Le Corti e Facebook

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 1 aprile 2014

Negli Stati Uniti, il caso affrontato dalla District Court for the Northern District of Illinois, Eastern Division concerne la responsabilità della società per l’accesso agli account Twitter e Facebook dei dipendenti. In questo caso, infatti, mentre l’attore era ricoverato a seguito di una lesione celebrale occorsagli a causa di un incidente d’auto durante una trasferta, alcuni messaggi sono stati pubblicati senza autorizzazione sui suoi profili Twitter e Facebook. Costui ha citato un dipendente della società sospettato di aver utilizzato abusivamente le sue credenziali. Il giudice innanzitutto ha dovuto verificare se gli account fossero personali o dell’azienda, poi ha accolto parzialmente la domanda attorea ai sensi dello Stored Communication Acts affermando che sarà una giuria, e non un semplice processo sommario, a chiarire se l’account è da considerarsi aziendale, nonché se altri dipendenti fossero autorizzati ad accedervi per pubblicare messaggi sui social network.
Invece, il caso affrontato dalla Corte d’Appello della Florida riguarda da un lato la riservatezza sugli accordi transattivi extragiudiziali e dall’altro la divulgazione di informazioni non pubbliche sui social network. La vicenda che ha dato origine alla controversia riguarda un licenziamento di un dipendente da una scuola privata ritenuto ingiustificato dall’interessato. Le parti hanno transato la controversia e l’accordo prevedeva la sottoscrizione di una clausola di riservatezza secondo la quale era tassativamente vietato al ricorrente comunicare con qualsiasi ente o persona informazioni circa l’esistenza o i termini dell’accordo. Qualora siffatta clausola fosse stata violata, tale violazione avrebbe comportato la restituzione ovvero la riduzione della somma ricevuta da parte del ricorrente. Dopo che le parti hanno sottoscritto l’accordo transattivo, la figlia universitaria del ricorrente ha postato su Facebook un messaggio dove si manifestava entusiasmo per la somma ricevuta poiché questa sarebbe stata utilizzare per “pagare ufficialmente la mia vacanza in Europa questa estate (…)”. Secondo la scuola convenuta tale frase costituisce una violazione dell’accordo di riservatezza e pertanto l’ente si è rifiutato di completare i versamenti per un ammontare di 80.000 dollari. Il ricorrente ha agito in giudizio per far rispettare l’accordo di liquidazione. In primo grado, il giudice gli ha dato ragione, mentre in appello sono state le ragioni della scuola a prevalere poiché “prima che l’inchiostro fosse asciutto sulla sottoscrizione della clausola di riservatezza n. 13, gli attori hanno violato l’accordo facendo esattamente ciò che avevano promesso di non fare, e la figlia ha fatto esattamente ciò che l’accordo di riservatezza era stato progettato per prevenire: cioè la pubblicità”.
Proprio per la sua immediata diffusione pubblica di informazioni, la Supreme Court del Regno Unito ha citato alcuni post scritti da un minore sulla sua pagina Facebook quale prova della sottrazione internazionale sua e dei suoi fratelli nella battaglia legale sul suo affidamento tra un padre inglese e una madre spagnola. La Corte d’Appello del New South Wales, in Australia ha validato un analogo utilizzo probatorio dei post pubblicati su Facebook. Infatti, i giudici hanno accolto le istanze della convenuta che ha portato in giudizio i post del ricorrente, quale prova delle sue effettive capacità psichiche e fisiche. Si è trattato del caso di una persona coinvolta in un incidente stradale che, in giudizio, richiedeva il risarcimento del danno biologico oltre soglia. Producendo i suoi post pubblicati su Facebook e Twitter la compagnia assicurativa dimostrava che i danni subiti da costui erano meno gravosi di quelli lamentati in giudizio. In Canada, la Provincial Court of Alberta ricostruisce attraverso Facebook gli episodi di violenza e bullismo cui è stata vittima una ragazzina minorenne. Infatti, la cronologia dei post e delle foto pubblicate sul social network ha consentito agli investigatori di ricostruire lo svolgimento dei fatti e identificare i colpevoli.
In Germania il Kammergericht di Berlino ha dichiarato illecite alcune clausole contrattuali da sottoscrivere al momento della registrazione su Facebook relative all’anonimato e alla riservatezza. In particolare i giudici si sono pronunciati sulle modalità di richiesta di invio di amicizia a terzi e dell’importazione dei dati nel momento della registrazione. Siffatta decisione conferma quella di prime cure.