Condotte discriminatorie e attività politica: quando punire la ritorsione antidiscriminatoria?

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 30 dicembre 2014

1. I fatti a fondamento della causa

La vicenda nasce da un precedente giudizio promosso dagli stessi ricorrenti e dall’Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione, radicato presso il Tribunale di Torino per la violazione degli artt. 43 d. lgs 286/1998 e 2 D. Lgs. 215/2013 in materia antidiscriminatoria, contro il comune di Varallo relativamente ad una ordinanza autorizzativa dell’installazione nel paese di cartelli di grandi dimensioni relativi al divieto di “uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu cumprà” e mendicanti” inseriti in un simbolo indicante il divieto di sosta. Tale azione giudiziale è stata dichiarata inammissibile dal Tribunale di Torino per cessata materia del contendere in quanto l’ordinanza era stata revocata, già oggetto di petizioni popolari e interpellanze parlamentari. Il tribunale sabaudo aveva comunque accertato il carattere discriminatorio della medesima e dichiarato la soccombenza virtuale del comune di Varallo nei confronti dell’ASGI. Quale reazione alla pronuncia di inammissibilità, i due convenuti, tra i quali un noto esponente politico locale, iniziavano una campagna degrinatoria contro gli attori divulgando informazioni non corrette sull’esito del processo sia attraverso i giornali del luogo, sia attraverso i social network del seguente tenore (tutto in lettere maiuscole) “Il ricorso presentato dai 4 comunistoidi contro i cartelli situati agli ingressi della Città di Varallo è costato alla collettività circa 3000 euro di spese legali!!! Soldi che invece potevano essere usati come ulteriori aiuti sociali per le persone in difficoltà!!! I 4 suonatori sono stati suonati perché il giudice ha dichiarato inammissibile il ricorso dando a loro torto su tutta la linea!!! (…)”. Segue la trascrizione del dispositivo comprensiva dei nomi dei ricorrenti, due dei quali hanno agito di fronte al tribunale di Vercelli per accertare il carattere discriminatorio e ritorsivo della condotta posta in essere dai convenuti, ordinare la rimozione dei manifesti, ordinare all’esponente politico di rimuovere il manifesto sulla propria pagina facebook, disporre un piano ex art. 28 co 5. d. lgs 150/11 al fine di evitare il reiterarsi di siffatti episodi, condannare il comune di Varallo e i due politici locali al risarcimento dei danni a favore dei convenuti con il pagamento delle spese legali. I convenuti hanno richiesto il rigetto di tutte le domande attoree sostenendo da un lato il difetto di legittimazione attiva poiché gli attori non hanno subito alcuna discriminazione diretta, mentre dall’altro lato sostenendo che quella manifestata dai convenuti altro non era che libero esercizio della critica politica costituzionalmente tutelato. Inoltre, i convenuti affermavano che siffatta vicenda aveva luogo durante una campagna elettorale svoltasi per le ultime elezioni amministrative piemontesi e per l’elezioni dei membri italiani al Parlamento Europeo.

2. La ritorsione contro la condotta antidiscriminatoria e la legittimazione ad agire

Il primo interessante punto di quest’ordinanza ex art. 702 bis c.p.c concerne la legittimazione ad agire. Secondo il giudicante, condivisibilmente, la struttura normativa in materia antidiscriminatoria si fonda sul cardine della tutela della dignità umana che giustifica la particolare ampiezza del dato normativo di riferimento, specificamente l’art. 4 bis D. Lgs. 215/03 rubricato “protezione delle vittime”, che estende la protezione tanto alla “persona lesa da una discriminazione diretta o indiretta” quanto “a qualunque altra persona, quale reazione ad una qualsiasi attività diretta ad ottenere al parità di trattamento”. La tutela della dignità, quindi, protegge anche i ricorrenti che si siano spesi per la rimozione degli ostacoli alla tutela contro la discriminazione, anche altrui, posto che per le persone che subiscono una discriminazione diretta, a causa della loro situazione di debolezza oggettiva, come gli immigrati, i disabili, i soggetti deboli o appartenenti a una minoranza, siano in condizioni di maggiore difficoltà a ottenere ascolto e ragione della loro situazione. Per siffatto motivo, la disciplina antidiscriminatoria prevista dal citato art. 4 bis D. Lgs. 215/2003 si riferisce anche alle condotte ritorsive contro coloro che si siano attivati contro l’attività discriminatoria, basando su ciò la loro legittimazione attiva ad agire. Infatti, il giudice sottolinea che la condotta oggetto di causa sia qualificabile come “essenzialmente vendicativa” ad una specifica attività posta in essere da terzi volta ad ottenere la parità di trattamento.

