Europa e Stati Uniti a confronto su Google Search

Pubblicata sul Quotidiano Giuridico del 23 giugno 2014

l diritto all’oblio e la tutela della privacy su Internet sono stati argomenti di rilevante interesse anche prima della recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea Google v. AEPD. Infatti, tra i casi che più hanno raccolto clamore negli annalisi ricorda la copiosa giurisprudenza relativa ai “rich and famous” che cercano di limitare la divulgazione sulla stampa scandalistica dei fatti personali che li riguardano, come per esempio la vicenda di Max Mosley che ha cercato di cancellare un video imbarazzante in cui era protagonista (Mosley contro Regno Unito- 48009/08 [2011] ECHR 774, 10 maggio 2011).

Ma cosa differisce il caso Google v. AEPD da siffatti casi? Soprattutto che il ricorrente non è un personaggio famoso, ma un cittadino comune che desiderava cancellare dagli archivi online l’onta della sua vita, ovvero aver avuto la casa pignorata e messa in vendita in un’asta giudiziaria per dei debiti previdenziali non adempiuti; con la conseguenza paradossale, provocato dal c.d “Streisand Effect”, che ciò che prima era ignoto e di scarso interesse, ora è divulgato ovunque e a tutti noto. Va rilevato, almeno da un punto di vista pragmatico, al debitore esecutato spagnolo è riuscito ad ottenere l’obiettivo che i rich and famous avevano pressoché fallito dal conseguire, cioè la cancellazione dai risultati sgraditi dei motori di ricerca che li riguardavano.

Invece, i casi decisi negli ultimi tempi dai giudici americani si caratterizzano innanzitutto per l’approccio culturale differente alla questione, infatti nella cultura anglosassone, specie americana, la libertà di manifestazione del pensiero, protetta dal First Amendment del Bill of Rights costituzionale, è generalmente prevalente sul diritto alla riservatezza, ovvero all’oblio da parte di chi si sente ingiustamente diffamato. Infatti, negli Stati Uniti stabilmente si dice che il First Amendment vieta la “pulizia” dei risultati di ricerca veritieri e la 47 USC § 230 impedisce qualsiasi tentativo di imporre ai motori di ricerca valutazioni di terzi sui risultati. Concretamente, i casi recenti decisi dalle corti americane che si trattano in questa sede sono tre. In Tough–O’Kroley v. Fastcase, deciso dalla US District Court Middle District of Tennessee, oggetto del contenzioso è l’algoritmo automatico di Google che ha creato uno “snippet”, cioè la contrapposizione di due frammenti di frase separati da punti di sospensione, creata da Google. Secondo gli attori siffatto “snippet” è diffamatorio, nonostante non lo fossero le frasi originali del testo da cui esso è stato tratto. Il giudice, invece, ha affermato che le informazioni di partenza, nel loro insieme, non costituiscono diffamazione, ma che questa è stata creata dall’editing automatico di Google, tuttavia Google gode dell’immunità accordata dalla §230 e pertanto l’istanza è stata rigettata.

Il caso Neumont University v. Little Bizzy, deciso US District Court of Nevada, riguarda un sito di recensioni di università. L’università ricorrente, vistasi diffamata per i commenti poco lusinghieri da parte di anonimi, si presume studenti, muove azione di risarcimento per oltre un milione di dollari, calcolato sulla base delle asserite 12 mancate iscrizioni conseguenti ai commenti ritenuti diffamatori pubblicati sul sito, ai gestori di questo. Viene altresì considerata anche l’asserita impossibilità per i management del College di inserire adeguate risposte. In questo caso il giudice rigetta la richiesta degli attori di risarcimento del danno, seppur senza mai menzionare la §230, quanto perché a suo avviso l’azione era da instaurare con una azione di responsabilità extracontrattuale, invece che con una ingiunzione.

Nella decisione dell’Appellate Court of Illinois, Hadley v. Doe, l’attore è candidato a elezioni politiche locali. Il giornale del luogo gli dedica un articolo sulla sua posizione fiscale che viene commentato anonimamente con commenti ritenuti diffamatori. L’attore chiede la discovery dell’identità dell’anonimo commentatore al fine di citarlo per il risarcimento del danno. L’istanza viene rigettata perché il Primo Emendamento copre anche la decisione di pubblicare commenti in via anonima.