Le Corti e la tutela della confidenzialità

 

Negli Stati Uniti la US District Court per il Southern District di New York ha deciso una causa riguardante lo svelamento di materiale protetto da confidenzialità, nello specifico una conversazione telefonica avvenuta nel 2011 tra i vertici di Swatch Group, la società svizzera produttrice dei noti orologi colorati, e analisti finanziari sull’andamento dei titoli societari presso la borsa svizzera. Dette conversazioni sono state pubblicate da Bloomberg, un editore di primaria importanza in materia di business e notizie finanziarie. Prima della conversazione Swatch Group avvertì tutti gli interlocutori che la telefonata sarebbe stata registrata e che nessun altro era autorizzato a farlo, né a pubblicarne o trasmetterne i contenuti. Seppure nessun reporter di Bloomberg fosse stato invitato alla riunione, un terzo è riuscito ad accedere alla chiamata e a completarne la registrazione, resa disponibile agli abbonati del servizio di notizie. Swatch Group ha quindi citato in giudizio Bloomberg per la violazione della segretezza basandosi fatto che la registrazione della conference call è da considerarsi un’opera originale fissata su un supporto materiale e quindi eligibile per la protezione ai sensi del Copyright Act americano. La Corte distrettuale di New York ha accolto le difese di Bloomberg secondo cui la pubblicazione della registrazione è tutelata ai sensi del “fair use” previsto dal § 107 del Copyright Act. Siccome Bloomberg è un eminente collettore di notizie economiche e finanziarie, esso è giustificato dall’interesse pubblico alla conoscenza delle informazioni divulgate. Lo scopo di lucro di Bloomberg non inficia la validità della tutela. Ulteriormente, il giudice sottolinea che Bloomberg non è in buona fede poiché ha ottenuto in piena consapevolezza informazioni clandestinamente e in violazione delle condizioni di riservatezza, tuttavia il Primo Emendamento protegge la libertà di stampa e quindi influisce in questo caso sull’applicazione della clausola relativa al “fair use”.

Nel Regno Unito, la High Court of Justice ha deciso un complesso caso relativo a una presunta conspiracy ordita attraverso una serie di violazione di obblighi fiduciari, contrattuali, brevettuali e di riservatezza su segreti industriali in materia di ingegneria applicata all’industria petrolifera nelle grandi profondità marine.

In Canada, la Ontario Superior Court of Justice ha concesso un “Anton Piller Order” relativamente alla ricerca di documenti contenenti informazioni riservate nel timore che essi venissero distrutti. In common law, l’“Anton Piller Order” è un ordine del giudice che garantisce il diritto alla ricerca e alla raccolta delle prove che si credono in pericolo di perdita o distruzione, esso viene emanato senza necessità di notificare preavvisi alla controparte. Si tratta di uno strumento giudiziario creato nel 1976 a partire dal caso Anton Piller KG v Manufacturing Processes Limited.

In Sudafrica il caso deciso dalla Durban Labour Court riguarda la validità di una clausola contrattuale di non concorrenza e di segretezza relativamente a un dipendente esperto di produzione di abbigliamento rimasto in un’azienda per un mese soltanto, per poi venire assunto da un’azienda diretta concorrente dell’ex datore di lavoro. Costui cita in giudizio l’ex dipendente per la violazione dell’accordo di non concorrenza e di confidenzialità. L’ex dipendente si è difeso affermando da un lato che egli era già esperto nella produzione di abbigliamento prima di iniziare il mese di impiego presso il suo ex datore di lavoro; mentre dall’altro lato il convenuto ha sostenuto che il ricorrente utilizzava comunque gli stessi processi di fabbricazione utilizzati da tutti i produttori di abbigliamento, né progettava particolari innovazioni. Ulteriormente, il convenuto non rivestiva alcuna posizione di responsabilità produttiva, né aveva relazioni dirette con i clienti, mentre il suo nuovo ruolo presso il nuovo datore di lavoro riguardava il controllo di qualità dell’abbigliamento prodotto da un terzista, pertanto il convenuto non avrebbe comunque potuto trasferire alcuna conoscenza produttiva, non essendo in nessun modo coinvolto nel processo produttivo. Al fine di veder accolte le doglianze basate sull’accordo commerciale, l’ex datore di lavoro ha sostenuto che il suo ex dipendente “sa tutto quello che c’è da sapere” sui suoi prodotti aziendali, e ha sostenuto che l’occupazione dell’ ex-dipendente presso il diretto concorrente costituiva comunque una violazione contrattuale e del suo interesse. Il giudice ha rigettato l’istanza del datore di lavoro poiché le sue affermazioni risultavano essere apodittiche e non sufficientemente provate nel merito, mentre giuridicamente l’accordo di limitazione imposto dall’ex datore di lavoro all’ex dipendente era irragionevole.