3. Critica politica, continenza e libertà di manifestazione del pensiero

Le difese dei convenuti hanno affermato che il manifesto oggetto della causa non costituiva ritorsione ma mero espletamento dell’attività della critica politica rientrante nel novero dei diritti fondamentali ex art. 10 CEDU e costituzionali ex art. 21 Cost. Il giudice rigetta siffatta affermazione. Prima di tutto, egli osserva che la critica politica sia un’attività di manifestazione del pensiero attraverso la quale si esercita un controllo sull’operato degli amministratori pubblici o di persone che ricoprano cariche pubbliche. Tuttavia, il giudicante rileva in concreto diversi elementi fattuali per i quali siffatta esimente non può essere accolta nel caso di specie. Infatti, seppure la critica politica consenta di utilizzare toni aspri, pungenti finanche satirici, essa non deve superare i limiti della continenza. Tale circostanza avviene quando la critica all’opinione dell’avversario trascende, come nel caso di specie, nell’attacco personale ovvero nella contumelia. Il manifesto in esame risponde a siffatte caratteristiche, poiché in esso si riscontrano le espressioni “comunistoidi” e “suonatori suonati”, mentre i ricorrenti hanno esercitato l’azione ex art. 4 bis D. Lgs 215/2003, ai sensi di legge. L’atteggiamento complessivo dei convenuti, realizzato attraverso l’utilizzo dei social network e dei giornali locali, ha inoltre amplificato l’effetto ritorsivo anche attraverso la parziale e scorretta ricostruzione del provvedimento conclusivo del primo procedimento, poiché non risultava essere corretta l’attribuzione della soccombenza “su tutta la linea” dei ricorrenti medesimi.

4. Le sanzioni comminate: la divulgazione del provvedimento via facebook e il risarcimento del danno “punitivo” ex art. 28, co. 6 D. Lgs. 150/2011.

Un ulteriore aspetto interessante di questa vicenda, oltre alla precisa ricostruzione del panorama di diritto antidiscriminatorio vigente nel nostro ordinamento, riguarda l’utilizzo del social network quale strumento di riparazione del danno subito dai ricorrenti con la diffusione del manifesto contenente le contumelie e le informazioni scorrette. Il giudice si rende perfettamente conto che il dibattito politico si svolge via Facebook e altri social network e che questi hanno una diffusione “virale” e moltiplicatrice della notizia. Pertanto impone ai convenuti di pubblicare il provvedimento di condanna per 30 giorni sui propri profili Facebook in una specie di contrappasso dantesco relativamente all’utilizzo spregiudicato nel diffondere le proprie asserzioni, anche scorrette.

Un ultimo aspetto di interesse concerne la quantificazione del danno punitivo ex art. 28, co. 6, D. Lgs. 150/2011. Esso è specificamente dedicato a situazioni analoghe a quella in commento: “Ai fini della liquidazione del danno, il giudice tiene conto del fatto che l’atto o il comportamento discriminatorio costituiscono ritorsione ad una precedente azione giudiziale ovvero ingiusta reazione ad una precedente attività del soggetto leso volta ad ottenere il rispetto del principio della parità di trattamento”. Si tratta quindi di un caso eccezionale di danno punitivo, altrimenti rigettato dal nostro ordinamento, al fine di disincentivare, e quindi prevenire, future condotte antidiscriminatorie, in ossequio alla funzione repressiva che l’impalcatura antidiscriminatoria, alla luce dell’art. 15 della direttiva 2000/43/CE, contiene nella propria disciplina. Pertanto, a questo titolo, alle parti ricorrenti viene imposto il pagamento di ulteriori 2.500€. Oltre a siffatta somma, a ciascuno dei ricorrenti è riconosciuto in via equitativa un risarcimento del danno di 3.000€, con maggiorazione di 500€ a favore di uno degli stessi, per la circostanza che il danno sofferto da questa persona è stato accresciuto dall’affissione dei manifesti anche nella immediata prossimità della scuola ove costei svolge la propria attività di docente.

Tribunale di Vercelli, ordinanza, 4 dicembre 2014, est. Dott. Fiengo