Caravaggio scambiato per una copia: la responsabilità della casa d’asta per l’erronea valutazione dell’opera

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 4 febbraio 2015

Il dibattito giuridico internazionale si occupa costantemente di arte e di recente si sono presentati alla ribalta alcuni casi di grande interesse. In Inghilterra la Chancery Division della England and Wales High Court ha deciso un caso che ha diviso gli esperti di Caravaggio. La vicenda è riguarda un quadro valutato per essere una copia d’epoca di un celeberrimo dipinto di Caravaggio, “I bari”, conservato presso il Kimbell Art Museum di Fort Worth, Texas (USA). Il proprietario della copia d’epoca si affidò alla casa d’aste Sotheby’s affinché si occupasse della vendita all’asta, evento regolarmente avvenuto nel 2006. Il dipinto venne acquistato da Sir Denis Mahon, un esperto studioso dell’artista lombardo per la somma di 42 mila sterline. Successivamente lo studioso attribuì il suo acquisto non a un ignoto copista ma addirittura a Caravaggio stesso con la conseguente lievitazione del valore del dipinto, stimandone il prezzo di vendita a 10 milioni di sterline. L’evidente diversità di valore ha provocato la reazione del precedente proprietario che ha citato in giudizio Sotheby’s per negligence in quanto non avrebbe compiuto le necessarie verifiche per determinare la paternità dell’opera e quindi il suo valore reale di mercato. I maggiori esperti mondiali di Caravaggio si sono pubblicamente esposti (e divisi) a favore o contro l’autenticità del dipinto venduto all’asta, tuttavia la Corte si è concentrata sulla questione giuridica affermando che lo standard del duty of care di una casa d’aste nel caso dell’incarico di una attribuzione e di una valutazione dell’opera d’arte consegnatale da un cliente non è superiore a quello dovuto nel caso in cui il cliente medesimo consegni alla casa d’aste l’opera per la vendita. Pertanto la richiesta è stata rigettata poiché, a parere del giudicante, sarebbe stato ingiusto imporre un obbligo più oneroso ad una casa d’aste a spendere tempo e risorse per studiare e valutare un dipinto che il committente non si era ancora impegnato a vendere.
In Germania, la questione risolta dal Finanzgericht di Münster riguardava la richiesta di esenzione delle tasse di successione relative alla collezione di opere d’arte del XX secolo, devoluta nel 2005 dal de cujus e dal figlio, ricorrente in giudizio, a una fondazione privata che gestisse tale patrimonio nell’interesse pubblico. Viene osservato che di fronte a tal rilevanza, l’ufficio delle imposte, ai sensi del § 13 par. 1, n. 2, 1a della Erbschaftsteuer aveva concesso un’esenzione fiscale del 60%, mentre il ricorrente richiedeva il 100%, istanza rigettata dal Finanzgericht perché non risultava dall’accordo di cessione la volontà del ricorrente (o di suo padre) di sottoporre la collezione alle disposizioni applicabili ai monumenti di interesse nazionale, come richiesto dalla legge fiscale. Osserva il Finanzgericht che tale volontà doveva essere documentata e non era sufficiente la circostanza che il sindaco della città sedesse nella board fondazione della fondazione stessa. Infatti, costui aveva preso atto delle intenzioni dei disponenti esclusivamente come membro del board e non nelle vesti di membro delle autorità cittadine.
I due casi che seguono riguardano la restituzione di opere d’arte agli eredi dei proprietari ebrei spoliati dei loro averi durante le persecuzioni naziste. Questo tipo di controversie è di grande rilevanza perché concerne il bilanciamento tra il diritto degli eredi delle persone depredate a riottenere i loro beni ingiustamente sottratti e l’interesse pubblico dei musei ove i quadri sono esposti a mantenere accessibili capolavori d’arte noti (e anche meno noti). Il primo di essi è stato affrontato in Olanda dalla Rechtsbank Midden Nederland relativamente a un’opera del 1530 (della quale non sono stati pubblicati gli estremi nella sentenza) presente nelle collezioni del Museo di Utrecht dal 1958. È stato accertato che fino al novembre del 1933 il dipinto apparteneva ad un imprenditore ebreo e i ricorrenti, attualmente residenti in Sudafrica, hanno provato il vincolo di discendenza con l’antico proprietario attraverso la ricostruzione dei legami familiari e rivendicato la restituzione del quadro a causa dell’involontaria perdita di proprietà dovuta a circostanze direttamente legate al regime nazista. Va osservato che competente in prima battuta su queste controversie è il