Corti straniere e somministrazione dei vaccini

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 14 gennaio 2015

Il bilanciamento tra libertà di cura e tutela della salute pubblica è particolarmente delicato per quel che concerne il tema delle vaccinazioni. A questo proposito, la Federal Court of Australia ha deciso un importante caso promosso dall’Australian Competition and Consumer Commission relativo alla campagna pubblicitaria di una azienda produttrice di prodotti omeopatici che, per invogliare i consumatori all’acquisto della propria merce, affermava la nocività dei vaccini nella prevenzione della pertosse. Seppure questa decisione riguarda la veridicità delle informazioni contenute nelle pubblicità, essa contiene un risvolto più ampio concernente la salute pubblica. Infatti, la divulgazione di false comunicazioni pubblicitarie in ambito medico può indurre le persone a non seguire più le profilassi di vaccinazione (tanto quelle obbligatorie quanto quelle consigliate) aumentando il pericolo della diffusione delle malattie. Nel caso giudicato dalla Corte federale australiana la vaccinazione oggetto della campagna censurata concerneva la pertosse, mai debellata in Australia, il cui vaccino ha una efficacia limitata nel tempo. Infatti, nel caso in cui le vaccinazioni diminuissero, specie quelle delle nuove generazioni, la malattia troverebbe nuovi spazi per diffondersi anche nei confronti degli adulti già vaccinati durante la loro infanzia. Secondo il giudicante, la campagna pubblicitaria promossa dal produttore omeopatico era truffaldina poiché affermava che il vaccino contro la pertosse non consiste nella soluzione migliore per prevenire la malattia, ma che il ricorso ai “farmaci” omeopatici sarebbe più adeguato, corroborando la campagna con citazioni di studi non certificati. La quantificazione della pena pecuniaria e dei risarcimenti a carico dell’azienda condannata è stata rinviata ad un successivo procedimento.

Di fronte alla Superior Court of Justice dell’Ontario, in Canada, i genitori di una bambina di cinque anni hanno citato il medico che nel 2009 somministrò alla loro figlia il vaccino contro l’influenza H1N1 e il produttore del vaccino affinché vengano condannati per negligenza. Infatti, secondo i ricorrenti la morte della figlia venne causata proprio dal vaccino somministrato cinque giorni prima dal loro medico di famiglia. I ricorrenti hanno altresì citato le autorità pubbliche, reputate responsabili della violazione del “duty of care” in relazione all’obbligatorietà della somministrazione del suddetto vaccino. I giudici canadesi hanno rigettato tutte le istanze poiché la campagna vaccinatoria contro l’influenza H1N1 era stata promossa per contrastare il rischio di pandemia di influenza aviaria che nel 2009 stava per colpire il Canada. A questo proposito, la Superior Court of Justice ha stabilito che le autorità pubbliche possono agire con discrezionalità nelle strategie sanitarie di tutela e nell’interesse della salute pubblica. In conseguenza di ciò non si viene a creare un rapporto di prossimità (e conseguente di duty of care) tra i ricorrenti e le autorità responsabili della salute pubblica. Infatti, le decisioni prese coinvolgono il bilanciamento di una miriade di interessi in competizione tra loro, come in tutti i casi di decisioni politiche e quindi non possono fondare l’esercizio di un’azione di responsabilità civile.

Il caso deciso dalla England and Wales Court of Protection riguarda l’assistenza di un paziente disabile affetto da autismo. I genitori, che si sono amorevolmente e devotamente occupati di lui, sono fortemente convinti che la causa della malattia del figlio sia connessa alla somministrazione del vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia, pertanto rifiutano ogni sostegno dall’assistenza sociale, curano il figlio attraverso medicine alternative come l’omeopatia contrastando in ogni modo, specie la madre, ogni intervento dei servizi sociali in tutela della salute del figlio. Il giudice, in un lungo e argomentato provvedimento, ricostruisce con precisione sia il diffondersi delle affermazioni sul nesso di causalità tra vaccino trivalente e autismo (a partire dalla pubblicazione dello studio Wakefield ritirato dalla stessa rivista scientifica che lo pubblicò) sia l’atteggiamento aggressivo e “irragionevole” dei genitori e specificamente della madre. Seppure affermi che quest’ultima abbia evidenti e gravi disturbi della personalità uniti a convinzioni fantasiose sulle cure del figlio, il giudicante riconosce l’amore e le cure che la medesima manifesta nei confronti del ragazzo e stabilisce che i genitori possano ancora prendersi cura del figlio, cambiando però atteggiamento nei confronti dei servizi di assistenza sanitaria e sociale; in caso contrario, il giudicante si riserva di prendere provvedimenti permanenti per limitare il loro coinvolgimento nella sua vita.

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