I social network entrano nelle aule dei tribunali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 23 aprile 2014

 

Una Corte del Kansas ha affermato che il donatore che abbia offerto il suo sperma attraverso Internet sia tenuto al mantenimento del figlio nato dall’inseminazione di una partner di una coppia dello stesso sesso, nonostante l’intervenuto accordo contrattuale tra le parti secondo cui l’apporto dell’uomo avrebbe dovuto cessare dopo la donazione. Ad agire in giudizio contro l’uomo è stata la madre del bambino, un anno dopo la sua nascita, dopo che la coppia si era separata. L’uomo è stato coinvolto nelle spese di mantenimento del minore poiché lo sperma era stato donato direttamente alle due donne, senza l’intervento di un medico, pertanto al convenuto non è stata riconosciuta la qualità di donatore, ma di padre del neonato.

Sempre negli Stati Uniti, in Florida, durante un procedimento di divorzio ancora pendente, il giudice ha inviato alla moglie divorzianda una richiesta di amicizia su Facebook che costei ha rifiutato. Successivamente, il giudice ha emanato la sentenza di divorzio statuendo disposizioni più favorevoli all’ex marito della donna. In seguito a ciò, la parte soccombente ha indagato e verificato che anche altre parti in giudizio sono state contattate dal giudicante attraverso Facebook, pertanto la donna ha presentato istanza contro il giudicante, che però ha rifiutato di ritirarsi. L’attrice ha presentato appello e la Corte d’appello ha rovesciato siffatta decisione ordinando al giudice in questione la sua astensione. Sul punto la Corte d’Appello ha affermato che la richiesta di amicizia su Facebook inviata dal giudice nei confronti delle parti dei processi cui egli è chiamato a pronunciarsi pone le parti di fronte a un dilemma: da un lato impegnarsi in un rapporto comunicativo improprio (il giudice che presiede il caso può essere influenzato dalla conoscenza di elementi extragiudiziali inerenti la vita delle parti) ovvero rischiare di offendere il giudice non accettando la sua richiesta di amicizia. In entrambi i casi viene messa a serio rischio l’imparzialità del giudicante di fronte alle parti del processo che lo vede coinvolto come decisore. Osserva la Corte d’appello che proibire ai giudici di utilizzare Facebook o altri social network sarebbe impraticabile, tuttavia il problema del “friending” tra giudici e parti è ancora più pericoloso di quello tra giudici e avvocati, specie nei distretti giudiziari più piccoli, perchè le parti hanno un fondato timore di non ricevere un processo equo e imparziale.

Qualcuno si ricorda ancora di Second Life? Il social network che proponeva una riproduzione virtuale della vita reale è stato oggetto di una causa di fronte ai giudici distrettuali di New York per l’attribuzione dell’utilizzo a titolo di copyright di un’isola creata su siffatta piattaforma. I convenuti, che eccepivano l’utilizzo della suddetta isola a titolo di fair use, sono rimasti soccombenti, poiché utilizzavano la piattaforma a scopi commerciali e non educativi.

Per quel che concerne la giurisprudenza europea, in Germania, Tribunale Costituzionale Federale ha affermato che i sindacati possono organizzare scioperi dei lavoratori anche attraverso convocazioni non preannunciate secondo il modello del flash mob. La fattispecie riguardava la distribuzione durante uno sciopero di un volantino con cui si chiedeva ai partecipanti il numero di cellulare al fine di comunicare loro le modalità di realizzazione dei flash mob di protesta in materia di controversie di lavoro. Il Tribunale ha affermato che la tutela del diritto fondamentale di associazione, ai sensi dell’art. 9 paragrafo 3 del Grund Gesetz, non si limita alle forme tradizionalmente riconosciute di sciopero e serrata, ma la scelta dei mezzi con i quali attuare e convocare uno sciopero è lasciata alla libertà delle associazioni. Pertanto non è contraria alla costituzione l’azione di protesta sindacale attuata con il flash mob, nonostante le sue caratteristiche di sorpresa e immediatezza.