La tutela dei diritti degli animali presso le corti straniere

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico l’8 settembre 2014

Uno dei dibattiti più vivaci del mondo giuridico riguarda la possibile titolarità di diritti in capo agli animali, specie quelli domestici, già considerati nel nostro ordinamento quali “esseri senzienti” dalla legge 4 novembre 2010 n. 201 di ratifica della Convenzione europea per protezione degli animali da compagnia. Siffatta normativa ha già trovato applicazione nei Tribunali italiani, ad esempio con un decreto del Tribunale di Milano secondo cui “l’animale non può essere più collocato nell’area semantica concettuale delle “cose” dovendo essere riconosciuto come “essere senziente”. Analogo orientamento è stato adottato dalla Court of Queen’s Bench of Alberta, Canada, in un contenzioso tra un condominio e una condomina il cui gatto, abituato a gironzolare per le parti comuni, specie nella lavanderia, provocava irritazione da parte degli altri abitanti, alcuni sofferenti di allergia al pelo felino. Nonostante il condominio si fosse dichiarato “friendly” nei confronti degli animali domestici degli abitanti e che molti di essi avessero ottenuto un permesso scritto dal board per tenerli presso di sé in casa, i condomini hanno citato in giudizio la proprietaria per allontanare l’animale perché la convenuta non aveva ottenuto un permesso scritto che l’autorizzasse a tenerlo con sé. Va notato che il board del condominio non è mai stato parte in causa. La Corte canadese, seppure osservando che secondo la legge nessun animale potesse vivere né negli appartamenti, né nelle parti comuni senza autorizzazione scritta, ha affermato che “pets are not simply chattels”, cioè che gli animali da compagnia non sono semplicemente dei beni mobili, soprattutto in considerazione del rapporto tra il gatto e la sua proprietaria. Pertanto, nel bilanciamento tra i vari interessi, il giudice ha rigettato l’istanza dei ricorrenti, tuttavia dichiarando la necessità per la proprietaria del gatto di ottenere l’autorizzazione scritta del board a tenerlo con sé.

Negli Stati Uniti, la Corte Suprema dell’Oregon è stata ancora più netta nel caso State v. Arnold Nix, nel riconoscere il diritto degli animali, in particolare degli animali domestici, ad essere titolari di una posizione giuridica “iure proprio”. In particolare gli animali, nel caso specifico 20 cavalli e una capra, non sono considerabili come “property” ovvero meri oggetti di proprietà, ma hanno assunto una posizione giuridica autonoma che li considera come “legal victims” del loro proprietario che non li nutriva a sufficienza, facendoli quasi morire di fame maltrattandoli. Il suddetto proprietario, denunciato più volte, è stato arrestato. Sulle medesime considerazioni, la stessa Corte, nel caso State vs. Linda Fessenden and Teresa Dicke, ha affermato che le autorità di polizia avevano il diritto di entrare nella fattoria delle proprietarie di un cavallo malnutrito per poterlo prelevare e trasportare da un veterinario presso una struttura di cura perché l’animale rischiava di morire di stenti. Seppure abbia asserito che le autorità di polizia debbano sempre ottenere un mandato per entrare nella proprietà privata altrui, il giudice ha osservato che nel frattempo l’animale avrebbe potuto anche morire, quindi l’emergenza della sua tutela è qui prevalsa sui diritti delle proprietarie.

In Australia, la Corte Suprema della Tasmania, ha trattato il caso di un imputato condannato a 8 diverse pene reclusive, per 140 delle 184 accuse di maltrattamento degli animali, nonché condannato al pagamento di 111,227.25 AUSD per i costi di sequestro, cura e mantenimento del suo bestiame, tra cui molti bovini, oltre all’interdizione dalla custodia del bestiame per 10 anni. Nello specifico la Corte ha affermato che molti bovini sono stati trascurati e non adeguatamente nutriti per mesi provocando la loro debilitazione e incapacità a rialzarsi. Seppure non vi fosse stato motivo di pensare che la crudeltà dell’allevatore fosse intenzionale, si tratta di un grave caso di reiterato abbandono. I giudici osservano che l’imputato avrebbe potuto prendere provvedimenti opportuni alla salvaguardia del bestiame, come venderlo o cedere la fattoria. Pertanto, la Corte conclude che la severità della reclusione inflitta deve servire da deterrente alla comunità e a tutti coloro che, impegnati nelle attività agricole, a causa di mancanza di mezzi o di capacità, o entrambi, trascurino di fornire assistenza e cura appropriata degli animali gestiti negli allevamenti dei quali sono responsabili.