Riconoscimento di paternità, surroga del mantenimento e risarcimento del danno endofamiliare: quali sono i termini per agire in giudizio?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 17 aprile 2014

Il caso

La fattispecie in questione riguarda la relazione sentimentale intervenuta tra l’attrice Caia e il convenuto Tizio, intercorsa tra l’agosto 1963 e il giugno 1964, dalla quale nel 1965 nacque un figlio Mevio, del quale né il preteso padre, né la sua famiglia, alla quale la madre si era rivolta attraverso il parroco, non vollero sapere nulla. La madre ha dichiarato di aver messo al corrente il ragazzo delle sue origini compiuti i 14 anni, ma che nulla accadde, anzi i due vennero sempre più isolati anche dalla loro famiglia d’origine, poiché la nuova moglie del nonno materno era parente con la famiglia del presunto padre. Inoltre, vista la situazione sociale degli Anni Sessanta, la madre non fece mai causa per ottenere il riconoscimento a favore del figlio ovvero, il regresso delle spese effettuate per il suo mantenimento, nonché per il risarcimento danno c.d. “endofamiliare”, voce riconosciuta dalla giurisprudenza solo molti anni dopo.

Le difese delle parti

Gli attori, Caia e suo figlio, chiedevano che venisse dichiarata la paternità Tizio nei confronti di Mevio, tuttavia permettendo a questi la conservazione del cognome materno, ormai identificativo di Mevio. Gli attori domandavano la condanna di Tizio alla restituzione della metà delle somme spese dalla madre per il mantenimento di Mevio dalla nascita fino al raggiungimento della sua indipendenza economica, avvenuto a 31 anni di età e quantificate in più di 170 mila euro, nonché al risarcimento del danno esistenziale sofferto per il mancato riconoscimento, quantificato nella somma di 250 mila euro per il figlio e 80 mila euro per la madre, oltre al danno morale equitativamente determinato.

Si costituiva Tizio contestando da un lato di aver mai avuto una relazione con Caia, tanto più che all’epoca era fidanzato con Sempronia, successivamente diventata sua moglie. Ulteriormente, Tizio affermava che l’enorme ritardo con il quale è stata proposta la domanda dimostrava la sua medesima infondatezza e ne eccepiva la prescrizione dell’azione.

La decisione del Tribunale

La dichiarazione del rapporto di filiazione. Durante l’istruttoria emergevano due fatti rilevanti. Da un lato il rigetto sia della prova orale proposta da parte attrice, poiché vertente su valutazioni e non su fatti specifici in violazione dell’art. 244 c.p.c. sia delle prove documentali poiché di provenienza incerta. Dall’altro il rifiuto del convenuto di sottoporsi a CTU biologica per non “turbare la stabilità e la serenità della propria famiglia”. Il punto relativo concerneva proprio il ruolo delle indagini ematologiche e genetiche, le quali non solo forniscono elementi decisivi per escludere, ma anche per affermare il rapporto biologico di paternità, in considerazione della difficoltà di fornire prova di relazioni intime e riservate, soprattutto in relazione del tempo trascorso dai fatti di causa. Essendo insuperabili l’inviolabilità della persona e l’incoercibilità del prelievo, il giudice ha valutato il rifiuto ingiustificato del convenuto di sottoporsi alle indagine ematologiche come un comportamento valutabile ai sensi dell’art. 116, co. 2, c.p.c. traendone elementi di prova da valutare insieme alle dichiarazioni della madre, che altrimenti, non sarebbero sufficienti a fondare la domanda attorea ai sensi dell’art. 269 u.c. c.c. Pertanto la domanda di riconoscimento della paternità di Mevio da parte di Tizio è stata accolta.
La domanda di regresso in ordine alle spese di mantenimento sostenute fin dalla nascita del figlio. Sul punto il giudicante effettua una interessante ricostruzione ermeneutica alla luce dell’intervenuta riforma dello status di filiazione apportata dalla legge n. 219/2012, integrata dal D. Lgs. n. 154/2013, secondo cui le conseguenze giuridiche connesse alla procreazione, cioè “quelle previste dall’art 30 della costituzione, nonché dagli artt. 148 e 315 bis e 316 bis del codice civile”, prescindono dal riconoscimento dello status di figlio. Infatti, la prescrizione dell’azione di regresso decorre da ogni singola spesa effettuata. Ne consegue che il termine di prescrizione è dunque quello decennale, non vertendosi in materia di alimenti, ma di regresso in materia di obbligazioni solidali, ne consegue che la domanda di parte attrice è da considerarsi ampiamente prescritta.
La domanda di risarcimento del danno endofamiliare. Si tratta di una voce di risarcimento del danno riconosciuta dalla giurisprudenza. Essa si articola nel danno da violazione dell’obbligo di mantenimento, connesso alle conseguenti perdite di chances, nonché nel danno derivante da violazione di altri doveri genitoriali, in particolare il diritto a ricevere cura, educazione, protezione da entrambi i genitori. Per quel che concerne il danno da violazione dell’obbligo di mantenimento, nel caso di specie, dal raggiungimento dell’indipendenza economica all’età di 31 anni, e quindi il dies a quo risale al 1995. Il giudice effettua analogo ragionamento per quel che riguarda il danno da violazione dei doveri genitoriali, osservando ulteriormente che il figlio era consapevole dell’identità del presunto parte addirittura a partire dal quattordicesimo anno di età, perciò anche in questa fattispecie il termine prescrizionale è da considerarsi superato.

Impatto pratico-operativo

Questa decisione è rilevante perché concerne il dies a quo della prescrizione dell’azione di regresso e dell’azione di risarcimento del danno endofamiliare, che il giudice in questione, distaccandosi dall’orientamento maggioritario, fa partire da un momento diverso da quello del riconoscimento dello status giuridico di figlio, ovvero dal raggiungimento della sua indipendenza economica.