La tutela antidiscriminatoria per le persone con disabilità: lo specifico caso dei passeggeri ferroviari

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 28 marzo 2014

 

La fattispecie esaminata dal Tribunale di Reggio Calabria riguarda un disabile che, costretto a muoversi sulla sedia a rotelle, si recava in treno dalla stazione di Nomentana RFI fino alla stazione di Fiera di Roma RFI per consegnare i testi necessari allo svolgimento della prova concorsuale che avrebbe dovuto sostenere il giorno dopo. Tuttavia il ricorrente fu impossibilitato a completare questa operazione e a chiedere ai suoi genitori di svolgerla poiché, sceso dal treno, si trovò bloccato sul binario sia perché non era in grado di utilizzare le scale, sia perché l’ascensore, seppure presente, non era funzionante. Il ricorrente, pur chiamando le forze dell’ordine, non riuscì a risolvere la situazione, se non mutando il proprio itinerario, disguido che ha dovuto subire anche il giorno dopo, in vista della prova concorsuale cui si era iscritto, poiché l’ascensore della stazione della Fiera di Roma permaneva per lui inutilizzabile.

In virtù dell’art. 2 della legge 67/2003, il quale stabilisce che “(I)l principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità”, il ricorrente ha citato in giudizio RFI (Rete Ferroviaria Italiana Spa) chiedendone la condanna al risarcimento del danno poiché non ha concretamente rimosso le barriere architettoniche esistenti alla stazione ferroviaria Fiera di Roma.

Dal canto suo, la società in questione non ha contestato la ricostruzione del fatto storico, ma ha imputato al disabile l’onere di consultare l’orario ferroviario per verificare quando lo specifico personale specializzato fosse stato presente sul luogo. Inoltre, affermava la convenuta, che l’ascensore e le tre pedane presenti in stazione erano solo temporaneamente inaccessibili poiché erano in corso lavori di manutenzione per migliorne la sicurezza e l’accessibilità, che successivamente l’ascensore è stato aperto al pubblico e che non sussistevano i presupposti per il risarcimento del danno non patrimoniale e altresì chiedeva la rifusione delle spese di lite.

I giudicanti rilevano palese la discriminazione subita dal ricorrente che “ha vissuto una situazione di disagio e di svantaggio, in quanto impossibilitato ad usufruire del servizio di trasporto pubblico”. Tale situazione ha comportato “una lesione del principio, costituzionalmente garantito, di uguaglianza, concretizzatosi in una forma di discriminazione”. L’accertamento della subita discriminazione pone in capo al ricorrente il diritto di vedersi risarciti i danni non patrimoniali “stanti i disagi patiti”. Siffatti danni vengono equatativamente quantificati dal Tribunale nella somma di 5000€, oltre agli interessi compensativi e alle spese legali.

La decisione in esame si inserisce in un più ampio orientamento applicativo della legge 1 marzo 2003, n. 67 in materia di presenza di barriere architettoniche che impediscono concretamente l’accesso ai trasporti pubblici. Si tratta di un tema di grande attualità e al centro del dibattito anche in considerazione della privatizzazione dei servizi di trasporto pubblico, conseguente alla crisi economica e al taglio dei finanziamenti per la manutenzione e il miglioramento del servizio [sul punto si veda, ad esempio, A. Cabianca, Il trasporto pubblico locale ai tempi della crisi: il punto dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 199/2012 ed il Decreto c.d. spending review (d.l. n. 95/2012), in Federalismi, n. 20/2012].

In giurisprudenza di merito si segnala una corrente la quale afferma che tale impedimento fisico alla mobilità “è lesivo dell’autostima del soggetto con problemi di disabilità perché lo costringe ad umiliarsi mendicando l’aiuto dei passanti o lo costringe a fare a meno del servizio pubblico; l’abbattimento delle barriere architettoniche è un dovere imposto da una normativa in vigore da più di vent’anni” (Trib. Roma, 11 ottobre 2011). Tuttavia, è sufficiente guardarsi intorno per le strade o nelle stazioni, e si può affermare con un certo grado di sicurezza che l’abbattimento di siffatte barriere non è compiutamente attuato. Perciò la giurisprudenza riconosce che se una persona con disabilità non viene messa in grado di esercitare, al pari delle persone normodotate, il diritto di usufruire di un mezzo di trasporto pubblico, subisca concretamente “un comportamento indirettamente discriminatorio in quanto il trattamento di sfavore nei suoi confronti si attua attraverso una condotta apparentemente neutra che, in realtà, contiene in sé una concreta lesione nei confronti di una categoria di persone, nel caso di specie le persone non autonomamente deambulanti” (Trib. Roma, 11 ottobre 2011, cit.).