sofferenza”15, con largo uso di analgesici ovvero antidolorifici, compatibilmente con la condizione dell’esperimento. Vi è anche chi suggerisce di utilizzare anche nella sperimentazione animale le garanzie e gli accorgimenti tipici della sperimentazione umana16

 

A questo riguardo da più parti si parla dell’utilizzazione di “metodi alternativi” alla sperimentazione animale nella ricerca scientifica. Tra le più note si ricordano quella delle “3R”17, innanzitutto procedere ad un rimpiazzo (Replacement) degli animali con modelli sperimentali differenti, quali modelli matematici e statistici o colture cellulari e tessutali, valutare la possibilità di una riduzione (Reduction) dell’utilizzo degli animali impiegati nelle sperimentazioni ed infine un raffinamento (Refinement) della qualità della vita dell’animale da laboratorio.

 

Nell’opinione pubblica, quanto generale quanto specializzata è mutata la concezione sociale del benessere degli animali in generale, e di quelli di laboratorio in particolare, insieme ad essa è cambiato atteggiamento tanto culturale quanto etico nei confronti della protezione degli animali18. A questo proposito si pone il problema della macellazione rituale, propria delle religioni monoteiste quali quelle ebraica ed islamica. Secondo la definizione del Comitato nazionale di bioetica essa consiste “nell’uccisione di un animale causata dal taglio della trachea e dell’esofago mediante una lama particolarmente affilata, al fine di assicurare una resezione immediata, netta e profonda dei vasi sanguigni. Tale operazione è compiuta nel rispetto di precise regole di matrice religiosa ed è accompagnata da atti (benedizioni, invocazione del nome di Dio, ecc.) che ne manifestano il significato rituale ed il carattere sacro”19. Oltre al fatto che esso è intimamente connesso con il diritto alla libertà religiosa, tale rito sottopone all’attenzione distratta del consumatore un problema di importanza vitale, cioè “quello della legittimità della uccisione di un animale ai fini di alimentazione umana”, rimosso dalla attuale organizzazione sociale ed economica20. Nel passato, infatti, vi era un rapporto diretto tra uomo e animale da allevamento e che considerava il momento dell’uccisione dell’animale essenziale per la sopravvivenza. Il ciclo produttivo industriale, al contrario, ha equiparato l’animale a oggetto di consumo, perdendo la solennità di un atto non banale, che non può essere compiuto “senza riflettere sul fatto che esso significa dare la morte ad un essere vivente”21.

 

La sensibilità sociale nei confronti degli animali sembra presentare degli aspetti contraddittori perchè se da un lato l’utilizzo consumistico degli animali da carne, latte e uova viene socialmente condiviso, dall’altro la mutata sensibilità comune ha condiviso l’introduzione di fattispecie di reato che puniscono il maltrattamento degli animali. Si fa riferimento alla legge 20 luglio 2004, n. 189 intitolata «Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate». Anche alcuni orientamenti giurisprudenziali che riconoscono il risarcimento del danno esistenziale provocato dalla morte dell’animale da compagnia sono indicativi in tal senso.

 

Vi è poi da segnalare una questione, dibattuta in dottrina, relativa a specifiche pratiche di caccia tradizionali22. In ogni caso si concorda con chi afferma che la protezione delle specie animali debba prevalere nel bilanciamento con i diritti culturali quando si tratta di salvaguardare una specie dall’estinzione e quindi da un danno irreversibile23.

 

1Comitato nazionale di bioetica, Sperimentazione sugli animali e salute dei viventi, Roma, 1997, p. 40

 

2Comitato Nazionale di Bioetica, Sperimentazione animale, cit., p. 40.

 

3Comitato Nazionale di Bioetica, Sperimentazione animale, cit., p.9.

 

4Le testimonianze più importanti riguadano la Scuola Alessandrina e l’attività di Galeno a Pergamo (Comitato Nazionale di Bioetica, ult. op. loc. cit.)

 

5R. A. Bernabeo, G. M. Pontieri, G. B. Scarono, Elementi di storia della medicina, Padova, 1993 pp. 155 e ss.; Comitato Nazionale di Bioetica, Sperimentazione sugli animali, cit., p. 10.

 

6A. Santosuosso, Corpo e libertà, cit., p. 185

 

7La legge 413/1993 riconosce a studenti ovvero a ricercatori, che per motivi morali non intendano usufruire di modelli animali, il diritto all’obiezione di coscienza di fruire di metodologie alternative quali filmati, illustrazioni ovvero simulazioni computerizzate (S. Pollo, voce “Vivisezione”, Dizionario di Bioetica, cit., p. 328).

 

8Comitato nazionale di bioetica, Sperimentazione animale, cit., p. 49

 

9C. Di Pietro, A. Passantino, L’etica veterinaria e la “liceità” della sperimentazione animale nella cultura contemporanea, Rivista italiana di medicina legale, 2006, pp. 335 e ss.

 

10J. Bentham, Introduction to Principles of Morales and Legislation, 1789.

 

11P. Singer, Liberazione animale, Milano, 1991

 

12T. Regan, I diritti animali, Milano, 1990, p. 308; Rollin, Cass R. Sunstein, Introduction: What Are Animal Rights?, in Animal Rights: Current Debates and New Directions (Cass R. Sunstein & Martha C. Nussbaum eds., Oxford U. Press 2004) 3, 5.

 

13G. Mayo, Contro una giustificazione scientifica della sperimentazione su animali, in L. Battaglia (a cura di), Napoli, 1998, p. 293.

 

14E. F. Paul, Introduction, in E. Frankel, P. J. Paul, (eds), Why Animal Experimentation Matters: The Use of Animals in Medical Research 4-5, Soc. Phil. Policy Found. 2001.

 

15Comitato nazionale di bioetica, Sperimentazione animale, ult. loc. cit.

 

16A. Birmingham LaFrance, Animal Experimentation: Lessons from Human Experimentation, 14 Animal L. 29, (2007), p. 27.

 

17S. Pollo, voce “Sperimentazione su animali non umani”, cit., p. 286;

 

18J. Tischler, The History of Animal Law, Part I (1972 – 1987), Stanford Journal of Animal Law & Policy, (2008),

 

19Comitato Nazionale di Bioetica, Macellazioni rituali e sofferenza animale, Roma, 2003, p. 8.

 

20Comitato Nazionale di Bioetica, Macellazioni rituali, cit.

 

21Comitato Nazionale di Bioetica, op. cit.

 

22M. Bowman, “Normalizing” the International Convention for the Regulation of Whaling, 29 Mich. J. Int’l L. 293, (2008), p. 366 e ss.

 

23M. C. Maffei, Il potenziale conflitto fra tutela della diversità culturale e tutela delle specie e degli animali, Riv. Giur. Ambiente, 2008, p. 193 e ss.