Adviescommissie Restitutieverzoeken Cultuurgoederen en Tweede Wereldoorlog (Restitutiecommissie), cioè un comitato all’uopo preposto e che dà pareri vincolanti al ministro dei beni culturali attenendosi ai criteri di ragionevolezza ed equità. Il quadro oggetto di causa è stato valutato 500.000 dollari americani ed è stato più volte prestato dal museo di Utrecht in occasione di mostre temporanee. Esso misura 47,4 cm x 32,8 cm e rappresenta una Madonna. Il parere della Resitutiecommissie è stato di consigliare al Museo di Utrecht di pagare l’equivalente del quadro agli eredi del proprietario o, in subordine, di rinviare la causa di fronte al comitato stesso, con la condanna delle spese del Comune di Utrecht. I ricorrenti hanno impugnato il parere vincolante lamentando un’errore di valutazione del quadro. La corte adita sottolinea alcuni elementi fattuali e di diritto, tra cui: a. il quadro in questione, seppur rappresenti un elemento importante della storia familiare dei ricorrenti, è un dipinto “iconico” della collezione del Museo di Utrecht; b. la Restitutiecommissie valuta secondo criteri che non seguono i prezzi di mercato, ma parametri di ragionevolezza ed equità; c. il quadro in oggetto non fa parte del patrimonio nazionale olandese, ma di quello comunale della città di Utrecht; d. il principio del contraddittorio nella causa in questione è stato violato per tardività della ricezione delle notifiche. Pertanto, la Corte ha annullato il parere vincolante precedentemente emanato e ha ordinato alla Restitutiecommissie di emanare un nuovo parere vincolante.
Negli Stati Uniti si è svolta un’analoga e complessa causa relativa alla restituzione di una coppia di pannelli dipinti da Lucas Cranach il Vecchio raffiguranti Adamo ed Eva ed esposti al Norton Simon Museum di Pasadena, California. La storia dei due dipinti è rocambolesca: essi rimasero nella Cattedrale di Kiev per circa 400 anni, poi a seguito delle espropriazioni comuniste vennero venduti all’asta a Berlino nel 1931 e acquistati da un mercante d’arte olandese di origine ebraica, Jacques Goudstikker, titolare di una collezione di 1200 opere. A seguito dell’occupazione nazista dell’Olanda, il collezionista e la sua famiglia fuggirono in Sudamerica. Durante il viaggio egli trovò la morte, ma lasciò alla moglie e al figlio un quaderno con l’elenco di tutte le sue opere, tra cui anche l’Adamo ed Eva. Tuttavia la madre del proprietario, Emilie, rimase in Olanda e acconsentì di cedere a Göring la collezione per una minima parte del suo valore in cambio di “protezione”. La collezione fu smantellata, in parte venduta, ma Adamo ed Eva vennero esposti nella Carinhall di Göring stesso. Successivamente alla fine della II Guerra Mondiale i due dipinti, ricaduti sotto il possesso degli Alleati, vennero restituiti allo stato olandese affinché li custodisse per i legittimi proprietari: i Goudstikker sopravvissuti. Nonostante il ritorno della vedova in Olanda per tentare di riavere i quadri della collezione, lo Stato olandese stabilì che la vendita a Göring fu legittima e costei non se la sentì di affrontare un lungo contenzioso. Nel corso dei decenni a seguito della scomparsa degli eredi di Jacques Goudstikker la titolarità delle restanti azioni della collezione giunse in eredità alla vedova del figlio Edo, Marie Von Saher, la quale si rivolse alla già nominata Restitutiecommissie a partire dalla fine degli Anni Novanta per i beni ancora in possesso dello stato olandese. Tuttavia tra questi non vi erano più l’Adamo ed Eva, a parere della ricorrente non caduti in proprietà dello Stato olandese proprio in virtù dell’accordo con Göring. Essi vennero acquistati all’asta a New York nel 1971 dal Museo di Pasadena. I giudici della United States Court Of Appeals For The Ninth Circuit, ribaltando il giudizio di primo grado, hanno affermato che sia applicabile al caso in questione il principio della “restituzione esterna” che consente ai Paesi di determinare da sé chi siano i legittimi possessori dell’arte depredata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Pertanto, considerando applicabile il principio secondo cui la disputa sia tra parti private e non coinvolga la politica federale degli Stati Uniti, i giudici d’appello hanno rinviato il caso in primo grado affinché venga accertata la titolarità effettiva della proprietà dei dipinti in questione. Va osservato che la Corte Suprema ha negato il Writ of Certiorari per questo caso il 20 gennaio 2015.

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