Diffamazione online: gli ultimi orientamenti delle corti internazionali

Pubblicato sul Quotidiano Giuridico del 23 marzo 2015

Gli effetti della ormai nota decisione della Corte di Giustizia UE “Google v. AEPD” sul riconoscimento del diritto all’oblio influenzano anche la giurisprudenza delle giurisdizioni nazionali. A questo proposito, va segnalato la ripresa del contenzioso promosso da Max Mosley presso la England and Wales High Court per la cancellazione dell’ormai noto video che lo ritraeva durante un party privato. In precedenza, la strategia di Mosley ai fini di ottenere la cancellazione del pruriginoso filmato consisteva nella citazione in giudizio di Google presso le giurisdizioni nazionali con la richiesta di implementazione di un filtro preventivo, come nei casi di pedopornografia infantile. Questa strategia era stata finora rigettata poiché questo tipo di soluzione vedrebbe la tutela della privacy strumentalizzata ai fini di impedire il controllo dell’opinione pubblica su fatti veri ovvero impedire critiche. Invece, dopo la sentenza Google v. AEPD, Mosley ha nuovamente citato Google di fronte i giudici inglesi per rivendicare il proprio diritto all’oblio e ordinare la cancellazione di immagini personali utilizzate impropriamente. Le difese di Google hanno sostenuto che i servizi di Google mantengono le caratteristiche di “safe harbour” ai sensi della direttiva 200/31/CE, già riconosciuta al provider dalla Corte di Giustizia nei casi L’Oreal, Sabam e eBay. I giudici inglesi hanno accolto l’istanza preliminare di Mosley affermando che la decisione AEPD contraddice le citate sentenze e che la tecnologia esistente consente a Google “senza sforzi sproporzionati o spese, di bloccare l’accesso a singole immagini”.
Sempre nel Regno Unito, la High Court of Justice in Northern Ireland Queen’s Bench Division ha affrontato il caso di un soggetto condannato a dieci anni per offese sessuali plurime che, ottenuta la scarcerazione, è tornato a vivere nella sua comunità, nonostante le proteste. Tra le varie proteste va segnalata la segnalazione del nominativo del ricorrente su una specifica pagina Facebook intitolata “Keeping our Kids Safe from Predators 2” da parte, tra gli altri, del padre di una delle sue vittime. L’ex detenuto ha denunciato sia l’autore dei post offensivi sia il gestore di siffatta pagina. Il ricorrente ha affermato che entrambi i querelati hanno violato gli artt. 2, 3 e 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali nonché la disciplina della Protection from Harassment (Northern Ireland) Order 1997 e del Data Protection Act 1998. Nel decidere la causa il giudicante ha evidenziato alcuni elementi: da un lato che il ricorrente, seppur ex detenuto per reati odiosi, ha ottenuto la libertà ai sensi di legge e dall’altro che l’apertura di pagine come quella oggetto di causa può causare tensioni e allarme sociale all’interno della comunità e quindi nuovi crimini. Dopo un’attenta disamina del contenuto della pagina e del ruolo di Facebook, il giudicante non solo ha accolto le richieste del ricorrente per la rimozione delle foto e dei dati che lo riguardavano, ma altresì ha condannato i convenuti al risarcimento del danno valutato in 20.000 sterline. Altresì ha ordinato ai convenuti la chiusura della pagina Facebook in oggetto perché istigatrice di tensioni sociali.
In Canada la Ontario Superior Court of Justice ha deciso una controversia che riguardava due noti bloggers, dalle visioni politicamente contrapposte, relativamente a un post concernente Guantanamo e il rimpatrio del terrorista di origini canadesi Omar Khadr. Nello specifico il querelante aveva affermato che i prigionieri di Guantanamo avrebbero dovuto essere trattati come soldati, mentre il convenuto ha qualificato il suo interlocutore come “una delle voci di maggior supporto dei talebani”. Per questa affermazione, il querelante citava in giudizio il convenuto per defamation, tuttavia la sua richiesta non ha trovato accoglimento perché il giudice canadese ha osservato che “la blogosfera politica può essere e, spesso è, rude, aggressiva, sarcastica, iperbolica, insultante, caustica e/o volgare. Essa non è per deboli di cuore”. Nel rigettare la causa, il giudice osserva che le opinioni scambiate in un dibattito politico devono essere valutate con parametri differenti rispetto alle ordinarie cause di diffamazione. Non si tratterebbe di creare una immunità per i bloggers, ma di prendere atto delle peculiarità del linguaggio utilizzato nel dibattito politico.

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