Sorveglianza di massa: sentenze contrapposte sulle due sponde dell’Atlantico

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 17 febbraio 2015

Il dibattito sulla sorveglianza di massa è uno degli argomenti più caldi nel panorama politico e giuridico internazionale e concerne principalmente l’equo bilanciamento tra tutela della libertà e riservatezza personali con le esigenze di garantire la sicurezza pubblica contro la minaccia terroristica, sia essa reale o temuta.
Tali decisioni sono connesse la vicenda politico-internazionale di Edward Snowden, che ha ottenuto l’asilo politico in Russia dopo aver rivelato l’esistenza del “PRISM” (“Planning Tool for Resource Integration, Synchronization, and Management”), cioè un di programma di intercettazioni di comunicazioni telefoniche e telematiche di massa. Esso riguarda un approccio globale nella intercettazione delle comunicazioni, coinvolgendo anche importanti provider di servizi web, email, chat, video, archiviazione dati, comunicazioni VoIP, trasferimento di files e videoconferenze, così realizzando una raccolta sistematica dei dati personali e delle comunicazioni dei cittadini americani senza mandato giudiziario. L’elemento recente e innovativo riguarda la discontinuità dei giudici anglosassoni rispetto a quelli americani nel valutare la legittimità di siffatto programma di sorveglianza di massa. Sul punto infatti si sono contrapposte la statunitense Corte federale distrettuale di San Francisco e la britannica Investigatory Powers Tribunal.
La causa Jewel v. NSA, celebrata negli Stati Uniti, è un contenzioso che nelle sue varie fasi dura dal 2008 su istanza di alcuni cittadini statunitensi a seguito delle rivelazioni di un tecnico della compagnia AT&T, il quale ha svelato l’intercettazione delle comunicazioni da parte di NSA “raccolte a monte”, attraverso l’infrastruttura della compagnia stessa. L’ultima istanza per bloccare tale raccolta a causa della violazione del Quarto Emendamento è stata rigettata dalla Corte californiana che invece ha accolto l’eccezione difensiva relativa al segreto di stato, il quale permette ai giudici di non utilizzare una prova che metta in pericolo la sicurezza nazionale, qualora essa venga svelata pubblicamente. A questo proposito, si osserva che l’amministrazione governativa NSA ha depositato in giudizio dichiarazioni segrete dei suoi funzionari, fruibili solo dal giudice ma non alla controparte o al pubblico e su tali dichiarazioni si è basata la Corte per rigettare l’istanza dei ricorrenti, tra cui anche la nota associazione a difesa dei diritti civili digitali Electronic Frontieres Foundation (EFF). Tuttavia va osservato che la Corte ha espresso il suo disagio nel non poter argomentare liberamente il rigetto delle istanze di costituzionalità “senza rischiare il danneggiamento della sicurezza nazionale”. I ricorrenti, insoddisfatti per la carenza argomentativa e per la mancata verifica se tale segreto di stato sia conforme ai requisiti di legalità stabiliti dal FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act), hanno già manifestato l’intenzione di appellare. Va sottolineato che sono diverse le azioni giudiziarie predisposte dalle associazioni a difesa della privacy ovvero dei diritti civili. Finora la maggioranza di essere sono risultate essere soccombenti, pertanto pendono di fronte alle giurisdizioni d’appello. Tra queste si rammentano ACLU v. Clapper, Smith v. Obama e Klayman v. Obama (unico caso in cui un giudice federale ha stabilito che la raccolta massiva dei dati è incostituzionale).
Nel Regno Unito l’Investigatory Powers Tribunal (IPT), giudice specializzato nell’esaminare le denunce relative all’attività delle agenzie di intelligence britanniche, ha affermato che la sorveglianza di massa delle comunicazioni effettuate via internet dei cittadini britannici viola gli articoli 8 e 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali. L’aspetto rilevante di questa decisione riguarda che i programmi PRISM e UPSTREAM della NSA americana sono stati sottoposti a scrutinio giudiziario di fronte ad un’autorità giudiziaria di un Paese alleato e non esclusivamente da una corte statunitense. Secondo la decisione dell’IPT tale attività di sorveglianza è altresì illegale perché carente di un mandato giudiziario ai sensi del Regulation of Investigatory Powers Act (RIPA) inglese durante tutti i suoi sette anni di esercizio, essendo questo iniziato nel 2007.