Le Corti e la protezione dei diritti dei detenuti

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 14 maggio 2014

 

Come è tristemente noto, negli Stati Uniti la pena di morte è formalmente prevista tanto a livello federale, per alcuni specifici reati, quanto a livello statale in 34 dei 50 Stati e tra questi vi è l’Oklahoma. A questo proposito, la Corte Suprema di questo Stato ha affermato che non è previsto dalla Costituzione il diritto a conoscere il contenuto dei composti dell’iniezione letale con il quale verrà eseguita la loro condanna. La norma dello Stato che garantisce la segretezza sull’identità delle persone coinvolte nell’esecuzione, dei fornitori del farmaco letale e dell’equipaggiamento medico non viola l’VIII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, relativo all’inflizione di punizioni crudeli e disumane. Tuttavia, va rilevato che l’esecuzione di questa condanna a morte ha provocato un ampio dibattito sulla crudeltà della modalità di esecuzione tanto negli Stati Uniti quanto nel resto del mondo poiché il condannato, al quale è stata rigettata la sua richiesta di informazioni sulla composizione del farmaco letale, ha subito un’agonia di più di quaranta minuti dopo la somministrazione del medesimo.

Sempre negli Stati Uniti, ma in Alaska, la Corte Suprema dello Stato ha affermato che l’amministrazione penitenziaria ha il dovere di tutelare i detenuti dalla violenza degli altri carcerati. Pertanto, la decisione autorizza una causa di un ex detenuto a venire discussa nelle corti inferiori. Il caso riguarda le minacce ricevute e le violenze subite dall’attore dai compagni di cella nell’indifferenza delle guardie carcerarie. Siffatta inerzia, o addirittura il rifiuto di prestare soccorso, sono contrari al dovere dell’amministrazione penitenziaria di proteggere, e quindi di essere considerata responsabile, nei casi di violenza volontaria, aggressione e, finanche, suicidio dei detenuti. Nelle motivazioni della sentenza la Corte Suprema dell’Alaska ha esplicitamente rifiutato di prendere in considerazione argomentazioni giuridiche o di policy che giustificassero la violenza tra persone in custodia del dipartimento di giustizia. Questa decisione ha ribaltato la sentenza di prime cure secondo la quale, affinché potesse essere configurato a carico del personale carcerario un dovere di intervento in difesa del condannato minacciato, l’atto illecito avrebbe dovuto essere immediato, identificabile e di pericolo specifico. L’attore ha subito un’aggressione che gli ha provocato la frattura del seno nasale e dell’orbita oculare.

In un caso analogo, accaduto in Canada, la Supreme Court of Nova Scotia ha affermato che durante il procedimento relativo al suo trasferimento da un carcere di media sicurezza in un carcere di massima sicurezza il detenuto non ha goduto delle garanzie di un giusto processo, né siffatta procedura era ragionevole, perciò ingiusta, né gli è stato garantito il suo diritto all‘habeas corpus. La Corte della Nuova Scozia ha sottolineato che a causa di siffatto trasferimento illegittimo il detenuto è stato esposto al rischio ingiustificato di violenza e situazioni pericolose che possono spesso accadere in prigione. È dovere dell’amministrazione penitenziarla prevenire siffatte situazioni di violenza spontanea ovvero deliberata, attraverso un necessario alto grado di diligenza, che però non protegge dalle conseguenze di una decisione ove ci siano stati molti errori materiali nel processo decisionale.

La Court of Final Appeal di Hong Kong ha deciso un caso di un immigrato pachistano più volte entrato in Hong Kong con visti temporanei, ma rimasto per periodi ultronei di tempo da clandestino e con passaporti con varianti sul suo nome. Il ricorrente lamentava l’abuso e l’ingiustizia della carcerazione per immigrazione clandestina, per l’intero periodo di detenzione subita. Facendo ampio uso dei precedenti di common law inglese, specie della House of Lords, e applicando la Convenzione internazionale sui Diritti civili e politici anche al caso del ricorrente, seppure questi non fosse stato residente nel territorio di Hong Kong, la Corte ha stabilito che il diritto all’habeas corpus deve essere riconosciuto anche al ricorrente. Tuttavia, la Corte ha ritenuto soltanto 10 giorni di eccessiva detenzione, per i quali ha riconosciuto al ricorrente un risarcimento di 10.000 $HK.

Il caso deciso dalla High Court Main Division della Namibia riguarda un detenuto condannato al carcere a vita per l’omicidio della moglie, senza possibilità di revisione ovvero benefici, come la liberazione sulla parola, prima del decorso di non meno di 15 anni di reclusione. Nel ponderare la giustificabilità o meno del carcere a vita i giudici namibiani citano la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani e del Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale federale, tedesca secondo cui la reclusione a vita, l’essenza della dignità umana è minacciata se il condannato, valutato il suo sviluppo personale, deve abbandonare ogni speranza di riguadagnare la sua libertà.