Le visite dei nonni ai nipoti: diritto fondamentale e “incondizionato”, oppure no?

1. I fatti a fondamento della causa
La fattispecie che ha dato origine alla decisione della Suprema Corte in commento riguardava l’ascolto di una minore di otto anni e mezzo che, rimasta da poco orfana della madre, dichiarava di fronte al tribunale per i minorenni di non volere più vedere la nonna materna “perché quando la madre stava male lei non voleva darle le medicine”. Secondo i giudici di prime cure, dal tenore delle dichiarazioni rese dalla minore non emergevano dubbi o o incertezze nel manifestare il suo desiderio di non vedere la nonna, “in un momento senz’altro di persistente e assai dolorosa rielaborazione del gravissimo lutto costituito dalla perdita della madre in così tenera età”. I giudici di merito avevano ritenuto che in siffatte dichiarazioni non si palesassero forzature o suggestioni che avessero indotto la bambina a riferire una volontà diversa da quella effettiva interiormente provata, espressa in sede di audizione, riferendo di provare dolore perché al solo pensiero di sentire la nonna, anche solo, telefonicamente le ricordasse “cose troppo brutte, soprattutto le grandi litigate con papa quando mamma stava male”. Di fronte a queste risultanze, la nonna ha impugnato fino alla Cassazione le decisioni di merito sostenendo che fosse leso il suo diritto a mantenere rapporti significativi con la nipote, come affermato da ultimo con la novella di cui alla legge n. 219/2012.

2. Il ragionamento giuridico della Corte territoriale.
I giudici di merito hanno convenuto che seppure il diritto della ricorrente a mantenere rapporti significativi con la nipote fosse condivisibile e meritevole di recepimento, tuttavia tale diritto a conservare i rapporti significativi con gli ascendenti non attribuiscono a questi ultimi un autonomo diritto di visita, ma si limitano ad un introdurre soltanto un elemento ulteriore di indagine nella valutazione e nella scelta dei provvedimenti da adottare nella prospettiva del best interest del minore e del suo diritto a una crescita serena ed equilibrata. Applicato al caso concreto, senza entrare nelle specifiche accuse mosse reciprocamente dalle parti in relazione ai loro rapporti precedenti alla scomparsa della madre della bambina, si conferma la determinazione della minore di non voler vedere la nonna e che pertanto essa deve essere rispettata, in relazione al summenzinato principio. La nonna ha presentato ricorso in cassazione basandosi su quattro motivi: 1. mancanza di valutazione tecnica della capacità di discernimento della minore di otto anni e mezzo d’età; 2. la mancata preventiva informazione del minore sulle conseguenze della sua dichiarazione ai sensi della Convenzione di Strasburgo del 25.01.1996, sull’esercizio dei diritti dei minori, ratificata in Italia con la L. 20.3.2003 n. 77; 3. la violazione e falsa applicazione dell’art. 2 legge 219/2012, in punto di legittimazione degli ascendenti a far valere il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minori, in relazione all’articolo 360, primo comma, n. 3 c.p.c.; 4. la violazione dell’art. 24 della Costituzione per la lesione del diritto di agire in tutela dei propri diritti in ordine alla condanna alle spese legali.

3. Le argomentazioni della Cassazione.
La Suprema Corte ha rigettato tutti i motivi di impugnazione. Sotto il primo profilo ha sostenuto che la valutazione della capacità del discernimento del minore infradodicenne è devoluto al libero e prudente apprezzamento del giudice e non necessita di specifico accertamento positivo d’indole tecnica specialistica, anticipato rispetto al tempo dell’audizione. Tale capacità, peraltro, non può essere esclusa con mero riferimento al dato anagrafico del minore, se esso non sia di per sé soltanto e univocamente indicativo in tale senso, mentre può presumersi in genere ricorrente, anche considerati temi e funzione dell’audizione, quando si tratti di minori per età soggetti ad obblighi scolastici e, quindi, normalmente in grado di comprendere l’oggetto del loro ascolto e di esprimersi consapevolmente. Tale circostanza è confermata nel caso di specie dal tenore delle trascritte dichiarazioni rese dalla bambina d’età scolare, sia in sede giudiziale che nel corso della successiva indagine affidata dai giudici del reclamo ai servizi sociali.
La Corte rigetta anche il secondo motivo di impugnazione, poiché la minore manifesta una percezione tanto intellettiva, quanto relativa alla sua sensibilità adeguatamente e positivamente apprezzate dai giudici di merito e dagli operatori dei servizi sociali sulla base delle loro specifiche competenze in siffatta delicata materia.
In merito al terzo e al quarto motivo, la Corte osserva che la legittimazione ex art. 2 legge 219/2012 non è stata negata alla nonna, ma i giudici hanno valorizzato, in modo irreprensibile, il preminente interesse della minore in riferimento alla situazione attuale, destinata ad evolversi nel tempo con sviluppi che possono mutare anche positivamente attraverso il decorso del tempo. Il quarto motivo viene rigettato sulla base del principio della soccombenza.

4. Esiste il diritto dei nonni a frequentare i nipoti?
Nei giorni scorsi la Corte europea dei diritti umani con la decisione Manuello e Nevi contro Italia ha affermato che il diritto dei nonni a mantenere un rapporto costante con i nipoti (e viceversa) è un diritto fondamentale protetto dall’art. 8 CEDU, relativo alla protezione della vita privata e familiare. A questo proposito, i giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia su ricorso dei nonni paterni di una bambina, il cui padre era sospettato di molestie sessuali nei confronti della minore, nonché successivamente assolto “perchè il fatto non sussiste”. La Corte di Strasburgo ha rilevato che seppure le preposte autorità abbiano il potere di limitare i contatti con i membri della famiglia, nel caso in questione esse non avevano fatto tutti gli sforzi necessari per salvaguardare i legami familiari tra i nonni e la loro nipote. Infatti, la giurisprudenza della Corte di Strasburgo costantemente sottolinea la necessità di agire con la maggior prudenza possibile in questo ambito così delicato, poiché l’art. 8 CEDU non autorizza provvedimenti pregiudizievoli alla salute e allo sviluppo del minore. Il punto decisivo della controversia concerne quindi i provvedimenti presi dalle autorità nazionali, ovvero che si potevano ragionevolmente pretendere da esse, nel facilitare le visite tra nonni nipoti.
Seppure in apparente contraddizione, la decisione della Corte europea dei diritti umani Manuello e Nevi e la sentenza della n. 752/2015 in realtà riguardano i due volti di una medesima medaglia. Da un lato, le autorità giudiziarie e amministrative non devono irragionevolmente impedire la realizzazione del rapporto tra nonni e nipoti, dall’altro, e al contempo, le medesime autorità devono avere quale elemento fondamentale l’esclusivo interesse preminente del minore. Infatti, osservando la situazione concreta, è esclusivamente la prospettiva del minore, e non quella dell’ascendente, a dover essere apprezzata e tutelata.