Disastri ambientali e responsabilità da inquinamento: il caso Shell

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 5 dicembre 2014

I casi giudiziari relativi a disastri ambientali come quelli dell’Eternit sono piuttosto rari e focalizzano sempre l’interesse tanto dell’opinione pubblica quanto degli operatori. Si presenta quindi l’occasione verificare se recentemente in diritto comparato si sono svolti giudizi equiparabili al succitato esemprio per estensione dell’inquinamento e per gravità delle conseguenze.

Uno dei contenziosi più noti a livello internazionale concerne lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi nigeriani, in particolare da parte della nota compagnia petrolifera anglo-olandese Shell. A questo proposito, la compagnia è stata convenuta tanto di fronte ai giudici olandesi quanto di fronte a quelli inglesi per rispondere di responsabilità ambientale relativamente all’inquinamento collegato alle attività estrattive e di trasporto del greggio dai giacimenti ai moli portuali. In Olanda, di fronte alla corte distrettuale dell’Aja sono state depositate cinque cause, delle quali il giudice adito ne ha accolta soltanto una. In questo contenzioso, gli attori erano quattro cittadini nigeriani, sia contadini sia pescatori, che hanno agito in giudizio insieme ad una associazione olandese di difesa dell’ambiente. La corte olandese ha stabilito che in quattro casi le lamentate perdite petrolifere non erano causate da carenza di manutenzione della Shell, ma erano invece provocate da sabotaggi di terzi. Pertanto, secondo la legge nigeriana applicabile al caso, la compagnia petrolifera non può essere considerata resposabile per l’azione inquinante causata da terzi. Nel quinto ricorso, invece, la stessa corte ha ritenuto che la Shell Nigeria fosse da considerarsi responsabile a titolo di negligence in violazione della duty of care. Infatti anche se in questo caso si è trattato di sabotaggio, tale azione sarebbe stata facilmente prevedibile ed evitabile perché realizzata con mezzi molto rudimentali. L’ammontare del danno è ancora da definirsi con un procedimento a parte.

Analogo procedimento è stato intentato in Inghilterra di fronte alla High Court of Justice, Queen’s Bench Division, dove la causa ha preso la forma di una “group litigation”, un’azione collettiva riguardante 15.000 parti interessate e loro rappresentanti processuali, come nel caso di minorenni. I ricorrenti chiedevano la soddifazione dei danni sia ai sensi del common law sia ai sensi del diritto nigeriano. Come nel contenzioso olandese, il caso concerneva l’inquinamento da estrazione di petrolio. I giudicante inglese ha osservato come lo sfruttamento delle risorse petrolifere sia iniziato in Nigeria nel 1956 e da allora il Delta del Niger sia stato attraversato da migliaia di chilometri di oleodotti che trasportano il greggio e che sono oggetto di frequenti perdite, provocate anche da furti e sabotaggi. Tuttavia, quella per cui si era in causa di fronte al Queen’s Bench concerneva il territorio della comunità Bodo che con questa azione legale rivendicava i danni per la violazione dell’integrità naturale della propria terra ancestrale provocato dall’inquinamento degli oleodotti, in particolare con le fuoriuscite avvenute tra il 28 agosto e il 7 novembre 2008 e tra il 7 dicembre 2008 e il 19 febbraio 2009. A proposito di queste perdite dagli oleodotti, la Shell aveva ammesso la propria responsabilità ai sensi dell’Oil Pipelines Act 1956 nigeriano. La causa è interessante sia perché concerne l’applicazione del common law inglese, della legge statuale nigeriana (in particolare l’Oil Pipeline Act 1956 e successive riforme) e del diritto consuetudinario nigeriano, sia per i punti enucleati dalla High Court in questa sentenza. Questi riguardano la sussistenza della giurisdizione inglese nell’applicazione della legge nigeriana (in particolare dell’Oil Pipeline Act), se la Shell Petroleum Development Company of Nigeria fosse responsabile ai sensi dell’Oil Pipeline Act e pertanto fosse tenuta al pagamento dei danni provocati dalle perdite di greggio; se in siffatti danni possano essere altresì riconosciuti degli effetti collaterali sofferti dai singoli ricorrenti come: danni alla salute, alla perdita di valore delle loro proprietà inquinate, danni per lucro cessante, se tali danni dovessero essere quantificati secondo parametri relativi al costo della vita nigeriano, se essi potessero essere considerati anche come danno alla collettività, se dovessero essere risarciti a titolo di indennizzo o risarcimento del danno.

In India, il National Green Tribunal Act 2010 ha introdotto un nuovo giudice affinché trattasse i casi relativi alla protezione dell’ambiente, alla conservazione delle foreste e delle risorse naturali, nonché del pagamento dei danni alle persone e alle cose connessi ad incidenti aventi rilevanza ambientale. Si tratta di un giudice che non è vincolato alle regole del Code of Civil Procedure 1908, ma segue principi di giustizia naturale, ponendosi in una posizione ibrida nel sistema giuridico indiano, con lo scopo di velocizzare i processi in materia ambientale e al contempo ridurre i loro costi rendendoli accessibili al più ampio strato possibile della popolazione indiana. Siffatto nuovo tribunale ha sede in New Delhi, Bhopal, Pune, Kolkata e Chennai. Tra i casi recenti più interessanti si segnala la decisione con cui il Tribunale ha stabilito una serie di provvedimenti per contrastare l’inquinamento atmosferico della città di New Delhi. Leggendo il provvedimento, tuttavia, ci si può chiedere quale sia la sua effettiva natura: se di un provvedimento giudizario, come esso sembrerebbe pretendere di essere, ovvero di un provvedimento amministrativo emanato da una autorità indipendente, come in realtà appare essere.u